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La verità agghiacciante e la nostra ignoranza

Planando

Oggi pensavo agli aeroplanini di carta e alle persone.

L’aeroplanino.
Il risultato di due volontà: quella della mano di piegare il foglio e quella del foglio di essere piegato. I gesti rappresentano la qualità delle motivazioni, la trasparenza degli intenti, la capacità di rispettare le giuste regole (le pieghe) che fanno di un semplice foglio quell’oggetto capace di volare e strapparci un sorriso.
La cosa più saggia da fare, la più ovvia ma spesso la meno praticata, è la scelta del tipo più adatto di carta.
Non troppo leggera né inutilmente pesante, non troppo rigida né troppo cedevole. Carta giusta uguale persona giusta, la sua consistenza rappresenta il suo carattere; sbagliamo carta e le conseguenze – presto o tardi – si vedranno in volo.

Tecnica.
A volte può capitare di calcolare male una piega, per fretta o distrazione, per sciatteria o qualunque altro motivo che distolga dal rispetto delle regole che conosciamo bene. Ci accorgiamo subito di aver fatto un errore dalle inevitabili conseguenze, ma siamo bimbi furbetti, ed è allora che gli eventi iniziano a prendere una brutta piega, quando pensiamo che rifacendola nessuno si accorgerà dell’errore.
Ma è inutile barare, se ne accorgerà il vento.

Procediamo.
Seguire lo schema è La regola, muoversi con movimenti consapevoli e decisi, agire quando si è sicuri. Se siamo onesti nei nostri gesti il risultato arriverà.
Ecco l’aeroplanino. Finito. Lo soppesiamo, lo guardiamo da tutti i lati, fieri di averlo costruito ed impazienti di farlo volare, ma ancora cauti nel maneggiarlo. L’impazienza può rappresentare due atteggiamenti distinti.
Il primo è quello di chi non vuole fare ciò che deve a regola d’arte, ma pretende comunque ciò che quindi non gli spetta. Quell’impazienza è nemica del volo.
Poi c’è quella di chi ha fatto tutto per bene e vuole solo vedere l’aeroplanino volare. Questa impazienza le è amica.
Non è il tempo che abbiamo dedicato all’opera a fare la differenza, ma la determinazione nel crearla al meglio delle nostre possibilità. A volte basta uno sguardo e pochi gesti per creare l’aeroplanino perfetto. Altre volte non basta un’eternità.
Ci incaponiamo fino a riempire il foglio di pieghe sbagliate, lo maltrattiamo fino a renderlo inservibile per noi ma anche per chi – successivamente – con pazienza e amore potrebbe farlo ancora volare. L’egoismo è nemico del volo.
Una parte di responsabilità è anche del foglio, che dovrebbe riflettere bene prima di accettare con fiducia la mano che lo cambierà. Ribellarsi, se serve.
Ogni foglio ha la mano che merita e ogni mano ha il foglio che le spetta. Assumiamoci l’onere della scelta senza subirla, quando siamo la mano che decide, così come quando incarniamo il foglio che si lascia piegare.

Alla finestra.
È una bella giornata di sole e un leggero venticello ci carezza il viso. Abbiamo visto molti aeroplanini finire male; ci sono quelli che sapevamo da subito che non avrebbero mai volato, poi alcuni che sono precipitati in picchiata per il troppo peso in testa e nessun contrappeso in pancia e in coda, altri ancora con le ali sgraziate hanno fatto strane traiettorie sincopate per poi cadere mestamente.
Ma adesso c’è lui, l’ultimo che abbiamo creato, lì nelle nostre mani.
Percepiamo l’equilibrio delle forme, la leggerezza che ne testimonia il carattere; mano e foglio questa volta si sono mossi all’unisono. Ciò che funziona davvero lo riconosci al primo sguardo.

Lanciamo.
Non è un volo rettilineo, senza scosse, dritto come potevamo immaginare, ma piuttosto una lunga, morbida, ampia curva. Lo guardiamo sicuro allontanarsi da noi, estasiati e senza paura, perché la mano e il foglio sanno dall’inizio che non conosceranno la traiettoria finché l’aeroplanino non l’avrà scelta. Fiducia.
Il senso di tutto, il vero ingrediente misterioso, non è nell’inizio, nel mezzo e neanche nella fine delle cose. Il segreto è l’onestà che ci mettiamo nel tentare di realizzarle.

Il volo.
Staccarsi da terra con la speranza di vedere tutto da un punto di vista nuovo e inaspettato, guardare con incanto giù il paesaggio che scorre sotto gli occhi. Commuoversi e sentire l’anima lieve.
Sappiamo che quella lunga e morbida curva prima o poi avrà una fine – mano e foglio lo hanno sempre saputo, eppure non hanno desistito – l’imperativo è volare, dimostrare che ne siamo capaci.
Perché se non si ha il coraggio di volare vuol dire che non sia ha il coraggio di vivere e il modo giusto di vivere coincide sempre con il modo giusto di volare. Un modo unico e morbido.

Planando.

La Volpe e l’Uva

Mi lascio attraversare da te senza timore. Forse mi ferirai, forse no.
L’importante è avere sempre il coraggio di vivere.

E ti vengo a cercare

Sai, in questo preciso istante, che sono sincero.

Ovunque tu sia ti chiedo scusa.
Per i sorrisi spenti sul tuo viso e quelli mai accesi.
Per le attese logoranti, infinite e mai interrotte.
Per la tua incrollabile fede in quell’intuizione che non è mai arrivata in tempo.
Per averti ferito senza motivo, anche se manovrato, ma sempre con ottusa cecità.
Per non averti abbracciato. Per non essere stato umano a prescindere.
In questa notte di lacrime e rimpianti, ti chiedo profondamente scusa per non aver capito nulla.

Ovunque tu sia ti chiedo di darmi una mano.
Per tacitare quel pianto che mi porto dentro da tutta una vita.
Per chiudere la ferita che ha azzoppato tutti i miei slanci.
Per le parole non dette e che mai ci diremo e per quelle di troppo che ho detto senza curarmi di te.
Per l’amarezza che solo adesso riesco ad immaginare. Perché non ero lì almeno alla fine.
A modo mio, troppo tardi, ho cercato di volerti bene senza chiedermi chi tu fossi.

Ovunque tu sia sii felice e scusami anche con lei.

Dopo la notte più scura

Ieri sei stata un lampo nel buio, l’improvvisa consapevolezza di desiderare la tua voce, la tua mente, riconnettermi con te.
Ho imparato che anche dopo la notte più scura c’è sempre un’altra alba e ne ho avuto nuovamente la limpida conferma.
Ben tornata nella mia vita Sara.

Perfect stranger

Sin da piccolo ho sempre esagerato, nelle azioni e nelle reazioni.
Troppo affetto, troppo odio, troppa permalosità, troppa tolleranza, troppo interesse, troppa strafottenza, troppa educazione, troppa volgarità…
Un’altalena costante che per lungo tempo credevo essere perfettamente naturale.
Ci ho messo tutta una vita per cercare di smussare i miei corposi spigoli, eppure sotterraneamente sento di essere sempre al punto di partenza o giù di lì. Niente mezze misure.
Il mio ego è troppo ingombrante, capace di incernierare ogni ragionamento su di sé, mettendomi illusoriamente al centro dell’universo e, di fatto, collocandomi al margine di esso e da quel punto di vista marginale, ogni volta, mi ritrovo pensieroso a tirare le somme del mio agire.
Ciò nonostante, e certi sbagli o fallimenti stanno lì ad indicarmelo chiaramente, il bilancio di azioni e reazioni è incontestabilmente a mio sfavore.
Investo troppo nelle persone, concedo subito un fido (come si usa in linguaggio bancario) davvero non motivato.
Ma non solo con le rare persone che sento subito vicinissime, ma anche con quelle che poi ti ritrovi a classificare come pseudo amici, probabili amici o addirittura nuovi amici. Forse è proprio con loro che il bilancio precipita verticalmente.
Il Candido di Voltaire in fondo mi fa un baffo.
Favori, disponibilità, tempo, ascolto, confronto, operare per dare una mano d’aiuto, a volte aiuto nel cercare un lavoro, tutto viene puntualmente preso ma mai reso (anche se in fondo non è quello il motivo per cui aiuti una persona che credi amica).
Poi accadono cose quasi impercettibili e ti rendi conto (o a volte addirittura percepisci in anticipo) che quando un piccolo nuovo vantaggio si prospetta da qualche altra parte per quelle persone, improvvisamente arriva il silenzio. Non hanno più nulla da dire, non ti mettono più a parte di nulla né ti chiedono notizie di te, sono occupate nelle loro vite di cui ti rendi conto di non aver fatto mai realmente parte o sono tese e silenti a quel piccolo vantaggio che in fondo sanno essere un piccolo danno (anche solo indiretto) per te.
Anche qui la trappola azione/reazione entra nuovamente in gioco.
L’istinto è quello di mandarle a quel paese e voltare pagina, ma la verità è che non sono quelle persone il problema ma la sofferenza che ti porti dentro, il rammarico per aver lasciato la tua anima incustodita, per aver permesso a qualcuno di entrarci dentro con le scarpe chiodate ed uscirne lasciando impronte e detriti che poi tu da solo dovrai pulire.
Sarà il mio ego, non so, ma molta dell’umanità a me conosciuta (quindi quella che vivo tutti i giorni nella mia città o al massimo nella mia regione) sembra davvero inconsapevolmente mediocre. Infelice. E la positività di cui sento essere intrisa ogni mia fibra si spegne, mi sento mancare le forze, devo sedermi e aspettare che passi per poi riprendere di slancio, sorridente, pieno di vita, innocente.
Fino al prossimo errore.

Naked tears

Ho bisogno di piangere.
Oggi sarà una lunga giornata, con echi dolorosi anche domani e dopodomani.
Non andrò lì dove vorrei andare, non vedrò chi in verità vorrei vedere e – in definitiva – eviterò di farmi ancora più male.
Viva la saggezza.
Ciò non toglie che avrei bisogno di prorompere in un pianto liberatorio, buttare tutto alle mie spalle, sorridere di tutto questo malessere inutile e ricominciare da un’altra parte.
So per esperienza che capiterà, che devo solo stare fermo ad aspettare che passi.
Però è dura.

Anatomia di un disagio

Mi chiedo dove.
Dov’è che fa male? Non riesco a capire. Questa strana oppressione al petto, lacrime immotivate si fanno strada sul limite delle mie palpebre, gola strozzata, desiderio di franare.
Incroci già superati, strade già percorse, paesaggi che credevo alle mie spalle e che invece sono ancora lì, integri, spaventosamente estesi e nuovamente da attraversare.
Ancora lavoro. Fatica. Sono stanco.
Amministro bene le apparenze, padroneggio gli strumenti della solitudine, eppure improvvisa è apparsa questa lacerazione. Lancinante.
Ho lasciato l’anima incustodita, lo ammetto.
La mia energia vitale è evaporata in attese insensate che sapevo già di non dover assecondare. Hai fatto un buon lavoro. Ho fatto un buon lavoro.
Sono solo un presuntuoso e buio pesto sia.
Non c’eri. Non esisti. Sei solo la manifestazione del mio disagio con me stesso.
Mi lacrima il cuore e ci vorrà molto tempo, questa volta, per ricucire l’ennesimo strappo.
Il bello è che non so da dove iniziare.

Wisława Szymborska

Devo molto
a quelli che non amo.

Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.

La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l’amore non può darlo,
né riesce a toglierlo.

Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come una meridiana,
capisco
ciò che l’amore non capisce,
perdono
ciò che l’amore mai perdonerebbe.

Da un incontro a una lettera
passa non un’eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.

E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che trovi sui ogni atlante.

È merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perché mobile.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

“Non devo loro nulla” –
direbbe l’amore
sulla questione aperta.

Zac!

A volte con rammarico bisogna avere il coraggio di bloccare l’emorragia di energie che lentamente ci dissangua.

Oggi mi sento un po’ così… :)

Semplice e stupenda. Una poesia bdsm.

Poesia bdsm

Poesia bdsm

Un weekend da ricordare

Non eravamo mai usciti insieme come coppia, non ci era mai passato per la mente di poterlo essere, anche se in un contesto così particolare come una serata bdsm. È stato strano già vederti uscire di casa, vestita come una giovane donna, truccata, con un’andatura decisa, abituato com’ero a vederti in jeans, acqua e sapone, con quella risatina che tanto ti rende fragile senza renderti giustizia. Eri molto bella e se ne sono accorti tutti. Sei stata guardata con piacere da uomini e donne e questo è sempre un buon segno. Siamo stati, insieme a Chiara ed Alessandro, la coppia più guardata della serata ma tu scintillavi, due gocce di cioccolato fondente hanno illuminato quella lunga tavolata, il tuo sguardo era felice. Io di certo sono stato l’uomo più invidiato, vista la nostra sostanziosa differenza di età e la curiosità che il nostro legame evidente suscitava. Tu hai fatto le fusa per tutto il tempo, nessuno penserà che siamo solo ciò che siamo.

La domenica è stata altrettanto memorabile, dal preludio a casa di Antonio, con i ragazzi tutti intenti a prepararsi in quell’atmosfera surreale fatta di corpetti stretti, tacchi a spillo, collari, abbigliamento in pelle e risolini. Come spiccavi lì in mezzo, finalmente vestita come credo avessi sempre desiderato (ma sono certo che farai ancora meglio in futuro), libera come un pesce nel mare, guizzavi finalmente nel tuo elemento naturale. All’ingresso nel club sembravi una bambina che arriva a Disneyland, i tuoi occhi saettavano da un lato all’altro, guardavi tutto e tutti alla ricerca di cose da imparare. Mi pare che ne abbia imparate alcune molto importanti. La tua mano nella mia per molto tempo. Quando ti abbiamo visto maneggiare il flogger per la prima volta nella vita è stato chiaro a tutti che sembravi nata con quell’attrezzo in mano, quasi fosse un’estensione della tua mente. Vedere e soprattutto sentire i tuoi colpi abbattersi sul corpo dei due consenzienti malcapitati e contemporaneamente osservare i tuoi occhi scintillanti di cattiveria è stata una scarica di adrenalina per coloro che hanno assistito. Una parte importante di te è lì, in quei colpi. Dubito fortemente che potrai fare a meno di coltivare quel piacevole passatempo, credo anzi che andrai a fondo in quella parte della tua anima, che potrebbe sembrare buia invece è piena di una luce inquietante. Hai una feroce bellezza quando colpisci.

Poi mi hai chiesto di provare quel frustino rigido. Su di te. I primi colpi sulle tue terga li ho dati io, la nostra prima volta. Questo non ce lo toglierà nessuno. Vuoi sapere se questa mia prima esperienza è stata emozionante? Sì, lo è stata. Passare da anni di riflessioni ed interrogativi ad un semplice gesto, in un attimo. Godere di quel gesto. Comprendere che fa parte della mia natura. Nonostante le tue risate nervose, nonostante lo sforzo che hai fatto per non reagire, stare chiuso in quella stanza con te a quattro zampe su quel letto tondo, mentre mi offrivi le tue bellissime chiappe da colpire, mi ha emozionato. Memorabile che la mia prima volta in tal senso sia stata con te. Poi gli abbracci, noi stesi lì a capacitarci a fatica di tutte le cose che ci avevano attraversato la mente in quel weekend magico. Stringerti a me, con l’affetto profondo che sai che provo e che tu ricambi con altrettanta forza.

Affetto. Il nostro unico vero problema.

Non scatta altro fra noi, ma non c’è squilibrio, siamo perfettamente non coinvolti, i nostri cuori (o forse le nostre viscere) non vibrano a dispetto delle nostre menti che spesso marciano all’unisono. C’è un intesa fredda, o forse tiepida sarebbe più giusto definirla. Quel genere di temperatura che non ha un colore preciso, non siamo carne né pesce. Un sentimento eunuco ci unisce trattenendoci, non dandoci il coraggio di andare ognuno per la propria strada così come di percorrerne fino in fondo una sola, in due. Per questo subito dopo esserti stato così vicino e averti sentita ad un passo da me devo allontanarmi. Mi sento mancare il fiato, una strana malinconia mi opprime. Siamo due pianeti che ruotano l’uno attorno all’altro, ma le nostre orbite sembrano destinate a non farci incontrare mai veramente. Temo che non basterà un frustino a rompere questo triste incantesimo, né lacrime assenti – di nostalgia e rimpianto – a renderci liberi.

Noi che abbiamo 30′anni….

Sono stupendi i trent’anni, ed anche i trentuno, i trentadue, i trentatré, i trentaquattro, i trentacinque! Sono stupendi perché sono liberi, ribelli, fuorilegge, perché è finita l’angoscia dell’attesa, non è cominciata la malinconia del declino, perché siamo lucidi, finalmente, a trent’anni! Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti. Se siamo atei, siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna. E non temiamo le beffe dei ragazzi perché anche noi siamo giovani, non temiamo i rimproveri degli adulti perché anche noi siamo adulti. Non temiamo il peccato perché abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perché abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile. Non temiamo la punizione perché abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se ci incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo. Li facciamo con noi stessi e basta, col nostro dolore, da grandi. Siamo un campo di grano maturo a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita. È viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più. Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui scenderemo un po’ ansimanti e tuttavia freschi. Non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e avanti e meditare sulla nostra fortuna…
Oriana Fallaci

 

Assetati di bellezza?

https://gregorycolbert.com

Un’esperienza meravigliosa…

Primo Levi – Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

 

 

Resoconto della seduta del CSM del 19 gennaio 1988 – I nemici di Falcone vengono allo scoperto

Non avevo mai approfondito davvero la questione della mancata nomina di Giovanni Falcone a capo dell’Ufficio Istruzione del tribunale di Palermo.
Oggi ho cominciato a leggere in rete fino a trovare nomi, cognomi, volti e parole di chi affossò Falcone e con lui un certo destino della Sicilia e dell’Italia che non conosceremo mai. Qui trovate l’intero articolo da cui è tratto questo resoconto, leggendo le risibili scuse espresse da chi ha fatto le scarpe a Falcone davvero ho avuto la percezione plastica di quanta mediocrità ci sia spesso stata nelle istituzioni italiane che, al contrario, dovrebbero sempre avere al suo interno il meglio delle personalità di questo disgraziato paese.

Antonino Meli 14 voti, Giovanni Falcone 10
Plenum 19 gennaio 1988 – Trascrizione della seduta. Nomina di Meli a consigliere istruttore
Cesare Mirabelli (vicepresidente CSM):
Il consiglio passa all’esame della seguente proposta della Commissione per il conferimento degli uffici direttivi concernente il conferimento direttivo di consigliere istruttore presso il tribunale di Palermo.
La Commissione per il conferimento degli uffici direttivi, esaminate le domande per il posto di epigrafe, rileva in primis che i dottori Elio Spalitta e Pietro Giammanco sono stati, nelle more della procedura, trasferiti su istanza e con delibera 13 dicembre 1987 alla procura della repubblica di Palermo con funzione, entrambi, di procuratore aggiunto.
Ritiene, quindi, che all’esito della relazione – che qui tutta si richiama – e della valutazione comparativa degli aspiranti (dottori Antonino Meli, Giovanni Nasca, Rosario Gino, Marco Antonio Motisi, Giovanni Pilato e Giovanni Falcone), nella contemperata applicazione dei criteri contemplati dalla legge, prima ancora che dalla circolare, – dell’anzianità, delle attitudini e dei meriti «opportunamente integrati tra loro» – sia ineludibile la prioritaria considerazione in favore del dott. Antonino Meli, il quale adeguatamente coniuga alla maggiore anzianità di ruolo, un quadro professionale più che apprezzabile sui profili attitudinali e di merito e, conclusivamente, del tutto tranquillamente circa la sua piena idoneità alla reggenza di un ufficio direttivo di tanta delicatezza e importanza. La titolarità di quest’ultimo postula, certo, l’assolvimento di compiti direttivi e organizzativi che si caricano (alla luce delle emergenze specifiche della repressione dei delitti perpetrati dalla criminalità organizzata mafiosa) di valenze e impegni particolarissimi; la ricerca, che ne consegue, di un adeguato tasso attitudinale non può, a questo punto, prescindere dal possesso da parte dell’aspirante di un’apprezzabile concreta conoscenza di quella peculiare problematica; ciò, d’altra parte, in piena coerenza con i già richiamati criteri di legge e di circolare, giacché anche la normativa consiliare sottace il recepimento del principio della concorsualità concreta (connotato essenzialmente dal rilievo che in esso assume rilevanza «la idoneità professionale a un posto determinato, non solo per il tipo di funzione che questo esprime, ma anche per le peculiarità ambientali che possono caratterizzarlo»). Tuttavia, la giusta rilevanza del dato attitudinale e la sua lettura secondo i criteri ampi che precedono, non può trasmodare in una sopravvalutazione «a schiacciamento» di questo requisito sugli altri (anzianità e merito), che debbono ex lege concorrere nella valutazione complessiva e armonicamente coordinarsi nella individuazione del cosiddetto «uomo giusto al posto giusto».
L’uomo giusto» non è, pertanto, quegli che si prospetta in ipotesi, preliminarmente il più idoneo alla copertura di un determinato posto, volta per volta oggetto di concorso, nel quale le qualità professionali vengano commisurate anche alle specificità ambientali, ma, innanzitutto quello scelto con criteri «giusti», e cioè legittimi. Non è chi non veda come solo per tali profili l’organo di governo autonomo possa dar luogo, in un settore così delicato ed essenziale delle sue attribuzioni tipiche, a corretto esercizio dei suoi poteri discrezionali tale da rafforzarne la credibilità all’interno come all’esterno della istituzione giudiziaria; come, d’altra parte, poco valga invocare la peculiarissima necessità di tutela degli spazi di legalità in aree geografiche e sociali di particolare compromissione, giacché la legalità va salvaguardata, innanzitutto e come essenziale momento propedeutico, assicurando la coerenza dell’operato dell’organo amministrativo ai criteri di legge nei momento della scelta, coerenza della quale il consiglio non può spogliarsi, cedendo a moti emozionali ovvero alla opinione del cosiddetto «uomo della strada» (fattore questo, ove esista, rispettabile quanto estraneo allo Stato, alla legge e alla circolare). Su tali premesse, e ritornando sui binari della valutazione comparativa, va ribadito che il dott. Meli per il suo curriculum professionale si prospetta più che adeguato ai delicati compiti già accennati, secondo le oggettive emergenze del suo fascicolo, rappresentate dai vari pareri redatti in occasione delle fasi di progressione in carriera. Questi, che ebbe a esercitare nel sia pur lontano periodo marzo 1950/aprile 1951 anche funzioni di sostituto procuratore presso la procura di Varese, – tra l’altro molto encomiabilmente, secondo gli attestati – ha poi svolto funzioni di pretore e giudice a Varese, pretore a Trapani e a Palermo, giudice del tribunale di Palermo (dal 27 maggio 1964 al 12 luglio 1970), presidente di sezione del tribunale di Caltanissetta dal 13 luglio 1970 e, infine e in atto, presidente di sezione della Corte di appello di Caltanissetta dal 20 maggio 1985. Focalizzandosi, in particolare, l’attenzione sull’ultimo ventennio, emerge che il presidente del tribunale di Palermo, in relazione alle funzioni assolte dal Meli in quell’ufficio come «addetto alle sezioni penali», attesta aver lo stesso svolto «considerevole attività con particolare impegno, notevole capacità e non comune senso di responsabilità e vivo attaccamento al dovere», provvedendo alla stesura di «numerose sentenze, anche in processi gravi e complessi». Tali sue capacità di magistrato versato ed esperto, in particolare nella materia penale, si articolavano e arricchivano con la successiva esperienza di presidente di sezione dei tribunale di Caltanissetta, nella quale, come riferito, mostrava «grandissime capacità, affrontando con sicurezza e prestigio i processi più complessi e difficili», in particolare «dirigendo il dibattimento con grande prestigio, dignità, serenità, diligenza e zelo», e provvedendo, personalmente, alla «redazione delle sentenze dei processi più complessi». Appare, pertanto, innegabile una lunga e preziosa esperienza, nel Meli, di organizzazione e direzione dell’istruttoria dibattimentale (nelle funzioni per molto tempo espletate di presidente della Corte di assise di primo grado – per oltre dieci anni – e poi di appello) anche in relazione a processi di grande rilievo, quale, ad esempio, quello relativo all’assassinio dei dott. Rocco Chinnici. D’altra parte il Meli, che ha presieduto anche la sezione istruttoria presso la Corte di appello di Caltanissetta dal 20 maggio 1985, ha affinato sul campo le sue attitudini dirigenziali organizzative mercé sia l’esercizio protratto di funzioni semidirettive, come già notato, sia l’assolvimento di compiti direttivi vicari già nel periodo gennaio 1975/settembre 1976, in cui ebbe ad assumere la difficile reggenza del tribunale di Caltanissetta («carente di giudici e di funzionari di cancelleria»), e, quindi e in ultimo, di presidente della Corte di appello nissena dal 22 giugno 1987. A fronte di questo quadro professionale alimentato da una notevole indiscutibile laboriosità e di questi dati attitudinali spiccati, anche alla luce delle specifiche esigenze ambientali e tipiche dell’ufficio ad quem, e sulla premessa del possesso sicuro, da parte dei predetto, di quei requisiti di indipendenza e refrattarietà a ogni condizionamento coessenziali alla funzione giudiziaria come voluta dal Costituente, deve ritenersi che gli altri candidati sopra rassegnati siano corredati da requisiti attitudinali e di merito, che se per taluni di essi appaiono notevoli e in particolare per l’ultimo secondo l’anzianità, il dott. Giovanni Falcone, si prospettano notevolissimi, per tutti non possono reputarsi tali, con riferimento ai requisiti di legge e ai criteri ex circolare già richiamati, da giustificare nella comparazione specifica con il Meli, e anche in relazione alle esigenze concrete del posto da coprire, il superamento della maggiore anzianità, né, comunque, il convincimento di una idoneità specifica tanto maggiore rispetto a quella già lumeggiata e ritenuta in capo al Meli.
A tale conclusione, d altronde, non può non pervenirsi anche nel confronto specifico con l’aspirante dott. Giovanni Falcone; osservandosi, per tale particolare profilo e sulla premessa del richiamo delle considerazioni più generali sopra svolte, che se innegabili e particolarissimi sono i meriti acquisiti da questo ultimo nella gestione razionale, intelligente ed efficace – animata da una visione culturale profonda del fenomeno criminale in oggetto e da un coraggio e da una abnegazione a livelli elevatissimi – dei compiti istruttori attinenti ai più gravi processi per la repressione della criminalità mafiosa (per i quali può richiamarsi in sintesi il contenuto della comunicazione agli atti del consigliere istruttore del 17 luglio 1987), tuttavia, queste notazioni non possono essere invocate per determinare uno «scavalco» di sedici anni circa. Una siffatta scelta condurrebbe, secondo quanto già evidenziato, all’annullamento sostanziale di un requisito di legge e renderebbe arbitrario, anzi illegittimo, l’operato dell’organo. Ciò tanto più ove si sia raggiunta la tranquillante sicurezza di una incondizionata idoneità del più anziano alla dirigenza dell’ufficio in oggetto.
P.M.Q.
La commissione a maggioranza (tre voti favorevoli per il dott. Meli e due per il dott. Falcone) propone il conferimento dell’ufficio direttivo di consigliere istruttore presso il tribunale di Palermo, a sua domanda, al dott. Antonino Meli magistrato di Cassazione nominato alle funzioni direttive superiori, attualmente presidente di sezione della Corte di appello di Caltanissetta.

Umberto Marconi (relatore in commissione):
L’inefficienza della giustizia, nel settore fondamentale, anzi vitale per il paese della repressione della criminalità organizzata, deve alimentarsi della forza della intera compagine giudiziaria, vista come attivazione diffusa, volontà diffusa di impegno, responsabile potere diffuso, ai vari livelli. Accentrare il tutto in figure emblematiche, pur nobilissime, è di certo fuorviante e pericoloso. Ciò è titolo per alimentare un distorto protagonismo giudiziario, incentivare una non genuina gara per incarichi giudiziari di ribalta, degradare un così ampio impegno in una cultura da personaggio, pericolosa tentazione in chi si sia accinto su ben altre premesse a tanto encomiabile servizio. Si trasmoda nel mito, si postula una infungibilità che non risponde al reale, mortifica l’ordine giudiziario nel suo complesso ed espone a gravissimi rischi soggettivi – e oggettivi – chi vi indulga. E non è tutto: perché ciò che – solo apparentemente – si acquista per un verso, si disperde assai più e per mille rivoli altrove, in termini di concreta disincentivazione dei colleghi che, umilmente e silenziosamente, ma con notevole impegno, abnegazione e coraggio, si accaniscono nel loro lavoro. Ed è pensabile che questi siano a ciò sospinti dalla ambizione per la cosiddetta carriera? O non è il caso, piuttosto, di ritenere che costoro, destinati a operare, a volte per decenni, in condizioni di paurosa carenza di strutture, con strumenti normativi inadeguati e incerti, nella ostilità oggi cristallizzata di immensi e/o più modesti centri di potere esterni, siano fondamentalmente motivati dall’orgoglio, dalla onorabilità morale e professionale, dal senso di una pubblica funzione umile quanto bella, perché più di ogni altra permeata di valori costituzionali di autonomia, indipendenza e terzietà, ideale nutrimento per le libertà fondamentali del cittadino? Ed e a questi, e sono tanti, che noi dobbiamo rispetto, e siamo stretti, nel nostro specifico, a tributarlo in concreto, garantendo legalità ed equilibrio nelle procedure tutte di nostra spettanza, e anche in quelle di nomina per posti direttivi, perché si possa dire che senza abusi, senza sussulti, senza «scavalchi» (indecifrabili se non in termini di logiche di potere e comunque extralegali) noi assicuriamo a ciascuno il suo. Che il giudice si occupi del suo lavoro, sicuro che la giusta aspirazione a percorrere le varie tappe della sua formazione professionale sarà esaudita dall’organo a ciò preposto senza che egli si turbi, senza che si veda costretto ad agire in prevenzione per costruire, mercé una opportuna serie di contatti con centri di potere esterni e/o interni all’ordine giudiziario, le premesse per il suo esaudimento, magari nell’ottica di una sua necessitata tutela rispetto a prevedibili concorrenti più aggressivi e competitivi. Ed è questa una logica certo corretta, perché coerente alla legge e alle aspettative dei giudici, quanto tendenzialmente inesorabile e intollerante di eccezioni. L’eccezione, in ipotesi supportata – nella più perfetta buona fede – dalla eccezionalità, anche oggettiva, delle circostanze esteriori, vulnera il principio con la stessa efficacia maligna e dirompente dell’accordo di potere; e costringe ogni volta, secondo la mitologica immagine, a riportare il macigno sulla china nello sforzo di Sisifo di ricostruire la credibilità dell’organo, l’immagine di correttezza istituzionale infranta. Ecco perché, con sofferenza, non è possibile anteporre l’ultimo aspirante nella graduatoria di anzianità, di 16 anni professionalmente più giovane dei primo, al più anziano e meritevole Meli, né a questi né ad altri, tutti pregressi nel ruolo. La diversa impostazione, da altri espressa, non è d’altra parte nuova nelle dialettiche consiliari.
Questa aula in certo senso ancora riecheggia degli animati dibattiti, sia delle pregresse consiliature che di quella odierna relativi ai cosiddetti casi Vigna, Gagliardi, Borsellino e altri, la cui eco si è proiettata ben oltre, a testimonianza della trascendenza indiscutibile dei valori in discussione, che impongono direttamente nell’area dei fondamentali requisiti costituzionali della funzione, innanzi richiamati. Ma non ci è possibile condividere quella filosofia, non solo e non tanto per ragioni di coerenza imposte dalla linea seguita costantemente nelle vicende richiamate, ma soprattutto perché essa rimane e a tutt’oggi ancora una volta si disvela – al di là delle migliori intenzioni dei suoi animatori – illegale nella sua essenza e perversa nei suoi effetti. Essa è tale, infatti, da condurre a calpestare le regole dello Stato di diritto, da sfiancare pericolosamente e contra lege gli spazi di discrezionalità pure insiti nel potere di amministrazione confidato a quest’organo in un momento fondamentale delle sue attribuzioni tipiche, deraglia, in definitiva, il consiglio dai binari voluti dal Costituente. Una crisi così profonda quale quella che mostra travagliare, secondo profili vieppiù marcati e crudi, la giustizia, non si risolve con i fuochi di artificio di segnali emblematici. Lo sforzo troppo spesso individualistico quanto nobile gravante su larghe fasce della magistratura italiana – per esempio sui giudici calabresi oppressi da una criminalità dilagante, cresciuta paurosamente in termini percentuali e qualitativi, secondo quanto si evince dalla impressiva relazione dell’avvocato generale Belmonte, ma al contempo su tanti, tanti altri, tra i quali, in primissima linea, il collega Falcone – esige, al di là della stessa abnegazione dei magistrati, ben altro.
[...]
Ed ecco lo strano, ma non casuale parallelismo, di una siffatta, ampia alternativa con il più modesto, ma analogo bivio, che oggi vede questo Consiglio superiore della magistratura travagliato nella vicenda qui in discussione, che, pure, attiene alla efficienza di un piccolo, ma essenziale segmento della complessiva struttura giudiziaria: segno incisivo, permanente, nella coerenza del rispetto della legge, o segnale, reclamistico, a effetto; buono per l’uomo della strada e per la cultura perversa del protagonismo giudiziario. Ai cari colleghi, sciogliere il nodo di questa alternativa. Appello non retorico, al quale, sono certo, e concludo, saprete, con la vostra odierna espressione di voto, sofferta quanto bella perché consapevole, libera, pubblica, dare una risposta coerente a quelle complessive, fervide attese dei colleghi, degli operatori giudiziari, dei cittadini più avvertiti e consapevoli; una risposta che non dia un effimero segnale, ma sia segno profondo, irreversibile, del nuovo corso di politica della giustizia.

Antonino Abbate:
La nomina del dirigente dell’ufficio istruzione dei tribunale di Palermo avviene in un momento delicato ma non nuovo della vita politica, istituzionale, giudiziaria della intera regione siciliana e deve indurre tutti noi a valutare coraggiosamente la realtà, a operare una scelta chiara, professionalmente attendibile sulla quale non siano consentite strumentali «ricognizioni», «dietrologie» di moda, presentate magari come verità inconfutabili ai cittadini che di verità, e di verità soltanto, hanno oggi concretamente bisogno. In un simile contesto i giudici hanno una strada obbligata, quella di esercitare correttamente la propria attività nell’ambito di un ruolo disegnato in maniera netta dalla Costituzione, rifiutando l’assunzione di ulteriori supplenze e riaffermando il primato delle procedure, privilegiando quei contenuti di professionalità, di competenza, di indipendenza, di equilibrio e di terzietà che non tollerano protagonismi, approssimazioni e scorciatoie finalizzate al raggiungimento del risultato. Questi criteri – non certamente emergenze contingenti, né impressive notazioni localistiche – impongono che il Consiglio adotti nel caso concreto una scelta ben chiara, responsabile, idonea a garantire una continuità di azione, che non suoni in ogni caso strappo alle norme che sovraintendono al conferimento di particolari incarichi direttivi. Proprio in tale ottica ho espresso in commissione il mio voto in favore del collega Giovanni Falcone e voglio qui ribadire la validità della mia opzione, che si preoccupa della esigenza di assicurare a un ufficio di grande importanza la direzione di un magistrato che, per la sua preparazione, le sue specifiche esperienze, le sue doti di inquirente, la sua conclamata professionalità, le capacità organizzative evidenziate sul campo, appare oggettivamente meritevole di ogni considerazione, anche per il coraggio dimostrato in frangenti difficilissimi che non vanno assolutamente dimenticati.
Senza toni da crociata e senza nulla togliere alla professionalità e ai meriti degli altri aspiranti, ritengo personalmente che designando Giovanni Falcone il Consiglio superiore della magistratura compie oggi una scelta legittima e comprensibile.

Sergio Letizia:
La legge individua due criteri fondamentali per la scelta dei dirigenti degli uffici giudiziari: l’anzianità e il merito. Esprimere un voto a favore del dott. Falcone significherebbe contravvenire alla legge in ordine a uno di quei due criteri; nonostante infatti gli indiscussi meriti del dott. Falcone, ben sei altri candidati, tutti meritevoli, possono vantare una anzianità maggiore, in particolare il dott. Meli, primo nella graduatoria di anzianità, e entrato in servizio addirittura sedici anni prima del dott. Falcone. Ribadendo che non intendo affatto disconoscere l’impegno e la professionalità di Falcone, non credo comunque ai geni o ai superuomini, e che, al posto di Falcone, io, come del resto ho fatto in diverse occasioni, non avrei nemmeno presentato la domanda in presenza di candidati molto più anziani. Non si deve del resto dimenticare che tanti altri magistrati in tutta Italia, con la stessa anzianità di Falcone, possono vantare gli stessi meriti nella lotta contro la mafia, una lotta che non si conduce soltanto a Palermo ma che si realizza, ad esempio, in tutti i luoghi in cui si promuovono processi penali contro il traffico degli stupefacenti. Né si deve dimenticare che della professionalità fa parte anche la modestia. E miglior segnale che il Consiglio può dare per la lotta contro la mafia non è assegnare l’ufficio in esame al dott. Falcone, il quale può continuare il suo meritevole impegno di giudice del tribunale di Palermo, ma mostrare che in Italia non è soltanto Falcone a essere capace di lottare contro il fenomeno mafioso.

Stefano Racheli:
Signor presidente, io affermo qui che non possiamo sottrarci all’obbligo di leggere la legge e le nostre circolari in modo che finalmente emerga quella professionalità specifica che sola è in grado di non avvilire l’istituzione giudiziaria precipitandola in una pseudo professionalità fatta, alla resa dei conti, di sola anzianità.
Deve essere assolutamente chiaro che non intendo assolutamente mandare messaggi spendibili nel senso che qui si voglia celebrare la scomparsa dell’anzianità quale parametro di valutazione. Meno che mai intendo premiare i rischi che alcuno tra i candidati deve subire per effetto del Suo ufficio. Voglio solo mettere a capo dell’ufficio istruzione di Palermo la persona che meglio di tutti può condurre questo ufficio. Questo è il nostro dovere in questo momento.
Mi limiterò a due dati telegrafici: il magistrato proposto dalla commissione è alle soglie della pensione e non ha mai (dico mai) fatto il giudice istruttore. Signor presidente, l’anzianità senza demerito è criterio che non può bastare per l’ufficio istruzione di Palermo. Ognuno deve prendere una responsabilità che è personale e forte – al di là di gruppi e schieramenti – perché troppa storia dei nostro paese è legata a decisioni come questa. Preannunzio perciò voto contrario alla proposta della commissione.

Fernanda Contri: 
Non risponderò ad alcuna delle provocazioni troppo facilmente proposte in questa sede. Ciò che è importante è riaffermare con forza la responsabilità della scelta cui è chiamato il Consiglio, che non è un computer nel quale basta inserire dati obiettivi per ottenerne soluzioni automatiche, ma che deve mettere in opera un iter logico, motivato e sofferto. Il mio netto orientamento è a favore dei dott. Falcone, la cui specializzazione nella lotta contro la mafia è unica, non soltanto in Italia, e tale da far superare ogni perplessità. Se in passato è stato sufficiente prendere in considerazione la specifica professionalità di un candidato per consentirgli di superare una barriera di due o di quattro anni di minore anzianità, ebbene io non ho alcun dubbio nell’affermare che la professionalità del dott. Falcone è talmente eccezionale da consentirgli di superare un divario di anzianità anche maggiore rispetto a quello attuale. Oltre alla professionalità, un altro fattore che mi induce a dare il mio voto a Giovanni Falcone è la garanzia di continuità nella direzione dell’ufficio che la scelta dei medesimo assicurerebbe: continuità di un lavoro e di un impegno che sono stati seri, corretti ed efficaci. Egli ha dimostrato il massimo di professionalità, di coraggio, di impegno, di vitalità; e di fronte alla dimostrazione di tali doti è auspicabile che almeno una delle amministrazioni dello Stato, quella giudiziaria, dia un concreto segno di voler cominciare a funzionare in Sicilia.

Massimo Brutti:
E’ doveroso ricordare che negli ultimi 10 anni due consiglieri istruttori del tribunale di Palermo sono stati uccisi, il dott. Terranova nel 1979 e il dott. Chinnici nel 1983, e che questa strategia intimidatoria messa in atto dalla mafia non è stata certamente ancora sconfitta. La mafia, che ha a Palermo il suo quartiere generale, continua a mostrare la propria pretesa di impunità e dunque ha bisogno di una giurisdizione timida, lenta e inefficiente.
Il Consiglio deve rispondere a questa sfida usando giudiziosamente la propria discrezionalità con la scelta di un uomo giusto al posto giusto che più volte in passato ha mostrato di saper adeguatamente valutare le particolari condizioni di isolamento in cui sono costretti a operare i magistrati di Palermo. La scelta compiuta nel 1983 a favore dei dott. Caponnetto è stata una decisione meditata. Ciò premesso, ricordo come la nuova circolare in materia di conferimento di incarichi direttivi, preveda la possibilità di superare un divario di anzianità, anche considerevole, in virtù di una specifica e motivata valutazione che evidenzi il possesso da parte del candidato meno anziano di specifiche doti attitudinali o di merito di spiccato rilievo, anche con riferimento alle esigenze organizzative ed eventualmente a particolari profili ambientali. Tenuto conto di tale referente normativo e avuto riguardo al particolare contesto ambientale palermitano, ritengo doveroso, oltreché opportuno, sottolineare il carattere eccezionale dell’impegno specifico del dott. Falcone, per cui preannuncio il mio dissenso dalla proposta della commissione a favore del dott. Meli. Questa proposta non tiene conto delle doti, dei meriti particolari e dell’esperienza prolungata nel tempo del dott. Falcone e, al contempo, attribuisce un’importanza esorbitante al requisito dell’anzianità. Ma anche a voler dedicare una particolare attenzione ai meriti trascorsi dei dott. Meli, emerge come la sua esperienza sia maturata nel settore della magistratura giudicante e come non abbia mai svolto nella sua lunga carriera le funzioni di giudice istruttore. Certo, il dott. Meli ha esercitato funzioni requirenti, ma in tempi molto lontani (intorno al 1949) e per un breve periodo (circa 9 mesi). Né si può tralasciare, se si vuole pervenire a una visione esaustiva, di soffermarsi su alcuni comportamenti tenuti dal dott. Meli nel corso degli ultimi anni e alla luce dei quali l’elemento in apparenza a suo favore, quello dell’anzianità, potrebbe addirittura rivelarsi controproducente. Infatti il dott. Meli si è caratterizzato negli ultimi anni per una reiterata impulsività che non costituisce certo un dato caratteriale ideale per l’assunzione dell’ufficio direttivo di consigliere istruttore. Cito una discutibile intervista rilasciata dal dott. Meli nel 1984 all’indomani della pubblicazione di un’intervista della vedova del dott. Terranova. Indipendentemente dalla valutazione di certe formulazioni espressive di dubbio gusto adoperate in quella occasione, il dott. Meli si comportò in maniera poco consona all’autocontrollo richiesto a un magistrato nella sua posizione. Ma non si trattò di un episodio isolato; infatti questa instabilità caratteriale ha avuto modo di manifestarsi in modo ancora più vistoso nel corso della nota vicenda in cui il dott. Meli si è contrapposto al dott. Patanè. In tale occasione, il Consiglio ebbe modo di venire a conoscenza di affermazioni del dott. Meli troppo leggere e non meditate, che confermano il convincimento della inadeguatezza del dott. Meli ad aspirare a un incarico tanto importante. Voglio infine ricordare l’atteggiamento oscillante del dott. Meli nelle more del conferimento dell’ufficio direttivo di presidente del tribunale di Palermo. Non solo il dott. Meli ha revocato la domanda inizialmente presentata, ma è addirittura arrivato a revocare la revoca della domanda, alimentando il sospetto di una caratteriale instabilità di cui il Consiglio deve in questo momento tener conto. In conclusione, sulla base di questi elementi, preannuncio il mio voto contrario alla proposta della commissione.

Franco Tatozzi:
Un’eventuale scelta a favore del dott. Falcone potrebbe essere interpretata come una sorta di dichiarazione di stato di emergenza degli uffici giudiziari di Palermo decretata da un organo che, senza essere politicamente responsabile, si arrogherebbe il diritto di sospendere l’applicazione delle regole legali. Esprimo le mie perplessità sul fatto che l’assegnazione del posto di consigliere istruttore al dott. Falcone – al quale peraltro mi legano non solo sentimenti di stima e amicizia ma anche l’appartenenza allo stesso gruppo – costituirebbe un effettivo rafforzamento della risposta giudiziaria all’attacco portato dalla mafia. Come consigliere istruttore, infatti, Falcone sarebbe obbligato a far fronte a esigenze di organizzazione generale di un ufficio senz’altro oneroso, mentre, proprio al fine di non depotenziare la sua capacità di incidenza nella lotta alla mafia, appare preferibile che il dott. Falcone possa continuare a occuparsi di tale fenomeno in una posizione di prima linea. Annuncio quindi il voto favorevole alla proposta della commissione.

Giuseppe Borrè:
Dichiaro che il mio voto sarà favorevole alla proposta della commissione. Non sono molti gli anni che ci separano da quando ancora si diceva che la mafia non esiste, o da quando, pur ammettendosi il fenomeno, si tendeva a ridurlo a un semplice fatto di sottocultura. Giovanni Falcone, inserendosi con intelligenza nel solco aperto da una nuova intellettualità democratica, ha capito che le cose non stanno così e che ampi e doverosi spazi si aprono a un magistero penale razionalmente esercitato. Ciò egli ha compreso e si è comportato, nei fatti, con lucida coerenza.
I meriti di tale candidato sono dunque alti: tanto da suscitare perplessità e incomprensione in larga parte dell’opinione pubblica verso una scelta che non sia a lui favorevole. Mi è facile contrastare tale diffuso stato d’animo nella parte in cui pretende fondarsi su un concetto da premialità, peraltro sicuramente estraneo alla domanda proposta dal collega Falcone. Molto egli ha fatto, – si sente dire in giro, e non solo dall’uomo della strada, – molto ha realizzato, molto ha rischiato di persona, e dunque molto egli merita. In realtà non può esservi premio per l’adempimento del dovere, neppure quando si tratti di inedito e straordinario adempimento. L’adempimento del dovere sarebbe non onorato, ma inquinato dal premio.

Giancarlo Caselli:
La soluzione del caso in esame, quando sia riferita alla specificità del caso concreto, ha un percorso obbligato: deve puntare su un uomo del pool antimafia, deve puntare sulla struttura che a questo pool fa capo. Il pool di magistrati dell’ufficio istruzione di Palermo ha saputo attrezzarsi (prima di tutto culturalmente) realizzando così una struttura nuova affiatata, che ha diffuso professionalità. Non bisogna infatti dimenticare che si è trattato di una struttura aperta, nel senso che ha formato professionalmente magistrati che, prima di entrare a far parte del pool, di questi problemi non si erano mai occupati e che viceversa, grazie al pool, hanno conseguito livelli di capacità decisamente di grande rilievo. Alla fine, operando in questo modo, il pool di giudici istruttori del tribunale di Palermo ha ottenuto risultati di grande rilievo, basati sulla individuazione dei caratteri della nuova mafia. I primi risultati, dopo anni, decenni e decenni di sostanziale impunità. In alcuni interventi si è parlato di premio, in particolare di premio al protagonismo, come di un criterio da non seguire, e la storia del protagonismo e un po’ come la storia di quando le donne portavano il velo. A quel tempo le donne erano tutte belle, ma quando il velo cadde si cominciarono a constatare delle differenze. Un po’ la stessa cosa è successa per la magistratura. Quando i giudici non davano «fastidio», quando non erano scomodi, erano tutti bravi e belli. Ma quando hanno cominciato ad assumere un ruolo preciso, a dare segni di vitalità, a pretendere di esercitare il controllo di legalità anche verso obiettivi prima impensati, ecco che è cominciata l’accusa di protagonismo. Mentre quei giudici che si tirano indietro (ed è successo sia a Torino in occasione del processo d’Assise ai capi storici delle BR, sia a Palermo, in occasione dei processo d’Assise alla mafia da poco concluso) non rischiano proprio nulla e nessuno si leva a protestare o levar critiche nei loro confronti. In altri interventi si è parlato di premio nel senso di carriera che correrebbe lungo corsie «privilegiate» per quei giudici che abbiano fatto determinate esperienze professionali. Ma è inconcepibile, perfino un po’ scandaloso,. che si parli di privilegio con riferimento ai giudici di Palermo che vivono nelle condizioni a tutti note; che semmai rappresentano una pesante penalizzazione. Nel caso della lotta alla mafia, questi interessi sono gli interessi della democrazia, ciò che rende questa seconda visione (non settoriale) del tutto giustificata. Per questi motivi esprimo avviso contrario alla proposta della commissione.

Vito D’Ambrosio:
Sarebbe certamente una sciocchezza considerare Falcone un Superman capace da solo di battere la mafia, ma è altrettanto sicuro che Falcone non ha soltanto la capacità di lavorare al meglio, ma anche di organizzare e di far lavorare al meglio l’ufficio istruzione; egli non è soltanto un bravo giudice istruttore, ma è anche un bravo organizzatore del pool che gode di prestigio a livello nazionale e internazionale. E il dott. Falcone ha però anche un altro merito: operando in una situazione estremamente difficile non è diventato un nuovo prefetto Mori; ha dimostrato di saper rispettare le regole del processo penale e di avere le capacità di aggregare un gruppo di giudici che non sono certo le sue marionette, ma sono riuniti intorno a uno o due punti di riferimento; Falcone non può quindi considerarsi eccezionale, ma certamente e propriamente può definirsi un punto di riferimento unico, perché unica è la situazione operativa in cui agisce e perché unico è il patrimonio conoscitivo, operativo e tecnico che è riuscito ad accumulare in un contesto come quello palermitano.

Sebastiano Suraci:
Le naturali difficoltà che caratterizzano una decisione delicata quale quella che il Consiglio si accinge ad assumere sono accresciute dalla circostanza che il dott. Falcone aderisce alla corrente di Unità per la Costituzione, alla quale anche io aderisco. Ritengo corretta l’impostazione di quei colleghi che si sono impegnati per una sdrammatizzazione della vicenda e concordo con il giudizio di eccellenza formulato nei confronti del dott. Falcone, al quale devono essere riconosciute una straordinaria capacità professionale e una rara competenza come giudice istruttore in relazione a fenomeni di criminalità organizzata. Tale competenza è indubbiamente necessaria nel magistrato che andrà a ricoprire l’ufficio di consigliere dirigente all’ufficio istruzione di Palermo, e non vi e dubbio che il dott. Meli non può vantare una capacità specifica pari a quella del dott. Falcone. Tuttavia il merito di quest’ultimo, come emerge dall’articolata motivazione della proposta, non può essere messo in discussione: tale magistrato svolge attività giudiziaria da quarant’anni con una competenza, dignità e prestigio che lo rendono meritevole del posto in discussione. Se a ciò si aggiunge l’enorme divario di anzianità tra il dott. Meli e gli altri candidati e il fatto che da anni egli esercita funzioni equiparate a quelle di legittimità, la scelta non può che essere a suo favore.

Elena Paciotti:
Mi preoccupa che da qualche parte si voglia presentare la scelta che dobbiamo compiere come leggibile in termini di maggiore o minore impegno antimafia del consiglio e della magistratura. Mi preoccupa che questo suggestivo messaggio venga raccolto da chi onestamente si batte per un corretto intervento di tutte le istituzioni pubbliche contro il potere mafioso. E’ con tranquilla coscienza che indico il mio voto per il dott. Meli, nella speranza che – quale che sia la scelta del Consiglio – l’eccellente lavoro dell’ufficio istruzione di Palermo possa proseguire con la collaborazione di tutti pur nella gravissima situazione che i tragici avvenimenti di questi giorni hanno ancora una volta sottolineato.

Carlo Smuraglia:
Nessuno dovrebbe preoccuparsi del ricorso alla formula dell’«uomo giusto al posto giusto» che, anche se corrisponde a una frase fatta, è espressione di una logica di scelta fondata e corretta. Quando si afferma che il dott. Meli possiede certamente doti incontestabili, ma doti non sufficientemente tranquillizzanti per un posto di tanta responsabilità, non si compie nessun attentato contro il dott. Meli, ma si compie il dovere proprio del Consiglio di interrogarsi sulle specifiche attitudini di ogni candidato. Mi preoccupa invece il fatto che si voglia assegnare al dott. Meli la direzione di un ufficio che nella sostanza esplica funzioni di natura inquirente e istruttoria, che egli non ha mai svolto, affidandosi quindi a una sorta di sperimentazione, mentre tutti dovrebbero essere consapevoli che non c’è assolutamente tempo da perdere. Si debbono scegliere uomini che abbiano anche una particolare conoscenza del fenomeno mafioso, perché istruire un processo in materia di mafia non è la stessa cosa che istruire un processo per furto. Al riguardo è da ricordare che una parte della magistratura ha aiutato tutti a compiere passi in avanti nella conoscenza della mafia anche dal punto di vista culturale. Se il maxiprocesso di Palermo si è potuto celebrare, lo si deve anche a chi ha saputo condurre l’istruttoria nel rispetto delle regole e adottando tecniche di indagine estremamente sofisticate: ciò è stato fatto dall’ufficio istruzione di Palermo e in particolare dal dott. Falcone.
L’opinione pubblica non chiede di assegnare un premio, perché non di questo si tratta, ma di compiere scelte sicure e trasparenti, che tranquillizzino anche la collettività. Nominare il dott. Falcone consigliere istruttore significherebbe attribuire un altro onere a un magistrato già costretto dal suo impegno a grandi sacrifici e a rinunciare alla propria vita privata. Non si tratta dunque di assegnare né premi, né medaglie, né hanno ragione di dolersi coloro che hanno preferito affrontare le tranquille strade delle cause di sfratto.

Vincenzo Geraci: 
E’ proprio dal ricordo, per me ancora bruciante, della copertura dell’ufficio marsalese, che voglio prendere le mosse per ripassare la tetragona, compatta e irriducibile opposizione espressa proprio in quest’aula soprattutto dal maggioritario gruppo togato del Consiglio il quale, pur col buon gusto di non contestare le indiscusse doti di professionalità, abnegazione e coraggio del collega Borsellino, aspirante al posto, ritenne in quell’occasione che le stesse non potessero fare aggio sul dato della maggiore anzianità dell’altro concorrente.
Ricordo, in particolare, le parole pronunciate dal collega D’Ambrosio e puntualmente riportate nel Notiziario straordinario n. 17 del 10 settembre 1986 di questo Consiglio che si volle appositamente pubblicare, su iniziativa del collega Abbate, per informare i colleghi magistrati della scelta compiuta dal consiglio.
Ebbene, nell’occasione, D’Ambrosio dichiarò che il Consiglio non poteva lasciarsi influenzare dalla notorietà dei magistrati interessati, perché ciò avrebbe significato incentivare il protagonismo dei giudici che, tra i suoi effetti deleteri, avrebbe avuto anche quello del ritorno a un deprecabile carrierismo già alimentato dalle infelici sentenze della Corte costituzionale e del Consiglio di Stato. Pur con il disagio di dover ripercorrere momenti autobiografici rimasti indelebilmente impressi nel vissuto di quella sparuta pattuglia di «samurai» che si buttò generosamente a corpo morto, con immani sacrifici e rischi personali, nel contrasto giudiziario alla barbarie mafiosa in un momento in cui le strade di Palermo erano letteralmente lastricate di morti e i vertici istituzionali dell’isola venivano impietosamente decapitati uno dopo l’altro, sento di dover adempiere a un obbligo morale di testimonianza personale nel rappresentare che Giovanni Falcone è stato il migliore di tutti noi, e che io ascrivo a mio esaltante e irripetibile privilegio quello di aver lavorato assieme a lui che ha scritto pagine di riscatto civile nel libro della storia, non solo giudiziaria, del nostro paese. Ricordo, in particolare, l’emozione che ci prese quando, per primi, verbalizzammo le rivelazioni di un boss di primaria grandezza come Tommaso Buscetta che finalmente squarciava la cortina d’omertà che aveva fin lì protetto la mafia, sottoscrivendosi egli stesso mafioso e consentendoci approdi processuali impensabili solo due anni prima, allorquando era stato presentato il famoso rapporto dei «162», e fin lì lambiti soltanto dalle più intelligenti e audaci intuizioni politiche e sociologiche. Così come ricordo la commozione purtroppo tante volte provata nel ritrovarci davanti ai cadaveri sfigurati di tanti amici e collaboratori, fedeli servitori dello Stato, solo più sfortunati di noi nello sfuggire alla barbara vendetta mafiosa. Consentirete che io esprima il mio personale, indicibile tormento per l’intera vicenda e per l’inestricabile dilemma in cui rimango avviluppato. Se da un lato, infatti, le notorie doti di Falcone e i rapporti personali e professionali che coltivo con lui mi indurrebbero a preferirlo nella scelta, a ciò mi è però di ostacolo la personalità di Meli, cui l’altissimo e silenzioso senso del dovere, poi sempre manifestato, costò in tempi drammatici la deportazione nei campi di concentramento nazisti della Polonia e della Germania, dove egli rimase prigioniero per due anni dal settembre 1943 al settembre 1945, sopravvivendo a stento. Credo, anzi, che nonostante il ravvedimento dell’ultima ora, proprio il riconoscimento di questa altissima tempra morale e dignità d’uomo, in uno alle incontestate doti professionali, abbia mosso il collega Brutti nel formulare, nella seduta antimeridiana dei 15 luglio 1987, l’auspicio che lo Stesso collega Meli potesse quanto prima conseguire quell’ufficio direttivo – di cui oggi finalmente gli si presenta l’occasione – ove continuare a profondere il suo indiscusso impegno professionale. In tali condizioni, pertanto, vi chiedo di comprendere con quanta sofferenza e umiltà mi sento portato a esprimere il mio voto di favore verso la proposta della commissione. Il Consiglio passa alla votazione per appello nominale della proposta della commissione relativa al conferimento dell’ufficio direttivo di consigliere istruttore, presso il tribunale di Palermo, a sua domanda, al dott. Antonino Meli magistrato di Cassazione nominato alle funzioni direttive superiori, attualmente presidente di sezione della Corte di appello di Caltanissetta.

Votano a favore di Meli i consiglieri: Agnoli, Borrè, Buonajuto, Cariti, Di Persia, Geraci, Lapenta, Letizia, Maddalena, Marconi, Morozzo Della Rocca, Paciotti, Suraci e Tatozzi.

Votano contro i consiglieri: Abbate, Brutti, Calogero, Caselli, Contri, D’Ambrosio, Gomez d’Ayala, Racheli, Smuraglia e Ziccone.
Si astengono i consiglieri: Lombardi, Mirabelli, Papa, Permacchini e Sgroi.

Domande nella notte

Ne è valsa la pena, sei più serena adesso?

Sono state settimane intense, convivo con il terremoto, corro a destra e a manca. Mi capita di pensare alle nostre telefonate, al tuo accento straniero che ho spesso preso in giro e mi chiedo: “Ne è valsa la pena, sei più serena adesso?”. So che passerai da queste parti, ne sono certo.

Come va con la tua pelle, i tuoi sogni sono sempre paurosi, hai sempre quello splendido carattere “dolce” e accomodante? Mi chiedo quando ti capiterà di mollare l’armatura, guardarti dentro e capire che hai fatto una fesseria. Speriamo non sia troppo tardi. Lo dico per te, io sono già altrove anche se ancora ogni tanto volgo lo sguardo indietro, sorridendo per le cose belle che ho vissuto.

Pippo Fava – Oggi sono trent’anni

Trent’anni fa su mandato di Nitto Santapaola – ma vittima di un coacervo di interessi di poteri forti, mafia, politica, istituzioni – veniva spenta la voce di Pippo Fava, uno dei siciliani più lucidi, coraggiosi, migliori di sempre.

Le sue parole risuonano oggi come un allarme angosciato rimasto del tutto disatteso, parole che oggi se possibile pesano ancora più di allora, dopo lo scempio che di questa nazione è stato fatto proprio da quei personaggi di cui lui denunciava le responsabilità.
Si dovrebbero far leggere i suoi scritti (ma non solo i suoi) nelle scuole, perché è soprattutto con l’istruzione e la cultura che si sconfigge la corruzione, il malcostume, i comportamenti delinquenziali. È con la bellezza che si annichilisce la sozzura, il brutto, la mediocrità, il sotterfugio.

“È tempo di creare in Italia una seconda repubblica, che abbia delle leggi e una struttura di democrazia che elimini il pericolo che il politico possa diventare succube di se stesso o della propria avidità, o della ferocia degli altri, o della paura, o comunque che possa essere soltanto un professionista della politica.

Tutto nasce da lì, dal fallimento della politica e degli uomini politici e della nostra struttura politica e forse della nostra democrazia – così come noi l’abbiamo in buonafede e appassionatamente costruita – e che ci si sta sgretolando fra le mani.

Dovremmo incominciare da lì.”

Il post del 26 dicembre del 2005 – tra le cose più belle che abbia letto in rete

da http://www.ragazzadellago.splinder.com

«Non esiste una verità, che riguarda i rapporti umani, rintracciabile in un racconto, in un libro, in un film… o in un blog.
La vita di tutti noi è troppo complicata, troppo unica e speciale per essere riassunta, capita, rappresentata in uno scritto.

Alla fine, si deve avere il massimo rispetto per le cose che abbiamo vissuto, per chi ci ha fatto del male, per chi ci ha aiutati, per i dolori che ci hanno trafitto il cuore, per gli sbagli che abbiamo commesso, per le scelte che abbiamo fatto, per le persone che abbiamo fatto entrare nella nostra esistenza (quelle che ci sono, e quelle che sono andate via).
Siamo la somma di tutto questo.
Nel bene e nel male, è la nostra storia.

I momenti negativi non solo ci rendono più forti, ma ci rendono migliori.
Ci fanno “vedere” cose che difficilmente capiremmo se non fossimo passati attraverso quei dolori che devastano l’anima.
I rimpianti sono inutili, e spesso ci impediscono di vivere bene questo cammino, già troppo tortuoso in sé, che è la vita.
Il nostro passato è parte di noi, e certamente dobbiamo avere la massima consapevolezza di quello che siamo stati, per capire chi siamo oggi, ma non è giusto vivere il presente con lo sguardo rivolto indietro.
Si va avanti, si deve andare avanti, cercando di capire ciò che è stato, senza rimanerne, però, incatenati.

Serve un po’ di compassione, per noi stessi e per gli altri. Dobbiamo cercare di perdonare gli altri, imparando, prima, a fare pace con noi stessi.
E smetterla di combattere.

Vivere, per tutti, non è mai semplice: dovremmo cercare davvero di trarre il meglio da ogni evento, da ogni persona.
La vita ci pensa già da sola ad infliggerci delusioni e dolori, cerchiamo di non contribuire a farci del male anche noi, con la nostra volontà.
Dovremmo imparare ad apprezzare (sempre) quello che siamo riusciti a costruire, quello che abbiamo, essere fieri di quello che abbiamo fatto, cercando di non vivere proiettati in ciò che è stato, o avrebbe potuto essere. Cercando di essere sereni con noi stessi.
A volte, chiudiamo le porte del cuore, per masochismo, per punirci.
A volte, ci facciamo sopraffare dall’orgoglio, dalla paura, dal cinismo.

A volte, non abbiamo abbastanza coraggio, e smettiamo di comunicare, mettendo il silenzio tra noi e gli altri.

A volte, ci lamentiamo perché non veniamo capiti, anche se poi anche noi, spesso, ci rifiutiamo di capire gli altri.

Non siamo tutti uguali.
Dobbiamo smettere di giudicare gli altri, se non vogliamo essere giudicati.
Comprensione reciproca: ne dovremmo tutti essere dotati un po’ di più.

Viviamo troppo nella rabbia, e mentre maceriamo il nostro cuore nei tormenti, mentre crediamo che non c’è amore per noi, non vediamo che ne siamo, invece, spesso circondati e sopraffatti.
Non vediamo mai chi ci ama veramente fino a quando non lo perdiamo, o quando, comunque, è troppo tardi. La rabbia ci trasforma proprio nelle persone da cui cerchiamo di fuggire; non vorremmo essere come loro, ma lo diventiamo.
Scegliamo volontariamente solitudini e malinconie, quando, forse, la serenità è molto più vicina di quanto pensiamo: basterebbe avere il coraggio di allungare una mano. Basterebbe avere il coraggio di fidarsi degli altri, basterebbe voler bene un po’ di più, esternando i propri sentimenti.
Chiudersi in se stessi, alla fine, allontana gli altri, e allontana da noi l’occasione di essere amati.

Tutti noi abbiamo dentro qualcosa di bello… basta avere la pazienza e il coraggio di scoprirlo.»

 

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