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Ho solo desiderio di autentica bellezza, voglio essere inondato, stordito. Basta romanzetti popolari.

Come si dovrebbe baciare

Franz Kafka

Io l’amo eppure non le posso parlare, sto sempre in agguato per non incontrarla.

Nitore cercasi

So che senza gli opposti ben poco potremmo afferrare del mondo sensibile e di quello dentro di noi. Non c’è bellezza senza bruttezza, intimità senza solitudine, intelligenza senza stupidità, chiarezza senza confusione. Ciò nonostante sento la bilancia pendere sempre di più verso il lato negativo del confronto, verso il meno, verso la parte vuota.
In una corsa sfrenata verso il sonno costante rifiutiamo di guardare il cielo mentre fissiamo ostinati l’asfalto su cui precipitiamo verso niente. Sproloquiamo di libertà mentre oliamo e lucidiamo le catene che ci costringono, pontifichiamo sull’amore mentre affannosamente fuggiamo da esso come la vittima dall’assassino, convinti che questo stato di anestesia durerà per sempre. Come se il conflitto tra ciò che siamo e ciò che ci costringiamo ad essere non dovesse deflagrare mai.
Basterebbe uno sguardo nitido, preciso, spietato, per denudarci dalle nostre illusioni, per lasciarci soli al freddo della nostra incapacità di essere. Ma ce le teniamo addosso pervicacemente, come il barbone vergognoso stringe a sé i propri cenci, convinti che il tempo non stia passando mentre noi non siamo già che il nostro inconsapevole passato.

Ed io ho solo voglia di tornare a respirare.

A volte Battiato mi trafigge

E ti vengo a cercare
anche solo per vederti o parlare
perché ho bisogno della tua presenza
per capire meglio la mia essenza.
Questo sentimento popolare
nasce da meccaniche divine
un rapimento mistico e sensuale
mi imprigiona a te.
Dovrei cambiare l’oggetto dei miei desideri
non accontentarmi di piccole gioie quotidiane
fare come un eremita
che rinuncia a sé.
E ti vengo a cercare
con la scusa di doverti parlare
perché mi piace ciò che pensi e che dici
perché in te vedo le mie radici.
Questo secolo oramai alla fine
saturo di parassiti senza dignità
mi spinge solo ad essere migliore
con più volontà.
Emanciparmi dall’incubo delle passioni
cercare l’Uno al di sopra del Bene e del Male
essere un’immagine divina
di questa realtà.
E ti vengo a cercare
perché sto bene con te
perché ho bisogno della tua presenza.

La verità agghiacciante e la nostra ignoranza

Planando

Oggi pensavo agli aeroplanini di carta e alle persone.

L’aeroplanino.
Il risultato di due volontà: quella della mano di piegare il foglio e quella del foglio di essere piegato. I gesti rappresentano la qualità delle motivazioni, la trasparenza degli intenti, la capacità di rispettare le giuste regole (le pieghe) che fanno di un semplice foglio quell’oggetto capace di volare e strapparci un sorriso.
La cosa più saggia da fare, la più ovvia ma spesso la meno praticata, è la scelta del tipo più adatto di carta.
Non troppo leggera né inutilmente pesante, non troppo rigida né troppo cedevole. Carta giusta uguale persona giusta, la sua consistenza rappresenta il suo carattere; sbagliamo carta e le conseguenze – presto o tardi – si vedranno in volo.

Tecnica.
A volte può capitare di calcolare male una piega, per fretta o distrazione, per sciatteria o qualunque altro motivo che distolga dal rispetto delle regole che conosciamo bene. Ci accorgiamo subito di aver fatto un errore dalle inevitabili conseguenze, ma siamo bimbi furbetti, ed è allora che gli eventi iniziano a prendere una brutta piega, quando pensiamo che rifacendola nessuno si accorgerà dell’errore.
Ma è inutile barare, se ne accorgerà il vento.

Procediamo.
Seguire lo schema è La regola, muoversi con movimenti consapevoli e decisi, agire quando si è sicuri. Se siamo onesti nei nostri gesti il risultato arriverà.
Ecco l’aeroplanino. Finito. Lo soppesiamo, lo guardiamo da tutti i lati, fieri di averlo costruito ed impazienti di farlo volare, ma ancora cauti nel maneggiarlo. L’impazienza può rappresentare due atteggiamenti distinti.
Il primo è quello di chi non vuole fare ciò che deve a regola d’arte, ma pretende comunque ciò che quindi non gli spetta. Quell’impazienza è nemica del volo.
Poi c’è quella di chi ha fatto tutto per bene e vuole solo vedere l’aeroplanino volare. Questa impazienza le è amica.
Non è il tempo che abbiamo dedicato all’opera a fare la differenza, ma la determinazione nel crearla al meglio delle nostre possibilità. A volte basta uno sguardo e pochi gesti per creare l’aeroplanino perfetto. Altre volte non basta un’eternità.
Ci incaponiamo fino a riempire il foglio di pieghe sbagliate, lo maltrattiamo fino a renderlo inservibile per noi ma anche per chi – successivamente – con pazienza e amore potrebbe farlo ancora volare. L’egoismo è nemico del volo.
Una parte di responsabilità è anche del foglio, che dovrebbe riflettere bene prima di accettare con fiducia la mano che lo cambierà. Ribellarsi, se serve.
Ogni foglio ha la mano che merita e ogni mano ha il foglio che le spetta. Assumiamoci l’onere della scelta senza subirla, quando siamo la mano che decide, così come quando incarniamo il foglio che si lascia piegare.

Alla finestra.
È una bella giornata di sole e un leggero venticello ci carezza il viso. Abbiamo visto molti aeroplanini finire male; ci sono quelli che sapevamo da subito che non avrebbero mai volato, poi alcuni che sono precipitati in picchiata per il troppo peso in testa e nessun contrappeso in pancia e in coda, altri ancora con le ali sgraziate hanno fatto strane traiettorie sincopate per poi cadere mestamente.
Ma adesso c’è lui, l’ultimo che abbiamo creato, lì nelle nostre mani.
Percepiamo l’equilibrio delle forme, la leggerezza che ne testimonia il carattere; mano e foglio questa volta si sono mossi all’unisono. Ciò che funziona davvero lo riconosci al primo sguardo.

Lanciamo.
Non è un volo rettilineo, senza scosse, dritto come potevamo immaginare, ma piuttosto una lunga, morbida, ampia curva. Lo guardiamo sicuro allontanarsi da noi, estasiati e senza paura, perché la mano e il foglio sanno dall’inizio che non conosceranno la traiettoria finché l’aeroplanino non l’avrà scelta. Fiducia.
Il senso di tutto, il vero ingrediente misterioso, non è nell’inizio, nel mezzo e neanche nella fine delle cose. Il segreto è l’onestà che ci mettiamo nel tentare di realizzarle.

Il volo.
Staccarsi da terra con la speranza di vedere tutto da un punto di vista nuovo e inaspettato, guardare con incanto giù il paesaggio che scorre sotto gli occhi. Commuoversi e sentire l’anima lieve.
Sappiamo che quella lunga e morbida curva prima o poi avrà una fine – mano e foglio lo hanno sempre saputo, eppure non hanno desistito – l’imperativo è volare, dimostrare che ne siamo capaci.
Perché se non si ha il coraggio di volare vuol dire che non sia ha il coraggio di vivere e il modo giusto di vivere coincide sempre con il modo giusto di volare. Un modo unico e morbido.

Planando.

La Volpe e l’Uva

Mi lascio attraversare da te senza timore. Forse mi ferirai, forse no.
L’importante è avere sempre il coraggio di vivere.

E ti vengo a cercare

Sai, in questo preciso istante, che sono sincero.

Ovunque tu sia ti chiedo scusa.
Per i sorrisi spenti sul tuo viso e quelli mai accesi.
Per le attese logoranti, infinite e mai interrotte.
Per la tua incrollabile fede in quell’intuizione che non è mai arrivata in tempo.
Per averti ferito senza motivo, anche se manovrato, ma sempre con ottusa cecità.
Per non averti abbracciato. Per non essere stato umano a prescindere.
In questa notte di lacrime e rimpianti, ti chiedo profondamente scusa per non aver capito nulla.

Ovunque tu sia ti chiedo di darmi una mano.
Per tacitare quel pianto che mi porto dentro da tutta una vita.
Per chiudere la ferita che ha azzoppato tutti i miei slanci.
Per le parole non dette e che mai ci diremo e per quelle di troppo che ho detto senza curarmi di te.
Per l’amarezza che solo adesso riesco ad immaginare. Perché non ero lì almeno alla fine.
A modo mio, troppo tardi, ho cercato di volerti bene senza chiedermi chi tu fossi.

Ovunque tu sia sii felice e scusami anche con lei.

Dopo la notte più scura

Ieri sei stata un lampo nel buio, l’improvvisa consapevolezza di desiderare la tua voce, la tua mente, riconnettermi con te.
Ho imparato che anche dopo la notte più scura c’è sempre un’altra alba e ne ho avuto nuovamente la limpida conferma.
Ben tornata nella mia vita Sara.

Perfect stranger

Sin da piccolo ho sempre esagerato, nelle azioni e nelle reazioni.
Troppo affetto, troppo odio, troppa permalosità, troppa tolleranza, troppo interesse, troppa strafottenza, troppa educazione, troppa volgarità…
Un’altalena costante che per lungo tempo credevo essere perfettamente naturale.
Ci ho messo tutta una vita per cercare di smussare i miei corposi spigoli, eppure sotterraneamente sento di essere sempre al punto di partenza o giù di lì. Niente mezze misure.
Il mio ego è troppo ingombrante, capace di incernierare ogni ragionamento su di sé, mettendomi illusoriamente al centro dell’universo e, di fatto, collocandomi al margine di esso e da quel punto di vista marginale, ogni volta, mi ritrovo pensieroso a tirare le somme del mio agire.
Ciò nonostante, e certi sbagli o fallimenti stanno lì ad indicarmelo chiaramente, il bilancio di azioni e reazioni è incontestabilmente a mio sfavore.
Investo troppo nelle persone, concedo subito un fido (come si usa in linguaggio bancario) davvero non motivato.
Ma non solo con le rare persone che sento subito vicinissime, ma anche con quelle che poi ti ritrovi a classificare come pseudo amici, probabili amici o addirittura nuovi amici. Forse è proprio con loro che il bilancio precipita verticalmente.
Il Candido di Voltaire in fondo mi fa un baffo.
Favori, disponibilità, tempo, ascolto, confronto, operare per dare una mano d’aiuto, a volte aiuto nel cercare un lavoro, tutto viene puntualmente preso ma mai reso (anche se in fondo non è quello il motivo per cui aiuti una persona che credi amica).
Poi accadono cose quasi impercettibili e ti rendi conto (o a volte addirittura percepisci in anticipo) che quando un piccolo nuovo vantaggio si prospetta da qualche altra parte per quelle persone, improvvisamente arriva il silenzio. Non hanno più nulla da dire, non ti mettono più a parte di nulla né ti chiedono notizie di te, sono occupate nelle loro vite di cui ti rendi conto di non aver fatto mai realmente parte o sono tese e silenti a quel piccolo vantaggio che in fondo sanno essere un piccolo danno (anche solo indiretto) per te.
Anche qui la trappola azione/reazione entra nuovamente in gioco.
L’istinto è quello di mandarle a quel paese e voltare pagina, ma la verità è che non sono quelle persone il problema ma la sofferenza che ti porti dentro, il rammarico per aver lasciato la tua anima incustodita, per aver permesso a qualcuno di entrarci dentro con le scarpe chiodate ed uscirne lasciando impronte e detriti che poi tu da solo dovrai pulire.
Sarà il mio ego, non so, ma molta dell’umanità a me conosciuta (quindi quella che vivo tutti i giorni nella mia città o al massimo nella mia regione) sembra davvero inconsapevolmente mediocre. Infelice. E la positività di cui sento essere intrisa ogni mia fibra si spegne, mi sento mancare le forze, devo sedermi e aspettare che passi per poi riprendere di slancio, sorridente, pieno di vita, innocente.
Fino al prossimo errore.

Naked tears

Ho bisogno di piangere.
Oggi sarà una lunga giornata, con echi dolorosi anche domani e dopodomani.
Non andrò lì dove vorrei andare, non vedrò chi in verità vorrei vedere e – in definitiva – eviterò di farmi ancora più male.
Viva la saggezza.
Ciò non toglie che avrei bisogno di prorompere in un pianto liberatorio, buttare tutto alle mie spalle, sorridere di tutto questo malessere inutile e ricominciare da un’altra parte.
So per esperienza che capiterà, che devo solo stare fermo ad aspettare che passi.
Però è dura.

Anatomia di un disagio

Mi chiedo dove.
Dov’è che fa male? Non riesco a capire. Questa strana oppressione al petto, lacrime immotivate si fanno strada sul limite delle mie palpebre, gola strozzata, desiderio di franare.
Incroci già superati, strade già percorse, paesaggi che credevo alle mie spalle e che invece sono ancora lì, integri, spaventosamente estesi e nuovamente da attraversare.
Ancora lavoro. Fatica. Sono stanco.
Amministro bene le apparenze, padroneggio gli strumenti della solitudine, eppure improvvisa è apparsa questa lacerazione. Lancinante.
Ho lasciato l’anima incustodita, lo ammetto.
La mia energia vitale è evaporata in attese insensate che sapevo già di non dover assecondare. Hai fatto un buon lavoro. Ho fatto un buon lavoro.
Sono solo un presuntuoso e buio pesto sia.
Non c’eri. Non esisti. Sei solo la manifestazione del mio disagio con me stesso.
Mi lacrima il cuore e ci vorrà molto tempo, questa volta, per ricucire l’ennesimo strappo.
Il bello è che non so da dove iniziare.

Wisława Szymborska

Devo molto
a quelli che non amo.

Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.

La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l’amore non può darlo,
né riesce a toglierlo.

Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come una meridiana,
capisco
ciò che l’amore non capisce,
perdono
ciò che l’amore mai perdonerebbe.

Da un incontro a una lettera
passa non un’eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.

E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che trovi sui ogni atlante.

È merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perché mobile.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

“Non devo loro nulla” –
direbbe l’amore
sulla questione aperta.

Zac!

A volte con rammarico bisogna avere il coraggio di bloccare l’emorragia di energie che lentamente ci dissangua.

Oggi mi sento un po’ così… :)

Semplice e stupenda. Una poesia bdsm.

Poesia bdsm

Poesia bdsm

Un weekend da ricordare

Non eravamo mai usciti insieme come coppia, non ci era mai passato per la mente di poterlo essere, anche se in un contesto così particolare come una serata bdsm. È stato strano già vederti uscire di casa, vestita come una giovane donna, truccata, con un’andatura decisa, abituato com’ero a vederti in jeans, acqua e sapone, con quella risatina che tanto ti rende fragile senza renderti giustizia. Eri molto bella e se ne sono accorti tutti. Sei stata guardata con piacere da uomini e donne e questo è sempre un buon segno. Siamo stati, insieme a Chiara ed Alessandro, la coppia più guardata della serata ma tu scintillavi, due gocce di cioccolato fondente hanno illuminato quella lunga tavolata, il tuo sguardo era felice. Io di certo sono stato l’uomo più invidiato, vista la nostra sostanziosa differenza di età e la curiosità che il nostro legame evidente suscitava. Tu hai fatto le fusa per tutto il tempo, nessuno penserà che siamo solo ciò che siamo.

La domenica è stata altrettanto memorabile, dal preludio a casa di Antonio, con i ragazzi tutti intenti a prepararsi in quell’atmosfera surreale fatta di corpetti stretti, tacchi a spillo, collari, abbigliamento in pelle e risolini. Come spiccavi lì in mezzo, finalmente vestita come credo avessi sempre desiderato (ma sono certo che farai ancora meglio in futuro), libera come un pesce nel mare, guizzavi finalmente nel tuo elemento naturale. All’ingresso nel club sembravi una bambina che arriva a Disneyland, i tuoi occhi saettavano da un lato all’altro, guardavi tutto e tutti alla ricerca di cose da imparare. Mi pare che ne abbia imparate alcune molto importanti. La tua mano nella mia per molto tempo. Quando ti abbiamo visto maneggiare il flogger per la prima volta nella vita è stato chiaro a tutti che sembravi nata con quell’attrezzo in mano, quasi fosse un’estensione della tua mente. Vedere e soprattutto sentire i tuoi colpi abbattersi sul corpo dei due consenzienti malcapitati e contemporaneamente osservare i tuoi occhi scintillanti di cattiveria è stata una scarica di adrenalina per coloro che hanno assistito. Una parte importante di te è lì, in quei colpi. Dubito fortemente che potrai fare a meno di coltivare quel piacevole passatempo, credo anzi che andrai a fondo in quella parte della tua anima, che potrebbe sembrare buia invece è piena di una luce inquietante. Hai una feroce bellezza quando colpisci.

Poi mi hai chiesto di provare quel frustino rigido. Su di te. I primi colpi sulle tue terga li ho dati io, la nostra prima volta. Questo non ce lo toglierà nessuno. Vuoi sapere se questa mia prima esperienza è stata emozionante? Sì, lo è stata. Passare da anni di riflessioni ed interrogativi ad un semplice gesto, in un attimo. Godere di quel gesto. Comprendere che fa parte della mia natura. Nonostante le tue risate nervose, nonostante lo sforzo che hai fatto per non reagire, stare chiuso in quella stanza con te a quattro zampe su quel letto tondo, mentre mi offrivi le tue bellissime chiappe da colpire, mi ha emozionato. Memorabile che la mia prima volta in tal senso sia stata con te. Poi gli abbracci, noi stesi lì a capacitarci a fatica di tutte le cose che ci avevano attraversato la mente in quel weekend magico. Stringerti a me, con l’affetto profondo che sai che provo e che tu ricambi con altrettanta forza.

Affetto. Il nostro unico vero problema.

Non scatta altro fra noi, ma non c’è squilibrio, siamo perfettamente non coinvolti, i nostri cuori (o forse le nostre viscere) non vibrano a dispetto delle nostre menti che spesso marciano all’unisono. C’è un intesa fredda, o forse tiepida sarebbe più giusto definirla. Quel genere di temperatura che non ha un colore preciso, non siamo carne né pesce. Un sentimento eunuco ci unisce trattenendoci, non dandoci il coraggio di andare ognuno per la propria strada così come di percorrerne fino in fondo una sola, in due. Per questo subito dopo esserti stato così vicino e averti sentita ad un passo da me devo allontanarmi. Mi sento mancare il fiato, una strana malinconia mi opprime. Siamo due pianeti che ruotano l’uno attorno all’altro, ma le nostre orbite sembrano destinate a non farci incontrare mai veramente. Temo che non basterà un frustino a rompere questo triste incantesimo, né lacrime assenti – di nostalgia e rimpianto – a renderci liberi.

Noi che abbiamo 30′anni….

Sono stupendi i trent’anni, ed anche i trentuno, i trentadue, i trentatré, i trentaquattro, i trentacinque! Sono stupendi perché sono liberi, ribelli, fuorilegge, perché è finita l’angoscia dell’attesa, non è cominciata la malinconia del declino, perché siamo lucidi, finalmente, a trent’anni! Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti. Se siamo atei, siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna. E non temiamo le beffe dei ragazzi perché anche noi siamo giovani, non temiamo i rimproveri degli adulti perché anche noi siamo adulti. Non temiamo il peccato perché abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perché abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile. Non temiamo la punizione perché abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se ci incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo. Li facciamo con noi stessi e basta, col nostro dolore, da grandi. Siamo un campo di grano maturo a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita. È viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più. Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui scenderemo un po’ ansimanti e tuttavia freschi. Non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e avanti e meditare sulla nostra fortuna…
Oriana Fallaci

 

Assetati di bellezza?

https://gregorycolbert.com

Un’esperienza meravigliosa…

Primo Levi – Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

 

 

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