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Amore a prima vista

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
È bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da molto tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano
una volta un faccia a faccia
forse in una porta girevole?
uno scusi nella ressa?
un ha sbagliato numero nella cornetta?
ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio
il caso giocava con loro.

Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava e allontanava,
tagliava loro la strada
e soffocando un risolino
si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o il martedì scorso
una fogliolina volò via
da una spalla a un’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa fu raccolto.
Chissà, forse già la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
su cui anzitempo
un tocco si posava su un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

Wisława Szymborska

Michel de Montaigne

Niente imprime una cosa così intensamente nella memoria quanto il desiderio di dimenticarla.

Esattamente.

intimacy

Help

C’è un’anima pietosa che lavora all’INPS disposta a mandarmi una raccomandata che mi ricordi che sono prossimo ai 50 anni? Un atto ufficiale che attesti quanto questi sentimentalismi da adolescente in subbuglio siano disdicevoli, che devo piuttosto pensare all’inesorabile discesa verso la tomba con fare plumbeo, stanco, rassegnato e senza energia? Che non solo sono vecchio ma debbo pure sentirmici e – soprattutto – non rompere i coglioni? Allegato alla raccomandata gradirei un elenco di case di riposo disposte ad accogliermi.
Grazie.

In caso non fosse possibile cerco un’anima pia che lavori in qualche centro di igiene mentale, capace di stroncare questo irriducibile trentenne che abusivamente vive dentro di me da tempo immemorabile, indisponibile ad arrendersi all’evidenza di essere fuori tempo e fuori luogo ovunque e sempre con il suo voler sapere e scoprire a tutti i costi non si sa poi bene cosa. Ma soprattutto con l’inesauribile bisogno di parlare. Parlare, parlare, parlare e ancora parlare; che sia al telefono, de visu, al balcone o tutt’e tre le cose messe insieme, senza la minima avvisaglia di un attacco di afasia, laringite o qualunque altra indisposizione che sarebbe vissuta dall’universo – ne sono consapevole – con spirito di gratitudine.
Grazie.

In definitiva mi accontento anche di un prete che pratichi esorcismi. Sono chiaramente posseduto dallo spirito maligno di un ragazzino che mi fa fare delle cazzate incommensurabili [come bloccare in un impeto di rabbia un certo account su whatsapp per un'ora, salvo pentirmi subito dopo ma meritare comunque per questo la scomunica eterna e le fiamme dell'inferno] o – incredibile dictu – ascoltare a cena i Modà in concerto, fino ad allora per il sottoscritto dei perfetti sconosciuti, manco fossero i Rolling Stones che cantano poesie di Leopardi

“Ci sarà un posto dove l’aria non parla di te”

Ci sarà un posto dove mi possono ricoverare, vero? Aiutatemi…
Grazie.

Ti prenderei a schiaffi

Ti basti sapere solo questo.

L’equità del mare

In nave. Direzione Napoli, esterno giorno. Appena sveglio.
Sono circondato da un’enorme massa d’acqua di colore scuro, calma. Il sole del mattino splende già alto e si riflette sulla sua superficie. Il leggero movimento delle onde improvvisamente me lo fa apparire diverso, gelatinoso. Strana impressione un po’ inquietante.
Non c’è nulla attorno a me se non acqua. Acqua a perdita d’occhio.
Sono su una grande nave, dotata di strumentazione precisa e mezzi di trasmissione, la rotta è collaudata ed è come andare in autostrada mi dico.
Poi penso ai primi uomini che si sono sentiti attratti da questo infinito sconosciuto, che hanno progettato mezzi capaci di solcarlo, dovuto comprendere venti e correnti, codificare gesti e abitudini, attratti irresistibilmente da questo orizzonte senza fine. Mi domando quale fosse il loro stato d’animo un attimo prima di avventurarsi verso il nulla, quanti avranno visto per primi meravigliose terre sconosciute e quanti altri avranno perso la vita senza aver visto altro che acqua ostile. Che coraggio.
Poi penso che il mare aperto è anche una metafora.
Che molti esseri umani, giustamente, non se la sentono di indagare quella massa scura, di solcarla, di sfidare il mare grosso che ciclicamente ritorna, che preferiscono veleggiare sotto costa, al riparo, sempre pronti a rimettere un piede sulla terraferma al primo accenno di mareggiata. I più pavidi si limitano a fare il bagno su una spiaggia col fondale basso. Chi per paura, chi per semplice incapacità di sentirsi attratto da qualcosa che sembra non avere confini.
A loro non è dato conoscere i propri limiti, sfidare la sorte, scoprirsi immortali oppure destinati alla sconfitta. Rischiare la vita per vedere qualcosa che è destinato solo agli occhi dei coraggiosi. Non è dato anche confrontarsi con gli astri in modo da trovare i punti fermi per tracciare la propria rotta, interrogarsi nel profondo chiedendosi se la direzione sia quella giusta, misurare davvero la fiducia che hanno in se stessi, il calore reale del fuoco che arde loro dentro.
Perché chi invece lo fa viene plasmato dal vento, dal sale e dal sole.
La persona che parte per il mare aperto e occasionalmente ritorna sulla terraferma lo riconosci, è diverso. Scolpito dalla solitudine sorride agli altri uomini senza sentire il bisogno di confondersi con essi.
Ha negli occhi il riflesso quell’orizzonte senza soluzione, il passo tranquillo di chi si è smarrito nell’infinito e ha saputo trovare la strada del ritorno, da solo. Uno che è stato lì lì per affogare ed ha saputo riguadagnare il respiro che lo ha fatto rinascere ad un passo dalla morte.
È così che immagino l’anima dell’uomo, mare aperto, mistero che atterrisce o che affascina, strumento di costrizione per chi non ha la forza di sfidarlo e spunto di libertà per chi non sopporta di vivere ancorato alla roccia fredda e senza risposte.
Poi guardo me e cerco di capire quanto del mio mare ho solcato, conto le volte che ho rischiato di annegare, di quando ho ascoltato il canto delle sirene tentato dal lasciarmi andare. Comprendo che chi ama il mare non smette mai di navigare, chi vuole conoscere non smette mai di percorrere in lungo e in largo quello specchio scuro. Senza rimproverarlo per la solitudine a cui ci costringe né odiarlo quando, stanco del nostro girare in tondo senza senso, decide per un apparente capriccio crudele di farci annegare.

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Oggi

A pranzo Patrizia mi ha chiesto di te. Irreale…

Tanto quanto il fatto che tu venga a sbirciare qui, sapendo di non lasciare tracce del tuo passaggio. Come avere una rosa a disposizione ed andare ad annusare la bomboletta del deodorante… Sorrido. 
Ciao.

Memento

Amare qualcuno è una cosa bellissima e, se si tratta di un sentimento sincero non bisogna sentirsi in un labirinto. Noi siamo tutti esseri imperfetti che vivono in un mondo imperfetto. Non viviamo misurando le distanze con la riga, gli angoli con il goniometro né controllando entrate e uscite come sul conto in banca. Ogni cosa segue comunque il suo corso e per quanto uno possa fare del suo meglio, a volte è impossibile evitare che qualcuno rimanga ferito. Occorre essere aperti e abbandonarsi alla vita così come viene, rendendosi conto di quanto sia meravigliosa.

                                                  Haruki Murakami – Norwegian wood. Tokyo blues

Ho solo desiderio di autentica bellezza, voglio essere inondato, stordito. Basta romanzetti popolari.

Come si dovrebbe baciare

Franz Kafka

Io l’amo eppure non le posso parlare, sto sempre in agguato per non incontrarla.

Nitore cercasi

So che senza gli opposti ben poco potremmo afferrare del mondo sensibile e di quello dentro di noi. Non c’è bellezza senza bruttezza, intimità senza solitudine, intelligenza senza stupidità, chiarezza senza confusione. Ciò nonostante sento la bilancia pendere sempre di più verso il lato negativo del confronto, verso il meno, verso la parte vuota.
In una corsa sfrenata verso il sonno costante rifiutiamo di guardare il cielo mentre fissiamo ostinati l’asfalto su cui precipitiamo verso niente. Sproloquiamo di libertà mentre oliamo e lucidiamo le catene che ci costringono, pontifichiamo sull’amore mentre affannosamente fuggiamo da esso come la vittima dall’assassino, convinti che questo stato di anestesia durerà per sempre. Come se il conflitto tra ciò che siamo e ciò che ci costringiamo ad essere non dovesse deflagrare mai.
Basterebbe uno sguardo nitido, preciso, spietato, per denudarci dalle nostre illusioni, per lasciarci soli al freddo della nostra incapacità di essere. Ma ce le teniamo addosso pervicacemente, come il barbone vergognoso stringe a sé i propri cenci, convinti che il tempo non stia passando mentre noi non siamo già che il nostro inconsapevole passato.

Ed io ho solo voglia di tornare a respirare.

A volte Battiato mi trafigge

E ti vengo a cercare
anche solo per vederti o parlare
perché ho bisogno della tua presenza
per capire meglio la mia essenza.
Questo sentimento popolare
nasce da meccaniche divine
un rapimento mistico e sensuale
mi imprigiona a te.
Dovrei cambiare l’oggetto dei miei desideri
non accontentarmi di piccole gioie quotidiane
fare come un eremita
che rinuncia a sé.
E ti vengo a cercare
con la scusa di doverti parlare
perché mi piace ciò che pensi e che dici
perché in te vedo le mie radici.
Questo secolo oramai alla fine
saturo di parassiti senza dignità
mi spinge solo ad essere migliore
con più volontà.
Emanciparmi dall’incubo delle passioni
cercare l’Uno al di sopra del Bene e del Male
essere un’immagine divina
di questa realtà.
E ti vengo a cercare
perché sto bene con te
perché ho bisogno della tua presenza.

La verità agghiacciante e la nostra ignoranza

Planando

Oggi pensavo agli aeroplanini di carta e alle persone.

L’aeroplanino.
Il risultato di due volontà: quella della mano di piegare il foglio e quella del foglio di essere piegato. I gesti rappresentano la qualità delle motivazioni, la trasparenza degli intenti, la capacità di rispettare le giuste regole (le pieghe) che fanno di un semplice foglio quell’oggetto capace di volare e strapparci un sorriso.
La cosa più saggia da fare, la più ovvia ma spesso la meno praticata, è la scelta del tipo più adatto di carta.
Non troppo leggera né inutilmente pesante, non troppo rigida né troppo cedevole. Carta giusta uguale persona giusta, la sua consistenza rappresenta il suo carattere; sbagliamo carta e le conseguenze – presto o tardi – si vedranno in volo.

Tecnica.
A volte può capitare di calcolare male una piega, per fretta o distrazione, per sciatteria o qualunque altro motivo che distolga dal rispetto delle regole che conosciamo bene. Ci accorgiamo subito di aver fatto un errore dalle inevitabili conseguenze, ma siamo bimbi furbetti, ed è allora che gli eventi iniziano a prendere una brutta piega, quando pensiamo che rifacendola nessuno si accorgerà dell’errore.
Ma è inutile barare, se ne accorgerà il vento.

Procediamo.
Seguire lo schema è La regola, muoversi con movimenti consapevoli e decisi, agire quando si è sicuri. Se siamo onesti nei nostri gesti il risultato arriverà.
Ecco l’aeroplanino. Finito. Lo soppesiamo, lo guardiamo da tutti i lati, fieri di averlo costruito ed impazienti di farlo volare, ma ancora cauti nel maneggiarlo. L’impazienza può rappresentare due atteggiamenti distinti.
Il primo è quello di chi non vuole fare ciò che deve a regola d’arte, ma pretende comunque ciò che quindi non gli spetta. Quell’impazienza è nemica del volo.
Poi c’è quella di chi ha fatto tutto per bene e vuole solo vedere l’aeroplanino volare. Questa impazienza le è amica.
Non è il tempo che abbiamo dedicato all’opera a fare la differenza, ma la determinazione nel crearla al meglio delle nostre possibilità. A volte basta uno sguardo e pochi gesti per creare l’aeroplanino perfetto. Altre volte non basta un’eternità.
Ci incaponiamo fino a riempire il foglio di pieghe sbagliate, lo maltrattiamo fino a renderlo inservibile per noi ma anche per chi – successivamente – con pazienza e amore potrebbe farlo ancora volare. L’egoismo è nemico del volo.
Una parte di responsabilità è anche del foglio, che dovrebbe riflettere bene prima di accettare con fiducia la mano che lo cambierà. Ribellarsi, se serve.
Ogni foglio ha la mano che merita e ogni mano ha il foglio che le spetta. Assumiamoci l’onere della scelta senza subirla, quando siamo la mano che decide, così come quando incarniamo il foglio che si lascia piegare.

Alla finestra.
È una bella giornata di sole e un leggero venticello ci carezza il viso. Abbiamo visto molti aeroplanini finire male; ci sono quelli che sapevamo da subito che non avrebbero mai volato, poi alcuni che sono precipitati in picchiata per il troppo peso in testa e nessun contrappeso in pancia e in coda, altri ancora con le ali sgraziate hanno fatto strane traiettorie sincopate per poi cadere mestamente.
Ma adesso c’è lui, l’ultimo che abbiamo creato, lì nelle nostre mani.
Percepiamo l’equilibrio delle forme, la leggerezza che ne testimonia il carattere; mano e foglio questa volta si sono mossi all’unisono. Ciò che funziona davvero lo riconosci al primo sguardo.

Lanciamo.
Non è un volo rettilineo, senza scosse, dritto come potevamo immaginare, ma piuttosto una lunga, morbida, ampia curva. Lo guardiamo sicuro allontanarsi da noi, estasiati e senza paura, perché la mano e il foglio sanno dall’inizio che non conosceranno la traiettoria finché l’aeroplanino non l’avrà scelta. Fiducia.
Il senso di tutto, il vero ingrediente misterioso, non è nell’inizio, nel mezzo e neanche nella fine delle cose. Il segreto è l’onestà che ci mettiamo nel tentare di realizzarle.

Il volo.
Staccarsi da terra con la speranza di vedere tutto da un punto di vista nuovo e inaspettato, guardare con incanto giù il paesaggio che scorre sotto gli occhi. Commuoversi e sentire l’anima lieve.
Sappiamo che quella lunga e morbida curva prima o poi avrà una fine – mano e foglio lo hanno sempre saputo, eppure non hanno desistito – l’imperativo è volare, dimostrare che ne siamo capaci.
Perché se non si ha il coraggio di volare vuol dire che non sia ha il coraggio di vivere e il modo giusto di vivere coincide sempre con il modo giusto di volare. Un modo unico e morbido.

Planando.

La Volpe e l’Uva

Mi lascio attraversare da te senza timore. Forse mi ferirai, forse no.
L’importante è avere sempre il coraggio di vivere.

E ti vengo a cercare

Sai, in questo preciso istante, che sono sincero.

Ovunque tu sia ti chiedo scusa.
Per i sorrisi spenti sul tuo viso e quelli mai accesi.
Per le attese logoranti, infinite e mai interrotte.
Per la tua incrollabile fede in quell’intuizione che non è mai arrivata in tempo.
Per averti ferito senza motivo, anche se manovrato, ma sempre con ottusa cecità.
Per non averti abbracciato. Per non essere stato umano a prescindere.
In questa notte di lacrime e rimpianti, ti chiedo profondamente scusa per non aver capito nulla.

Ovunque tu sia ti chiedo di darmi una mano.
Per tacitare quel pianto che mi porto dentro da tutta una vita.
Per chiudere la ferita che ha azzoppato tutti i miei slanci.
Per le parole non dette e che mai ci diremo e per quelle di troppo che ho detto senza curarmi di te.
Per l’amarezza che solo adesso riesco ad immaginare. Perché non ero lì almeno alla fine.
A modo mio, troppo tardi, ho cercato di volerti bene senza chiedermi chi tu fossi.

Ovunque tu sia sii felice e scusami anche con lei.

Dopo la notte più scura

Ieri sei stata un lampo nel buio, l’improvvisa consapevolezza di desiderare la tua voce, la tua mente, riconnettermi con te.
Ho imparato che anche dopo la notte più scura c’è sempre un’altra alba e ne ho avuto nuovamente la limpida conferma.
Ben tornata nella mia vita Sara.

Perfect stranger

Sin da piccolo ho sempre esagerato, nelle azioni e nelle reazioni.
Troppo affetto, troppo odio, troppa permalosità, troppa tolleranza, troppo interesse, troppa strafottenza, troppa educazione, troppa volgarità…
Un’altalena costante che per lungo tempo credevo essere perfettamente naturale.
Ci ho messo tutta una vita per cercare di smussare i miei corposi spigoli, eppure sotterraneamente sento di essere sempre al punto di partenza o giù di lì. Niente mezze misure.
Il mio ego è troppo ingombrante, capace di incernierare ogni ragionamento su di sé, mettendomi illusoriamente al centro dell’universo e, di fatto, collocandomi al margine di esso e da quel punto di vista marginale, ogni volta, mi ritrovo pensieroso a tirare le somme del mio agire.
Ciò nonostante, e certi sbagli o fallimenti stanno lì ad indicarmelo chiaramente, il bilancio di azioni e reazioni è incontestabilmente a mio sfavore.
Investo troppo nelle persone, concedo subito un fido (come si usa in linguaggio bancario) davvero non motivato.
Ma non solo con le rare persone che sento subito vicinissime, ma anche con quelle che poi ti ritrovi a classificare come pseudo amici, probabili amici o addirittura nuovi amici. Forse è proprio con loro che il bilancio precipita verticalmente.
Il Candido di Voltaire in fondo mi fa un baffo.
Favori, disponibilità, tempo, ascolto, confronto, operare per dare una mano d’aiuto, a volte aiuto nel cercare un lavoro, tutto viene puntualmente preso ma mai reso (anche se in fondo non è quello il motivo per cui aiuti una persona che credi amica).
Poi accadono cose quasi impercettibili e ti rendi conto (o a volte addirittura percepisci in anticipo) che quando un piccolo nuovo vantaggio si prospetta da qualche altra parte per quelle persone, improvvisamente arriva il silenzio. Non hanno più nulla da dire, non ti mettono più a parte di nulla né ti chiedono notizie di te, sono occupate nelle loro vite di cui ti rendi conto di non aver fatto mai realmente parte o sono tese e silenti a quel piccolo vantaggio che in fondo sanno essere un piccolo danno (anche solo indiretto) per te.
Anche qui la trappola azione/reazione entra nuovamente in gioco.
L’istinto è quello di mandarle a quel paese e voltare pagina, ma la verità è che non sono quelle persone il problema ma la sofferenza che ti porti dentro, il rammarico per aver lasciato la tua anima incustodita, per aver permesso a qualcuno di entrarci dentro con le scarpe chiodate ed uscirne lasciando impronte e detriti che poi tu da solo dovrai pulire.
Sarà il mio ego, non so, ma molta dell’umanità a me conosciuta (quindi quella che vivo tutti i giorni nella mia città o al massimo nella mia regione) sembra davvero inconsapevolmente mediocre. Infelice. E la positività di cui sento essere intrisa ogni mia fibra si spegne, mi sento mancare le forze, devo sedermi e aspettare che passi per poi riprendere di slancio, sorridente, pieno di vita, innocente.
Fino al prossimo errore.

Naked tears

Ho bisogno di piangere.
Oggi sarà una lunga giornata, con echi dolorosi anche domani e dopodomani.
Non andrò lì dove vorrei andare, non vedrò chi in verità vorrei vedere e – in definitiva – eviterò di farmi ancora più male.
Viva la saggezza.
Ciò non toglie che avrei bisogno di prorompere in un pianto liberatorio, buttare tutto alle mie spalle, sorridere di tutto questo malessere inutile e ricominciare da un’altra parte.
So per esperienza che capiterà, che devo solo stare fermo ad aspettare che passi.
Però è dura.

Anatomia di un disagio

Mi chiedo dove.
Dov’è che fa male? Non riesco a capire. Questa strana oppressione al petto, lacrime immotivate si fanno strada sul limite delle mie palpebre, gola strozzata, desiderio di franare.
Incroci già superati, strade già percorse, paesaggi che credevo alle mie spalle e che invece sono ancora lì, integri, spaventosamente estesi e nuovamente da attraversare.
Ancora lavoro. Fatica. Sono stanco.
Amministro bene le apparenze, padroneggio gli strumenti della solitudine, eppure improvvisa è apparsa questa lacerazione. Lancinante.
Ho lasciato l’anima incustodita, lo ammetto.
La mia energia vitale è evaporata in attese insensate che sapevo già di non dover assecondare. Hai fatto un buon lavoro. Ho fatto un buon lavoro.
Sono solo un presuntuoso e buio pesto sia.
Non c’eri. Non esisti. Sei solo la manifestazione del mio disagio con me stesso.
Mi lacrima il cuore e ci vorrà molto tempo, questa volta, per ricucire l’ennesimo strappo.
Il bello è che non so da dove iniziare.

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