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Bella!

In concomitanza con l’apertura della stagione della caccia in Svizzera, Hiltl, ristorante vegetariano più antico al mondo (aperto nel 1898), lancia questa campagna. Io la trovo bellissima.

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Allora io mi fermo e smetto di cercare

Casa viaggio
Casa libertà
Casa involucro di tutte le mie età
E scanso i traumi e le malinconie
Ti chiedo scusa se racconto le mie

Casa inverno casa senza senso
Casa di silenzi vuota tutto il tempo
Casa stanca che ora vuoi lasciare
Casa che io volevo costruire
Con te con te con te
Che mi aiuti ad accettare quel che volevo scordare
Che mi sai dimostrare ogni giorno che passa che non c’è niente da temere ma così tanto da tenere

E se non è con te
E se non era un posto raggiungibile
Allora io mi fermo
E smetto di cercare
Se non sei tu la casa io non so più abitare

E se non c’è non c’è
Quel posto che credevo di conoscere
Allora io mi fermo
E smetto di cercare
C’è troppo spazio adesso
Per me che voglio stare
Con te

Casa intimaCasa piccola
Casa stazione di gente che viene e che va
Casa all’angolo di via della speranza
Che durasse per sempre quella vicinanza

Con te con te con te
Che mi aiuti ad accettare quel che volevo scordare

E mi sai dimostrare ogni giorno che passa che non c’è niente da temere ma così tanto da tenere

E se non è con te
E se non era un posto raggiungibile
Allora io mi fermo
E smetto di cercare
Se non sei tu la casa io non so più abitare

E se non c’è non c’è
Quel posto che credevo di conoscere
Allora io mi fermo
E smetto di cercare
C’è troppo spazio adesso
Per me che voglio stare
Con te
Con te

Casa ieri
Casa nei ricordi
Casa quando abbiamo fatto tardi
E lo capisco mentre te ne vai
Casa è il posto
Dove tu mi penserai

Are You Going With me?

Estate 1985, è un giorno caldo di giugno, è un giorno di luce accecante.
Ho compiuto 18 anni da pochi mesi, frequento il primo anno di università. Parto a bomba, tra esami a febbraio da confermare sul libretto e quelli di giugno e luglio totalizzo sette esami – il programma del primo anno – tutti regolarmente passati, sono una macchina da guerra. Ho i capelli, tanti, e non mi rado con regolarità.
È il penultimo anno in cui passo l’estate nella casa al mare che da anni la mia famiglia ha in affitto tra Brucoli ed Augusta e che mi vede passare da adolescente a giovane uomo.
Quella macchina da guerra da lì a poco non esisterà più.

il 1985 fu l’anno di Quelli della notte, straordinario programma notturno di Renzo Arbore che tenne incollata mezza Italia alla tv fino a notte. Era un’altra Italia, un’altra umanità, i rapporti tra persone avevano percorsi diversi da quelli di oggi, molta meno tecnologia a disposizione ci costringeva ad una condivisione più reale e concreta, ad andare a cercare con il lanternino ciò di cui avevamo bisogno, che si trattasse di musica, letture, informazioni. Ci divertivamo davvero con poco. Le persone parlavano di più e meglio, ragionavano con più spirito critico e le cazzate avevano poco spazio, la volgarità era stigmatizzata, il decoro un valore.
Non era il paradiso, ma un mondo che non c’è più e che chi è nato dopo non potrà mai neanche immaginare.

Fu l’anno in cui assaggiai l’Alexander, il cocktail con panna di latte e cacao e anche quello del bellissimo film Fandango, un road movie con un giovane Kevin Costner ed una magnifica colonna sonora…

È metà mattina, sto andando da un mio collega di università. Non so neanche se esco di casa direttamente con quell’intenzione e senza avvisarlo oppure se sono in giro a piedi, a zonzo per la città, come spesso mi capita… Fatto sta che mi ritrovo in camera sua.
Camminare a piedi è praticamente il mio sport, grazie ad una madre ossessivamente ansiosa non posso avere un motorino, niente chiavi di casa fino a diciassette anni, alle nove di sera al massimo devo essere a casa, anche il sabato.
Sono magro, alto 1,70 e peso 58 chili, cammino moltissimo, detesto i mezzi pubblici, mi dà fastidio la gente. Sono solitario, penso molto, spesso quando parlo mento o dico cose strane, mi sento un alieno per la maggior parte del tempo. Mi sento così dall’inizio dell’adolescenza; non so come, ma un giorno imprecisato ho perso l’innocenza e la spensieratezza dell’infanzia.
Indosso spesso un paio di Adidas da pallavolo che mi piacciono un sacco e sono comodissime.

Sabato pomeriggio. Corso Indipendenza, Via Plebiscito, Via Androne, Piazza Santa Maria di Gesù, Viale XX Settembre, Corso Italia, Viale Vittorio Veneto, Piazza Michelangelo.
Via Vagliasindi era la destinazione finale; infatti era sotto casa di Monica, che il sabato si radunava la comitiva dei miei amici e compagni di classe. Andavo a piedi sin lì.
Monica era una ragazzina molto carina, bassina, minuta, capelli corti, occhi azzurri, un carattere estroverso e peperino. Mi piaceva molto.
Vespe, motorini, moto, sono gli anni in cui si andava intabarrati da Urna a Viagrande e il freddo a quell’età non si sentiva neanche in pieno inverno.
Il sabato sera partivano tutti da lì, ma io mi presentavo a quell’appuntamento solo per stare un po’ insieme, quando andavano via me ne tornavo da solo a casa.

Non sarei andato mai un sabato con loro, la mia prima vera uscita serale sarebbe arrivata il primo anno di università, a diciassette anni…


Davide, è easy, simpatico, più grande d’età (lo sono tutti in verità, visto che entro all’università con due anni di anticipo, che a quell’età è un universo di differenza), ha tanti amici e vive una vita ben più articolata della mia.
Dopo qualche anno perdo le sue tracce, va a Milano e non ne so più nulla.
Forse lo incontro parecchi anni dopo al Nievsky, una sera che lui è di passaggio in città. Finché una vita dopo lo vedo in tv, è Galluzzo, uno degli aiutanti del Commissario Montalbano. Davide vuole fare l’attore, me lo dice quell’estate, anni dopo capisco che l’ha fatto davvero.
Abita ai piani alti di un palazzo prossimo a Piazza Galatea, dalla sua stanza si vede il cielo e forse anche un pezzo di mare.
Il padre credo faccia il rappresentante di maglieria, una famiglia agiata.
Lui è in t-shirt e pantaloncini, mi fa accomodare, parliamo. È bella la sua stanza, è la stanza di un ragazzo che ha la sua stanza. È una stanza che parla di lui e ha uno stereo che suona bene.

La mia era un soggiorno/studio con bei mobili seri, minimalisti, color legno scuro, a cui erano stati aggiunti un letto ad una piazza, blu, un armadio e un cassettone che non c’entravano nulla con il resto dell’arredamento. Niente cameretta tutta per me, niente poster dei divi preferiti alle pareti In compenso c’erano un mare di libri. Nei pomeriggi solitari durante l’adolescenza ne ho letti tantissimi.
Tra i tanti divieti incomprensibili di quel tempo c’era quello che mi impediva di accettare di dormire da un compagno (semmai qualcuno mi avesse invitato a farlo), né andare a pranzo a casa d’altri, né ospitarne uno e neanche invitarne qualcuno un pomeriggio a casa. Non ho mai festeggiato un compleanno a casa con dei compagni. Sono cresciuto pensando che fosse normale così.


Davide è una spugna, ha molti contatti, è estroverso, assorbe stimoli a 360°, è ironico ma non sarcastico, mi fa piacere frequentarlo. Non diventeremo mai amici ma in questo momento mi piace passare del tempo con lui.
Questa mattina parliamo, di nulla in particolare, però vedo la copertina di un album poggiata sul suo tavolo è bella e inconsueta. Moderna e molto grafica attira la mia attenzione.
È l’album di un gruppo a me sconosciuto.
Ancora non lo so ma quell’album sta per cambiare definitivamente la mia percezione della musica jazz di cui sono appassionato da sempre.

Ascoltavo musica dall’età di sei, sette anni ma non cominciai con il jazz.
A casa c’erano dei dischi di Fausto Papetti, un sassofonista italiano famoso negli anni ’70 e ’80, nulla di che, ma allora andava forte quella specie di musica da night. Le copertine dei suoi album poi raffiguravano donne in abiti discinti o addirittura seminude o nude, scandalose per quegli anni pruriginosi, cosa che rendeva gli album di Papetti estremamente interessanti ai miei occhi…
A casa c’erano anche album jazz di mio padre, altri nel corso degli anni li comprai io.
In pratica nei miei pomeriggi solitari di bambino e poi ragazzo mi dividevo tra la lettura di Topolino, di libri presi random tra le centinaia disponibili nella mia stanza e in giro per casa e l’ascolto di dischi jazz.



Davide prende il disco fra le mani, lo poggia sul piatto e mi dice “Ascolta”, non ho idea di quello che sta per succedere. Sceglie il brano che poi scopro essere il più famoso di quel LP, nonché credo il più famoso in assoluto di questo gruppo.
È un disco della ECM di Manfred Eicher, un autentico genio, che nel corso dei decenni crea uno dei cataloghi di artisti più significativi del XX secolo nel campo del jazz, della world music ed in minima parte anche contemporanea. Un’altra scoperta in questa memorabile mattina.
Mi siedo.
Siamo a metà degli anni ’80, il primo Mac arriva sul mercato in contemporanea ed ha la stessa potenza di calcolo della sveglia cinese che trentaquattro anni dopo terrò sul comodino. Allora da dove vengono quei suoni sintetizzati così caldi e morbidi? Quel ritmo samba così ipnotico? Ma che genere di musica è?
Chiedo a Davide di riascoltare il brano e poi lasciar suonare tutto l’album. È un vero terremoto per i miei neuroni, non avevo mai sentito nulla di simile. È un brano che ascolto tutt’oggi spesso ed il cui titolo per la prima volta mi sembra che parli di qualcosa di personale.

Quell’estate del 1985, ancora non lo sapevo, sarebbe arrivata la breve storia non conclusa con A., la mia collega un po’ “allegra” che mi fece perdere completamente la testa e che, sentita puzza di innamoramento (il mio), tornò dal fidanzato che comunque avrebbe continuato a tradire innumerevoli altre volte fino a sposarlo, farci dei figli ed una famiglia che tutt’ora è felicemente unita.
Quell’estate un’altra collega, Antonella, si innamorò di me non ricambiata, ci furono però baci bellissimi perché lei aveva delle labbra carnose davvero fantastiche e baciava benissimo. Il primo fu mentre l’accompagnavo alla fermata del bus dopo che era stata bocciata all’esame di statistica.
Tempo dopo io, Antonella e Davide finimmo non so come sul letto dei genitori di Davide, casa vuota, una sera strana in cui sarebbe potuto succedere di tutto ed invece non successe nulla…

Fu l’estate in cui mi presi una bruttissima sbornia per dimenticare A., in un locale che non oggi esiste più, per poi barcollare fino a casa e vomitare anche l’anima.

Il giorno dopo quella sbronza tremenda è domenica.
È un giorno di fine luglio, Io e mio padre andiamo in auto a trovare mia madre impegnata per gli esami a Siracusa.
Guida mio padre, io indosso un paio di occhiali da sole, silenzio, di tanto in tanto sento lacrime scorrere sul viso, mi volto verso il finestrino per non farmi scorgere, siamo sul cavalcavia sopra il fiume Simeto. È l’indizio di un leggero esaurimento nervoso.
Passo tutto l’inverno insonne, scopro una trasmissione radiofonica meravigliosa, Rai stereo notte, conduttori bravissimi tra cui Teresa De Santis la cui voce mi ammalia, musica stupenda, cultura incredibile. Inizia dopo la mezzanotte fino alle sei meno un quarto del mattino. Spesso mi addormento con la cuffia in testa.
Dormo pochissimo, in media due ore a notte per almeno quattro, cinque giorni a settimana, poi alle otto e trenta a lezione.
Fumo Camel senza filtro, mangio a cazzo, ormai gioco raramente a pallone.
Non posso reggere fisicamente, la mia non storia con A. è solo la goccia che sta facendo traboccare il vaso.
Dopo anni vissuti sotto una campana di vetro mi sento un alieno in semi libertà, in giro per un mondo che sento estraneo e che non è disposto a lasciarmi scampo.

Siamo seduti a tavola nella casa che mia madre ha preso in affitto, è confortevole ma un po’ anonima; ho davanti un bel piatto di pasta con la salsa. Aggiungo una sventagliata di parmigiano e porto la prima forchettata alla bocca, “Uhm, è buona…” penso, mentre il gusto mi sorprende; un attimo dopo scoppio a piangere e corro in bagno. I miei non dicono una parola.

È l’estate del 1985, un’estate che non dimenticherò mai.
Vieni con me?

In guerra ed in Amore

Ripensavo alla conversazione di ieri, ai tuoi occhi, ai messaggi.
Poi mi è tornata in mente la frase “In guerra e in Amore tutto è permesso”, sentita tante volte nella vita, e mi sono chiesto se sia vera o se invece ci siano limiti da rispettare.

Qual è la cosa migliore da fare?
È assolutamente condivisibile che tu percorra la strada che hai scelto, che torni lì dove c’è ciò che hai costruito, che verifichi se sia davvero quello il tuo posto e se i tuoi sentimenti coltivati negli anni da quel lato siano ancora integri e parlino al futuro.
Ma io?
Charmant mi ha indicato il percorso corretto, tu ne hai suggerito uno simile e pieno di buonsenso; qualcosa dentro di me ha suggerito invece che dovrei cercare di sentire ciò che mi va, piuttosto che pensare a ciò che dovrei fare.
(Col massimo rispetto per te ovviamente, cercando di non darti noia)
Cosa significa?
Che se mi andasse di guardarti per un minuto o per un’ora da dietro quella vetrina perché poterti guardare mentre ti muovi, parli, vivi è qualcosa che mi fa allargare il respiro vorrei poterlo fare. Così come se – per mille motivi – non volessi più quel marciapiede non mi vedrebbe per mesi, anni, settimane, giorni o per sempre.
È onesto?
Non lo so, ma ogni volta che non ho fatto quello che sentivo, che ho cercato di fare le cose secondo una certa idea (forse un po’ forzata o strampalata) di correttezza verso di te e di buonsenso per me, alla fine ho combinato più danno che altro.
Se a questo aggiungi che ho avuto la sensazione che ieri tu abbia dato un’occhiata fuori, nel corso del pomeriggio, per vedere se per caso potessi apparire, il quadro è completo.
Come l’ho capito?
Perché quella luce era lì ad aspettarmi, presente, nell’unico istante in cui i nostri sguardi si sono incrociati. La luce che si accende istantanea nei tuoi occhi e nel tuo sorriso quando impattiamo l’uno alla vista dell’altro.
Credo sia l’unico vero segno che mi dirà di abbandonare quel marciapiede il giorno in cui non dovessi più vederla brillare nei tuoi occhi.

In passato hai avuto modo di non vedermi per anni, di non sentirmi. Eppure questo non ci ha impedito di precipitare l’uno nell’altra alla prima vera occasione.
Cosa ci garantisce che questa volta lontananza e silenzio funzionerà?
Tra l’altro cosa ne so se, a dispetto di ciò che mi dici e che fai, in fondo all’anima non hai lo stesso identico desiderio di parlare che ho io con te?

Non è la versione bipolare che riaffiora, sta’ tranquilla, sono solo riflessioni che ho fatto oggi mentre tornavo a casa a piedi.
Pensieri più che (future) azioni.

Walt Whitman

From the Preface to Leaves of Grass, 1855 edition

Love the earth and sun and the animals,
Despise riches, give alms to everyone that asks,
Stand up for the stupid and crazy,
Devote your income and labor to others,
Hate tyrants, argue not concerning God,
Have patience and indulgence toward the people.

Take off your hat to nothing known or unknown,
or to any man or number of men,
Go freely with powerful uneducated persons,
And with the young, and with the mothers or families.

Re-examine all you have been told
in school or church or in any book,
Dismiss whatever insults your own soul;
And your very flesh shall be a great poem…

And have the richest fluency, not only in its words,
But in the silent lines of its lips and face,
And between the lashes of your eyes,
and In every motion and joint of your body.

L’amore è un piccolo porto in cui rifugiarsi dal mondo.

BERTRAND RUSSELL

La bella signora senza rimpianti

Dansons tu dis
Et moi, je suis
Mes pas sont gauches
Mes pieds tu fauches
Je crains les sots
Je cherche en vain les mots
Pour m’expliquer ta vie, alors
Tu ments, ma Soeur
Tu brises mon coeur
Je pense tu sais
Erreurs, jamais
J’ecoute tu parles
Je ne comprende pas bien
La Belle Dame Sans Regrets 

Je pleure, tu ris
Je chante, tu cries
Tu semes les graines
D’un mauvais chéne
Mon ble s’envole
Tu en a ras le bol
J’attends, toujours
Mes cris sont sourds
Tu ments, ma Soeur
Tu brises mon coeur
Je pense, tu sais
Erreurs, jamais
J’ecoute, tu parles
Je ne comprends pas bien
La Belle Dame Sans Regrets

Ti meriti un amore

Ti meriti un amore che ti voglia
spettinata,
con tutto e le ragioni che ti fanno
alzare in fretta,
con tutto e i demoni che non ti
lasciano dormire.

Ti meriti un amore che ti faccia
sentire sicura,
in grado di mangiarsi il mondo
quando cammina accanto a te,
che senta che i tuoi abbracci sono
perfetti per la sua pelle.

Ti meriti un amore che voglia ballare
con te,
che trovi il paradiso ogni volta che
guarda nei tuoi occhi,
che non si annoi mai di leggere le
tue espressioni.

Ti meriti un amore che ti ascolti
quando canti,
che ti appoggi quando fai la ridicola,
che rispetti il tuo essere libera,
che ti accompagni nel tuo volo,
che non abbia paura di cadere.

Ti meriti un amore che ti spazzi via
le bugie,
che ti porti il sogno,
il caffè
e la poesia.

Frida Kahlo

Stanotte

Sono colmo della tua assenza.

Perle dalla rete :)

Il TROMBAMICO è una cosa meravigliosa, pure se non si capisce bene che cosa sia di preciso.
Intanto se chiama trombamico ma non è né una tromba né un amico e questo già è strano.

Un trombamico è una persona con cui vai a letto ma con cui non è in essere nessuna relazione sentimentale.
Che se ce pensi è un po’ una paraculata.
È come avecce casa senza dové pagà le bollette.
È come fatte passà la febbre senza mettete ‘a supposta.
È come di de esse vegetariani ma il pesce te lo mangi lo stesso.

Il Trombamico non te lo scegli perché è simpatico o socievole.
Lo scegli perché te fa sangue.

Io personalmente non so nemmeno de preciso perché se usa l’espressione ME FAI SANGUE. Non la capisco.
Posso capì se te porti a letto ‘n ematologo, ma se t’ammucchi co uno che fa i panini all’autogrill che c’entra?
In quel caso che je dici: ME FAI KETCHUP?

Dice no, “Me fai sangue” vuol dire che me piaci talmente tanto che “me fai ribollì er sangue”.
Però secondo me quello, più che Trombamico, te conviene chiamallo Ipertensione.
Comunque vabbè, ognuno c’ha l’abitudini sue.

In ogni caso, il Trombamico è ‘na cosa bella perché non c’hai bisogno de fattece vedé in giro insieme, quindi po esse più o meno chiunque.
Il Trombamico non lo devi presentà a mamma.
In genere l’unica cosa che ce fai è impanarlo co le briciole che stanno sui sedili d’a macchina.

Perché il Trombamico questo è:
un vibratore coi risvoltini, niente de più.
Praticamente un cuscino col pisello.

La Trombamicizia è la massima espressione dell’edonismo, ‘na sorta de altare del disimpegno.
È un po’ come l’idraulico dei porno: lo chiamiamo quando c’è qualcosa che gocciola o un tubo che dà problemi, quello arriva, manco dice ciao, risolve er problema, non te chiede ‘na lira e se ne torna a casa.
Fatto.

Se fosse ‘na favola se chiamerebbe “Ormone nel Paese delle Meraviglie”.
Non c’è dubbio.

Purtroppo le favole, si sa, non esistono.
Infatti la Trombamicizia in genere è quella cosa in cui uno dei due fa finta de non esse innamorato e soffre tantissimo, come quando metti na foto su Facebook e l’unico like è quello de tu zia (un dolore indescrivibile) e l’altro ne approfitta.
Dura fino a che uno dei due non se dichiara, che è l’esatto momento in cui l’altro scappa urlando, come quelli che pe strada incontrano una mascherata da Samara e poi scoprono che sotto c’è Martufello.

Quando sei Trombamico devi pure stare attento a come parli, perché le tue concessioni in materia sono limitate alla zona genitale, soprattutto quando v’accoppiate.

Non è che mentre state lì potete dì tutto tutto, anzi ve conviene sta zitti, uno perché spesso lei è in ginocchio girata e sta male parlare alle spalle, e due perché il sangue ce l’avete tutto impegnato su Gino Lombrico e nel cervello non v’è rimasto niente, non ragionate.

Ve escono cose tipo:
– Ah, si, dai così… si AMORE.

Amore? AMORE??? Quella appena sente amore ferma tutto e diventa tipo mostro de Loch Ness co le emorroidi effervescenti!
Comincia a fa le bolle come la Citrosodina, te dice subito:
– Che cosa hai deeeetto?
– No scusa me so sbagliato, volevo di tesoro.
– Tesoro glielo dici a quer forziere de tu sorella!
– Ah no… allora come te chiamo, cara?
– E che so tu zia?
– Amica?
– Ma che amica, non lo vedi che sto a pecora…
– Vabbè dai te chiamo col nome tuo, te chiamo Manuela.
– Ma che fai me chiami pe nome, ma un po’ de fantasia?
– Voi che uso er nome de n’artra? Che ne so, Alessandra te piace?
– Ma che è sta cosa, ma che sei scemo, du palle!
– Du palle prima, mo già so tre e se non te stai zitta diventano quattro, io te lo dico…

Non se ne esce, perché è un rapporto troppo indefinito.
In compenso non avete neanche tutti gli obblighi che hanno i fidanzati normali e quindi potete rispondere quello che pensate:
– Oh cì, che fai me passi a prende?
– Si certo, vai alla fermata che te manno ‘a pija dall’autobus.
– Ammazza oh, ma che se fa così? So du mesi che annamo a letto e non m’hai portato manco na volta a cena fori.
– Se voi te porto giù ‘na rosetta e s’a magnamo davanti ar portone.
– Uffa, ma perché fai così?
– Perché er contratto parla chiaro, questa è una Trombamicizia, e cioè un SRL, Società a Responsabilità Limitate, e per la precisione limitate alla minchia, niente de più.

Qualsiasi tribunale, civile o penale che sia, ve darebbe ragione.

I Trombamici sulle Rubriche li salviamo col nome loro, come tutti gli altri, perché un Trombamico non è un amante, quindi non c’è niente da nasconde.
Infatti i trombamici non li troverai mai salvati come Edoarda o Michelo.

Per rendere la cosa più coerente ed eccitante però, i Trombamici ce dovrebbero avé dei nomi dedicati, che riassumono le qualità che ci hanno fatto impazzire.

Tipo, se sei donna il Trombamico lo potresti salvà così:
Eiaculenzo
Infilippo
Cunnilivio
Addominangelo
Edohard

Se sei uomo la potresti salvà così:
Elisabocca
Depilantonia
Penetrangela
Benetetta
Chiappamaria

È un mondo difficile, c’è poco da fare.

Tutto questo succede perché di base odiamo la gente, e abbiamo delle ottime ragioni per farlo.
Noi vorremmo vivere dentro una grotta, al buio, abbracciati al telecomando de Netflix, questa è la verità.
Però sti maledetti bisogni primari, ste pulsioni sessuali so irresistibili, come ‘na replica de Temptation Island quando voi passà 40 minuti da lobotomizzato.

Perché alla fine questa è la Trombamicizia: ‘na solitudine che non ce l’ha fatta.

Cruciverba

11 verticale Pentimento troppo tardivo
Rimpianto

16 verticale Una magia che può rompersi
Incanto

Non il solito spot del cazzo

La creatività non ha morale, funziona oppure no. PornHub si sta distinguendo negli ultimi anni per un uso davvero efficace della comunicazione. Bravi!

Ossimori

Sei tanto sbagliato per me quanto perfetto…

Susanna Casciani

Ho voglia di far l’amore con te, ma non fraintendermi.
Non parlo di carezze o di lingue che giocano, di tutta quella forza che troviamo dentro all’improvviso mentre ci muoviamo come se non facessimo altro da una vita intera.
Non parlo di piacere assoluto, di qualcosa di proibito, delle mie gambe intorno al tuo bacino, dei miei piedi che si posano piano sulla tua schiena. Non parlo di quando proprio non dovresti, eppure mi tocchi e te ne freghi, né di quando diventiamo un po’ troppo erotici per il mondo e ci tocca nasconderci in camera.
Non parlo di quando mi sfiori il collo, mi chiedi di avvicinarmi e mi sussurri che forse è ora di andare a fare l’amore, ché tu non ce la fai più.
Parlo solo di un bacio, di quel bacio che viene dopo qualche bacio, ogni volta che ci vediamo.
Il primo è sempre un po’ così, imbarazzato. Poi ci ritroviamo più vicini e ci baciamo di più, e mi sembra che tu entri dentro di me, tanto che forse inizio a fare qualcosa che potrà sembrare strano, e di certo quasi impercettibile: ti accolgo.
Ogni volta in cui ti vedo, dopo tutti i giorni passati lontana da te, mi apro e ti accolgo. E non sono nuda, e non arrossisco. Ho voglia di far l’amore con te con un bacio, e lo so che hai capito cosa intendo, lo so.

• • • •

In questa giornata strana non a caso mi imbatto in queste bellissime parole che sembrano tue.

Alda Merini

Sei bella.
E non per quel filo di trucco.
Sei bella per quanta vita ti è passata addosso,
per i sogni che hai dentro 
e che non conosco.
Bella per tutte le volte che toccava a te,
ma avanti il prossimo.
Per le parole spese invano
e per quelle cercate lontano.
Per ogni lacrima scesa
e per quelle nascoste di notte
al chiaro di luna complice.
Per il sorriso che provi,
le attenzioni che non trovi,
per le emozioni che senti
e la speranza che inventi.
Sei bella semplicemente, 
come un fiore raccolto in fretta,
come un dono inaspettato,
come uno sguardo rubato
o un abbraccio sentito.
Sei bella
e non importa che il mondo sappia,
sei bella davvero,
ma solo per chi ti sa guardare.

Pois

Hai ancora le chiavi di casa.
Tintinnano quando mi entri nell’anima come se nulla fosse. Spalanchi finestre di stanze già tue – dentro aria fresca! – e mi ubriachi di luce, voce e sorrisi, i tuoi, con fare sicuro.
Hai gesti che svettano come fiori in un vaso d’acqua pieno a metà.
E mi sento trafitto dal tuo sguardo sornione, mentre veloce
sgattaioli via.

La straordinaria dignità di Enzo Tortora

Da ascoltare e riascoltare
Biagi, una delle poche voci straordinarie a difesa del presentatore.
Video

Why I do love advertising

Dieter Zetsche, Ceo della Mercedes-Benz, è andato in pensione lo scorso 22 maggio: in un video realizzato da Bmw, un sosia di Zetsche è impegnato nel suo ultimo giorno di lavoro. Dopo aver consegnato il badge, torna a casa a bordo di una Classe S prodotta appunto da Mercedes ma poi…

Trovo questo omaggio di BMW un’operazione sicuramente furba commercialmente ma, al netto delle eventuali ricadute di immagine per la casa bavarese, mi pare un gesto di autentico fair play come raramente se ne vedono nel mondo delle auto e, più in generale, nel mondo di oggi.

Bravi


www.youtube.com/watch?v=d-wk5oFrofs

Italo Calvino

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Ruby Bridges

New Orleans, 1960. La bimba afroamericana di 6 anni Ruby Bridges va al suo primo giorno di scuola, ma non è accompagnata in classe dalla mamma o dal papà, ma da quattro poliziotti armati.
Il percorso da casa alla scuola lo fa tra due ali di folla, passando in mezzo a persone che le urlano addosso e tentano di colpirla. Quando è entra in aula è l’unica presente, gli altri alunni sono stati ritirati dai genitori e gli insegnanti si rifiutano di fare lezione. Tutti tranne una.
Barbara Henry.

Questa straordinaria insegnante ha continuato ad insegnare ed è stata la sua unica maestra. Per un anno, la piccola, si è dovuta portare il cibo da casa evitando tentativi di avvelenamento. La sua famiglia ha subito ritorsioni: il padre è stato licenziato, alla madre è stato proibito fare la spesa nel negozio di alimentari vicino casa e i nonni sono stati espropriati dalla terra che coltivavano come mezzadri. Ruby Bridges fu la prima nera ad entrare in una scuola fino ad allora riservata ai bianchi.

La sentenza del giudice J. Skelly Wright per il primo giorno delle scuole integrate a New Orleans, il 14 novembre 1960, fu commemorata da Norman Rockwell nel dipinto The Problem We All Live With (pubblicato su Look il 14 gennaio 1964). Come descrive Ruby stessa: “Salendo ho potuto vedere la folla, ma vivendo a New Orleans, in realtà ho pensato che fosse Mardi Gras. C’era una grande folla di persone al di fuori della scuola. Stavano lanciando cose e gridando, e questo tipo di cose succede a New Orleans al Mardi Gras”. L’ex vice Marshall degli Stati Uniti Charles Burks ha poi ricordato: “Ha dimostrato molto coraggio. Non ha mai pianto né piagnucolato. Ha marciato come un piccolo soldato, siamo tutti molto orgogliosi di lei”.

Barbara Henry con Ruby Bridges

Bridges, ora Ruby Bridges Hall, vive ancora a New Orleans con suo marito, Malcolm Hall, e i loro quattro figli. Dopo la fine degli studi in un liceo desegregato, ha lavorato come agente di viaggio per 15 anni e in seguito è diventata madre a tempo pieno. Attualmente è presidente della Fondazione Ruby Bridges, che ha fondato nel 1999 per promuovere “i valori della tolleranza, del rispetto e dell’apprezzamento di tutte le differenze”. Descrivendo la missione del gruppo, afferma, “il razzismo è una malattia degli adulti e dobbiamo smettere di usare i nostri figli per diffonderla”

Il 15 luglio 2011, Ruby Bridges ha incontrato il presidente Barack Obama alla Casa Bianca, e durante la visione del suo dipinto fatto da Norman Rockwell in mostra le ha detto: “Penso che sia lecito affermare che se non fosse stato per voi ragazzi, forse non sarei stato qui e non ci staremmo guardando insieme”.

La cantante Lori McKenna le ha dedicato questa canzone.