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Umberto Galimberti

Quando finisce un amore, non soffriamo tanto del congedo dell’altro, quanto del fatto che, congedandosi da noi, l’altro ci comunica che non siamo un granché.
In gioco non è tanto la relazione, quanto la nostra identità; l’amore è uno stato ove per il tempo in cui siamo innamorati, non affermiamo la nostra identità, ma la riceviamo dal riconoscimento dell’altro; e quando l’altro se ne va, restiamo senza identità.
Ma è nostra la colpa di esserci disimpegnati da noi stessi, di aver fatto dipendere la nostra identità dall’amore dell’altro. E allora, dopo il congedo, il lavoro non è di cercare di recuperare la relazione dell’altro, ma di recuperare quel noi stessi che avevamo affidato all’altro, al suo amore, al suo apprezzamento.

12 settembre

Dopo la stucchevole retorica dell’undici settembre torniamo alla cruda realtà. Al Panshir bombardato dall’aviazione pachistana, in violazione delle più basilari norme internazionali, aggredita e conquistata dai talebani che uccidono con la loro barbarie insopportabile uomini, donne e bambini. Nel silenzio assordante dei media.
Inutile dire che dobbiamo ringraziare l’equilibrato, saggio, costruttore di democrazie all’estero, grande fratello americano e una imbelle Europa, che conta sempre di più quanto il due di coppe quando la briscola è a mazze.

No comment.

P.s. In coda un pezzo di Filippo Facci sul fatidico giorno e su quello che l’occidente ha o non ha capito

Patrick Witty

A crowd of stunned New Yorkers witness the collapse of the South Tower of the World Trade Center at 9:59am on September 11, 2001

Eberhard Weber Sextet

#EberhardWeber
#MarioCastronari
#PaulMcCandless
#BillFrisell
#LyleMays

Per non dimenticare

Gino Strada è stato un medico straordinario, un uomo straordinario, una straordinaria testimonianza di cosa può essere un uomo e cosa può fare, quando è mosso da un’etica incrollabile e dal desiderio di cambiare veramente le cose.
Testimone acuto e sincero dei nostri tempi non l’ha mai mandata a dire e ha sempre manifestato chiaramente il proprio pensiero, smascherando l’ipocrisia generale sul problema della guerra, a chi fa comodo e perché non si opera piuttosto per la pace.
Questo articolo, scritto da lui, è stato pubblicato – paradossalmente – proprio il giorno della sua morte, quasi un regalo per noi rimasti qui ad osservare i disastri che conosceva così bene e i quali, con i mezzi che ha avuto, ha cercato di contrastare e riparare.
Mi sono permesso di segnare in grassetto le cifre e le fasi salienti di questa assurdità e di quanto tutto ciò sia stato incredibilmente folle.

Si parla molto di Afghanistan in questi giorni, dopo anni di coprifuoco mediatico. È difficile ignorare la notizia diffusa ieri: i talebani hanno conquistato anche Lashkar Gah e avanzano molto velocemente, le ambasciate evacuano il loro personale, si teme per l’aeroporto. Non mi sorprende questa situazione, come non dovrebbe sorprendere nessuno che abbia una discreta conoscenza dell’Afghanistan o almeno buona memoria. Mi sembra che manchino – meglio: che siano sempre mancate – entrambe.
La guerra all’Afghanistan è stata – né più né meno – una guerra di aggressione iniziata all’indomani dell’attacco dell’11 settembre, dagli Stati Uniti a cui si sono accodati tutti i Paesi occidentali.

Il Consiglio di Sicurezza – unico organismo internazionale che ha il diritto di ricorrere all’uso della forza – era intervenuto il giorno dopo l’attentato con la risoluzione numero 1368, ma venne ignorato: gli Usa procedettero con una iniziativa militare autonoma (e quindi nella totale illegalità internazionale) perché la decisione di attaccare militarmente e di occupare l’Afghanistan era stata presa nell’autunno del 2000 già dall’Amministrazione Clinton, come si leggeva all’epoca sui giornali pakistani e come suggerisce la tempistica dell’intervento. Il 7 ottobre 2001 l’aviazione Usa diede il via ai bombardamenti aerei.

Ufficialmente l’Afghanistan veniva attaccato perché forniva ospitalità e supporto alla guerra santa anti-Usa di Osama bin Laden. Così la guerra al terrorismo diventò di fatto la guerra per l’eliminazione del regime talebano al potere dal settembre 1996, dopo che per almeno due anni gli Stati Uniti avevano “trattato” per trovare un accordo con i talebani stessi: il riconoscimento formale e il sostegno economico al regime di Kabul in cambio del controllo delle multinazionali Usa del petrolio sui futuri oleodotti e gasdotti dall’Asia centrale fino al mare, cioè al Pakistan. Ed era innanzitutto il Pakistan (insieme a molti Paesi del Golfo) che aveva dato vita, equipaggiato e finanziato i talebani a partire dal 1994.

Il 7 novembre 2001, il 92 per cento circa dei parlamentari italiani approvò una risoluzione a favore della guerra. Chi allora si opponeva alla partecipazione dell’Italia alla missione militare, contraria alla Costituzione oltre che a qualunque logica, veniva accusato pubblicamente di essere un traditore dell’Occidente, un amico dei terroristi, un’anima bella nel migliore dei casi. Invito qualche volenteroso a fare questa ricerca sui giornali di allora perché sarebbe educativo per tutti. L’intervento della coalizione internazionale si tradusse, nei primi tre mesi del 2001, solo a Kabul e dintorni, in un numero vittime civili superiore agli attentati di New York. Nei mesi e negli anni successivi le informazioni sulle vittime sono diventate più incerte: secondo Costs of War della Brown University, circa 241 mila persone sono state vittime dirette della guerra e altre centinaia di migliaia sono morte a causa della fame, delle malattie e della mancanza di servizi essenziali. Solo nell’ultimo decennio, la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama) ha registrato almeno 28.866 bambini morti o feriti. E sono numeri certamente sottostimati.

Ho vissuto in Afghanistan complessivamente 7 anni: ho visto aumentare il numero dei feriti e la violenza, mentre il Paese veniva progressivamente divorato dall’insicurezza e dalla corruzione. Dicevamo 20 anni fa che questa guerra sarebbe stata un disastro per tutti. Oggi l’esito di quell’aggressione è sotto i nostri occhi: un fallimento da ogni punto di vista. Oltre alle 241 mila vittime e ai 5 milioni di sfollati, tra interni e richiedenti asilo, l’Afghanistan oggi è un Paese che sta per precipitare di nuovo in una guerra civile, i talebani sono più forti di prima, le truppe internazionali sono state sconfitte e la loro presenza e autorevolezza nell’area è ancora più debole che nel 2001. E soprattutto è un Paese distrutto, da cui chi può cerca di scappare anche se sa che dovrà patire l’inferno per arrivare in Europa. E proprio in questi giorni alcuni Paesi europei contestano la decisione della Commissione europea di mettere uno stop ai rimpatri dei profughi afgani in un Paese in fiamme.

Per finanziare tutto questo, gli Stati Uniti hanno speso complessivamente oltre 2 mila miliardi di dollari, l’Italia 8,5 miliardi di euro. Le grandi industrie di armi ringraziano: alla fine sono solo loro a trarre un bilancio positivo da questa guerra. Se quel fiume di denaro fosse andato all’Afghanistan, adesso il Paese sarebbe una grande Svizzera. E peraltro, alla fine, forse gli occidentali sarebbero riusciti ad averne così un qualche controllo, mentre ora sono costretti a fuggire con la coda fra le gambe. Ci sono delle persone che in quel Paese distrutto cercano ancora di tutelare i diritti essenziali. Ad esempio, gli ospedali e lo staff di Emergency – pieni di feriti – continuano a lavorare in mezzo ai combattimenti, correndo anche dei rischi per la propria incolumità: non posso scrivere di Afghanistan senza pensare prima di tutto a loro e agli afghani che stanno soffrendo in questo momento, veri “eroi di guerra”.


[La Stampa, 13 agosto 2021] #GinoStrada

Captain Fantastic ossia: perché i più fighi sembrano perdere sempre?

Un altro dei suoi pezzi fantastici…

madamepipì

Non so perché si dica “Ho visto un film”.

Mi pare riduttivo.

Ci sono film, e questo è il caso che, a mio modo di vedere le cose si ascoltano.

Dopo aver ascoltato questo film, ecco qualche impressione: direi quattro.

La prima: questo è un film che parla di un padre.

Non è straordinario?

Questo è l’aspetto che rende il film davvero alternativo, quasi fuori moda.

Nonostante il personaggio materno sia comunque gigantesco anche se invisibile, il protagonista è un maschio, eterosessuale e padre.

E se ne parla persino bene!

Mi pare strano che nessun paese lo abbia censurato eppure è così.

Forse lo hanno chiamato Captain (Kaptn) Fantastic proprio perché parlare bene di un padre oramai è fantascienza.

Lo sappiamo bene qui, in Italia, dove nel 70% dei casi di separazione, la casa viene affidata alle mamme, la collocazione dei figli presso le mamme supera il 90% e l’assegno…

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Poesia

L’amore finisce
dove finisce l’erba e l’acqua muore.
Dove sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come potrebbe
tornare a essere bella,
scomparso l’uomo,
la terra.


Giorgio Caproni

E niente

A me ‘sto ragazzo stupisce molto. Che talento.

La fine della sofferenza

La natura del risveglio spirituale è spesso fraintesa.
L’adozione di credo spirituali, l’aver visioni di Dio o di esseri celesti, l’abilità di canalizzare, di guarire, di prevedere il futuro o l’avere altri poteri paranormali (tutti fenomeni con un certo valore e che non vanno abbandonati) non sono la prova che sia avvenuto un risveglio spirituale in quelle persone che ne fanno l’esperienza. Possono accadere a persone che non si sono risvegliate e possono accompagnarsi a uno stato di risveglio oppure no.

Ogni mattina ci svegliamo dal sonno e dai sogni ed entriamo in uno stato che noi diciamo essere di veglia. Questo stato normale di veglia è caratterizzato da un continuo flusso di pensieri, molti dei quali ripetitivi. Ma allora da cosa ci risvegliamo quando avviene il risveglio spirituale? Ci risvegliamo dalla identificazione con i nostri pensieri.

Chiunque non si sia risvegliato spiritualmente è totalmente identificato e guidato dalla mente pensante, da quella voce nella testa che parla incessantemente. Il pensiero è compulsivo, non si riesce a fermarlo o così sembra. Crea anche dipendenza: non lo si vuole neppure fermare, almeno finché la sofferenza creata dal continuo rumore mentale, non diventi insopportabile.
In uno stato non risvegliato invece di usare i pensieri, siamo usati da questi. Si potrebbe dire che si è posseduti dai pensieri, che non sono altro che condizionamenti collettivi della mente umana accumulati in migliaia d’anni. Non si vedono le cose così come sono veramente ma le vedete distorte o ridotte dalle etichette mentali, da concetti, da giudizi, opinioni e schemi reattivi. Il vostro senso di identità, del sé, si è ridotto a una storia che vi continuate a raccontare mentalmente.
Io e la mia storia! A questo si riduce la vita in uno stato non risvegliato.
E quando la vita si riduce a questo, non potete mai essere felici a lungo, perché non siete voi stessi.

Questo allora significa che quando siete spiritualmente risvegliati smettete di pensare? Naturalmente no! In realtà potete usare i pensieri in modo molto più efficiente di prima, ma vi rendete conto che nel vostro Essere c’è una profondità, una quiete viva e vibrante molto più vasta dei pensieri. Questa è la consapevolezza e la mente pensante ne è solo un piccolo aspetto. Per molti la prima indicazione di un risveglio spirituale sta nel divenire consapevoli dei propri pensieri. Si diventa per così dire testimoni dei propri pensieri. Non si è più completamente identificati con la mente e si inizia a percepire in sé una profondità mai conosciuta prima.

Il risveglio spirituale è per la maggior parte delle persone un processo graduale. Raramente accade tutto in una volta. Quando questo accade di solito è spinto da un’intensa sofferenza. Ciò è stato sicuramente vero nel mio caso. Per anni la mia vita altalenava tra la depressione e l’ansia acuta. Una notte mi sono svegliato in uno stato di tremenda e intensa paura, che non avevo mai provato prima. La vita mi appariva senza senso, un intralcio, ostile. Divenne così insopportabile da provocarmi ben presto un pensiero: non posso più vivere con me stesso. Il pensiero andava ripetendosi più e più volte. Di colpo poi sono indietreggiato e ho guardato quel pensiero, così com’era e mi sono reso conto della sua stranezza: se non posso più vivere con me stesso, vuol dire che siamo in due, uno sono io e l’altro è quello con cui non posso più vivere. Quindi mi domandai: chi è quell’io e chi è quel me con cui non posso vivere? Non mi venne alcuna risposta e la mente smise di funzionare. Per un momento all’interno ci fu solo silenzio. Subito dopo mi ritrovai in un turbine, in un vortice di energia. Poi un’intensa paura mi catturò e il corpo si mise a tremare. Sentii dentro il petto queste parole: non fare resistenza. E poi mi sono sentito risucchiato nel vuoto. Le paure sono improvvisamente scomparse e mi sono lasciato cadere in quel vuoto. Non ho memoria di quel che accadde dopo.

Mi risvegliai il mattino dopo come se fossi appena venuto al mondo. Tutto mi appariva fresco, immacolato e intensamente vivo. Una quiete vibrante colmava tutto il mio essere. Mentre passeggiavo per la città quel giorno, il mondo mi appariva come se fossi appena arrivato, il passato era totalmente assente. Mi trovavo in uno stato di meraviglia per la pace interiore provata e per la bellezza che vedevo fuori, anche in mezzo al traffico. Non mettevo più etichette e non interpretavo più le mie percezioni sensoriali, c’era una quasi completa assenza di commento mentale. Da quel giorno percepisco e interagisco col mondo in questo modo: dalla quiete e non più dal rumore mentale. La pace provata quel giorno non mi ha più abbandonato, anche se varia di intensità.

All’epoca non avevo un riferimento concettuale che mi aiutasse a capire cosa mi era accaduto. Anni dopo mi sono reso conto che l’intensa sofferenza provata quella notte aveva spinto la mia consapevolezza a distaccarsi dall’identificazione con il sé infelice, con il piccolo me sofferente, che non è altro che un’illusione della mente. Il distacco deve essere stato così completo che quel sé sofferente è scomparso, come quando si toglie il tappo ad un giocattolo gonfiabile.
Quel che rimase fu la mia vera natura, il sempre presente Io Sono: consapevolezza allo stato puro antecedente all’identificazione con la forma. Potete anche chiamarla pura consapevolezza o presenza.


Tratto da: Portare la quiete nella vita quotidiana, Eckhart Tolle

Lucho nelle tenebre

Dal Corriere della Sera di giovedì 8 luglio, un articolo che ho trovato molto bello e che vale la pena di leggere.

Non so voi, ma se avessi appena perso ai rigori una semifinale europea che con un paio di giocatori capaci di inquadrare la porta avrei potuto anche vincere, la mia prima reazione sarebbe di slogarmi una caviglia prendendo a calci qualsiasi ostacolo particolarmente appuntito.
Invece il c.t. spagnolo Luis Enrique è andato a complimentarsi con Mancini e poi si è presentato davanti alle telecamere con un sorriso non finto, ma pacificato: ha elogiato la qualità del gioco e quella degli avversari, e ha detto che in finale farà il tifo per loro, cioè per noi.

Non so voi, ma se avessi appena perso una figlia di nove anni per un tumore alle ossa, farei fatica a non sentirmi in credito con la sorte e a non scaricare la mia rabbia cosmica su qualsiasi ostacolo, foss’anche un’ingiusta sconfitta sul lavoro.
Invece il c.t. spagnolo Luis Enrique, detto Lucho (Combatto), è uscito dalla sua tragedia personale più dolce e gentile di quanto già non fosse. La scomparsa della piccola Xana non lo ha peggiorato. Al contrario, ha restituito agli eventi della sua vita il loro giusto peso. Come ha scritto benissimo il nostro Andrea Sereni, adesso Lucho «cammina in un’altra dimensione». Una dimensione dove non c’è spazio per il lamento, per il rancore, per l’insolenza aggressiva scambiata per sintomo di vitalità, oggi assai praticata dalle star dei social.
È un onore che un uomo così fuori dal tempo faccia il tifo per noi. Ed è un onore ancora più grande fare il tifo per lui.


Massimo Gramellini

[4745]

Ho amato per tredici anni la mia migliore amica e non gliel’ho mai detto.
Che era la mia migliore amica, intendo, che la amavo l’ho detto subito, non avrei potuto fare altrimenti anche perché si vedeva lontano un miglio. E poi sono cose molto più facili da dire quelle, si sa. Poi c’è stato un bacio, mi pare.
Dopo abbiamo fatto l’amore un bel po’ di volte, abbiamo messo su casa come diceva lei, scelto i piatti, la tinta alle pareti e i mobili, poi sono nate Camilla e Greta ma non ricordo se in quest’ordine e allora abbiamo comprato una macchina più grande, io ho cambiato lavoro tre, quattro volte, lei colore dei capelli almeno una trentina, abbiamo litigato per un sacco di cose inutili, a me sono caduti i capelli e a lei sono venute delle rughette molto carine intorno agli occhi, io sono diventato un po’ pigro, lei faceva disegni sempre molto più belli dei miei ma non sono mai stato invidioso, anzi, poi abbiamo fatto una ventina di viaggi molto belli, anche se a me all’inizio non andava mai troppo, che viaggiare mi stressa.
Poi, un giorno, mentre stavamo seduti davanti a un caffè, se n’è andata. Cioè, non è che è morta, semplicemente si è dissolta, un attimo prima era lì che versava lo zucchero di canna nella tazzina e un attimo dopo non c’era più. Mi pare che stesse dicendo che non era colpa mia, che le dispiaceva, che certe cose succedono e basta, o qualcosa del genere, come se questo potesse consolarmi in qualche modo.
Per un attimo ho pensato anche di essermi immaginato tutto, figlie comprese.
Poi, sono rimasto da solo, ed è successo qualcosa di molto strano: è successo che ho dovuto imparare a smettere di amare, mio malgrado, un poco alla volta, un giorno alla volta, che era un po’ come imparare di nuovo a respirare o camminare, se capite cosa intendo.
E mentre lei era da qualche parte a ridere, mangiare, respirare o fare l’amore, io, stavo ancora fermo a quel cazzo di tavolo da caffè.
Ma non era di questo che volevo parlarvi, perché alla fine, per quanto possa sembrare strano, il sesso e tutte quelle altre cose che mi sembravano imprescindibili nei miei giorni insieme, erano diventate improvvisamente dettagli sfocati. E quindi è successo che mi mancava l’amica, invece, come l’aria. Perché a lei dicevo cose che alla donna con cui passavo le notti, non riuscivo a dire.
Ah, dimenticavo la cosa più importante: poi è successo anche che ho smesso di bere caffè.


Gianny Blutarsky



Un altro meraviglioso mini racconto di Alessandro Denci Niccolai, che ora si firma Come Blutarsky su Facebook. Io l’ho trovato molto bello.

Bellissima

Se d’improvviso avessi due cuori
saprei certamente cosa farne.
Considerando che l’uno
ha diversi punti di sutura
che gli scossoni sono stati tanti
che è perfino caduto più volte
in un polveroso dirupo
e che a volte mi fanno male le cicatrici
perché anche il dolore
ha i suoi anniversari
mi piacerebbe tenere l’altro
tutto nuovo e indenne
pronto soltanto all’uso raro
della meraviglia e dell’amore
come una volta si teneva nell’armadio
il vestito buono per la festa.
Mi colpisce sempre però
il posto dove tornano i migratori
quel vecchio nido
che ha passato l’inverno
e penso in fondo
non si può amare altro
che la bellezza delle cicatrici
quel fatto che contengono insieme
dolore e speranza.

Anna Spissu

Lei non è come noi

Ho trovato molto illuminante la scelta di questi giornalisti che scrivono di fatti importantissimi, sfidando pericolosissimi criminali con grande sprezzo del ridicolo, svelando trame oscure ordite ai nostri danni.
Altrettanto illuminante è stata la reazione delle migliaia di commentatori che danno lustro sui social alla nostra nazione; si sono dimostrati riflessivi, parchi nei giudizi e misurati fino all’eccesso nell’esprimersi su qualcosa che, ben consapevolmente, sapevano di non conoscere se non con estrema superficialità.

Una nazione florida, sana, etica, accogliente, solidale, per nulla ipocrita o bigotta, protesa all’ascolto dell’altro, del meno fortunato, che non conosce invidia per il successo degli altri anzi lo incoraggia, onesta fino al midollo, mai incline alle scorciatoie, che sa guardare sempre e solo il bicchiere mezzo pieno.
Dove tutti pagano le tasse, rispettano la legge, valorizzano la diversità piuttosto che demonizzarla, non parcheggiano in doppia fila e aborrono l’imbroglio, agiscono sempre con buonsenso.
Una nazione disciplinata, con un impressionante spirito civico, che non tollera disuguaglianze e che reclama sempre pari diritti per tutti.
Orgogliosa della propria classe politica integerrima, moderna, proiettata nel futuro, specchio di un popolo al di sopra di ogni sospetto.

Una nazione dove i giornalisti, tutti, hanno imparato da Biagi, Bocca e Montanelli come si raccontano i fatti separati dalle opinioni. La patria di cui essere fieri. Una nazione severa ma giusta.

Da dove mai sarà venuta fuori questa ragazza così lontana dai nostri valori, mi chiedo.
Così insipiente da dilapidare parte dei soldi regalati per rifarsi una vita.
Da dove mai avrà tratto esempio per scelte così poco sensate, in un paese dove ognuno di noi è circondato da fulgidi esempi di sobrietà, morigeratezza e frugalità in ogni dove?

[Ora capisciu picchì ti ittanu fora da casa, cosa fitusa, meno mali ca c’è a Lucarelli (grande giornalista di cui sopra n.d.r.) ca t’azziccau!]

Una nazione fatta di noi gente i-r-r-e-p-r-e-n-s-i-b-i-l-e, tanto poter fare le pulci a chiunque, in casa nostra e a tutto il resto del mondo.
Soprattutto a questa ladra di carità, impostora, disgustosa, che a 22 anni – dopo essere stata cresciuta amorevolmente da una madre la cui soave voce e gli amorosi messaggi vocali sono ancora nelle nostre orecchie – compra un’auto costosissima (con 17.000€ si sa, si possono comprare due appartamenti al centro di Milano) e un cane di razza che piace a lei, invece di adottare un bastardino qualunque, mangiare fagioli in scatola del discount e andare a vivere sotto un ponte e continuare a fare la vita di merda di prima, che evidentemente le tocca per irrevocabile decisione divina.

Gioia, se ti mando 10€ la razza del cane la scelgo io!

[Si na fimmina e ti piaciunu i fimmini? ietti i soddi ca t’amu arrialatu?Allora u viri ca si sbagghiata, ca non ni putemu fidari di chiddi comu attia? Siti sbagghiati, spasciati, tutti pari vuatri ghei. Putemu fari di tutta l’evva nfasciu piffauri? Accussì ni spicciamu, ca già m’auttai e all’ottu c’è a pattita…]

Se una persona del genere fa un errore non possiamo perdonarla, sia chiaro a tutti, non possiamo tollerare la minima sbavatura.
Primo perché noi non facciamo errori, mai, e poi perché ci disonora come popolo.

Noi italiani perfetti, tanti archetti e tanti bottoni, custodi di una nazione quindi perfetta, immacolata, dove c’è Giorgia che è una donna, una madre, italiana e cristiana (non sposata, con un figlio, convivente. E la coerenza? Pinzellacchere…).

Noi italiani sconosciamo corruzione, morti sul lavoro, raccomandazioni, baronie, povertà, banalità, mero apparire, ingordigia, volgarità, vanità e che soprattutto non tolleriamo l’imbecillità elevata a sistema di altre nazioni.
Noi che il lavoro non sappiamo più dove metterlo, che proteggiamo i giovani e costruiamo per loro un futuro di abbagliante prosperità.
Santificati come siamo – tra l’altro – dalla miracolosa presenza del santo padre accanto a noi, che ci conduce per mano e ai cui dettami e al cui illuminante esempio ci conformiamo scrupolosamente, nelle piccole come nelle grandi cose.
Sempre.

Più che italiani; italiebani.

Bello sapere di vivere in un posto simile dove, quando 43 poveri cristi crepano perché collassa un viadotto spremuto fino all’osso e mai oggetto di manutenzione – come la legge imporrebbe – piuttosto che scrivere indignati sui social, come sospinti da un unico grido di dolore, noi sappiamo rinunciare a usare quelle autostrade (come la gloriosa rinuncia dei neri americani ad usare i mezzi pubblici dei bianchi segregazionisti, che quasi mandò in malora quelle aziende razziste negli anni ’60) e smettiamo di pagare l’obolo che sappiamo andrebbe ad ingrassare quegli inemendabili carnefici.
Anzi mettiamo in ginocchio quell’avida azienda affamandola, scendendo poi in piazza a milioni, per chiedere sicurezza sulle strade e immediata giustizia: esproprio e galera eterna per gli assassini.
Altro che miliardi per ricomprare tutto!
Se possibile mozzategli anche le mani. Grazie.

[Minchia, accucchi 140 mila euri e t’accati u cani di 2.500€? Tonnimi i soldi curennu, curennu, cu l’interessi spatti, shrunza ca sì!]

Belli noi italiebani senza macchia che, davanti ai bambini morti di tumore a Taranto, alziamo la nostra voce ferita e unanime e, invece di girarci dall’altra parte mentre il TG dà l’ultimo aggiornamento di questa conta di morte e chiedere “È pronta la cena?”, scendiamo in piazza come un sol uomo, perché una questione così dolorosa va risolta subito, senza perdere un solo minuto, senza perdere un’altra sola vita, altro che 40 anni di attesa come in certi paesi – che non nomino per pudore – dove non succede mai niente, non cambia mai nulla e i figli, le figlie, i fratelli, le sorelle, i mariti, le mogli, i padri e le madri degli altri continuano a morire nell’indifferenza dei loro concittadini, perché contano solo e sempre i soldi.

Noi siamo diversi. Migliori.

Come potremmo mai perdonare, dunque, questa disonorevole ragazzina viziata dalla vita e incurante dell’esempio virtuoso di un’intera nazione?
Una marziana proprio. Avevano ragione i film americani, gli alieni sono davvero cattivi.

[Da bastadda s’accattau a Meccedes, e iù caminu ca Panda, cose de pazzi… M’acchianau a frevi da raggia!]

Bella la mia patria, terra generosa di noi persone per bene, che non passiamo il tempo a farci i fatti altrui, a guardare Barbare D’Urso e Marie De Filippi, come quegli ingordi guardoni di tragedie vere o di finti dolori a buon mercato creati a tavolino, miserabili spettatori che vivono in altri pianeti lontani.
Noi che non facciamo caso alle pagliuzze negli occhi degli altri ma ci concentriamo solo sulle travi che abbiamo nei nostri.

A dire il vero, su siamo sinceri, noi di travi non ne abbiamo proprio però.
E ci vediamo benissimo. Perché, se l’Italia è il paese più bello del mondo, noi siamo i cittadini migliori del mondo.
È semplice logica. Ce lo ha insegnato Aristotele.

C’è da essere orgogliosi di una nazione così, vero? Io lo sono.
Lo sono perché io per primo sono uno di questi. Mi guardo allo specchio e vedo una persona irreprensibile, integerrima, che non ha mai neanche parcheggiato in doppia fila, che non giudica mai, ligia a tutte le leggi, conosciute e non.
Sono stato sempre fedele, leale, non ho mai detto una bugia, mai tradito la parola data, mai arrivato tardi ad un appuntamento, mai rubato soldi dal borsellino di mia madre, non ho mai fatto una stronzata di cui pentirmi, sono praticamente un santo.
E come me tutti quelli che mi circondano, conosciuti e non, sia chiaro.
Aspetto le stimmate a giorni, perché io e Padre Pio ci diamo del tu.

Non ho mai cercato una scorciatoia né chiesto l’aiuto indebito di nessuno, sono sempre stato fedele a me stesso e non ho mai fatto il più piccolo compromesso al ribasso.
Per questo posso giudicare, condannare e comminare la pena della morte sociale.
Me lo sono guadagnato. Sono perfetto.
Sul mio vocabolario alla voce perfetto corrisponde “italiano”, e viceversa. Giuro.

Quindi mi sento giustamente indignato e sacrosantamente inferocito per il comportamento ingiustificabile di questa pecora nera, che compra automobili e cani di razza con la carità degli altri e, incurante, rovina l’immagine del mio paese senza macchia.

Disgustosa. Dileggio eterno ti colga. Tu non sei come me.

Perché io sono un vero italiano.
Anzi.
Un italiano vero.

Aveva ragione Toto Cutugno.

Certe notti, certe cover

È notte e dovrei già essere a letto, a dormire da un pezzo. La strepitosa partita tra Francia e Svizzera mi ha già regalato tante emozioni che la metà basta, eppure mi trattengo sempre un minuto in più, sempre uno in più, fino a quando si fa notte fonda e sono solo, solo ma non esattamente solitario, solo e basta, in attesa di quella cosa che si manifesti e allenti un po’ quel nodo in gola, che attenui questa sensazione di tristezza che ho dentro.

Non succede nulla (ma avrebbe dovuto?), è tardissimo, allora finisco su YouTube non so neanche per quale motivo; clicco a caso su un paio di video di nessun valore, poi con la coda dell’occhio ne scorgo uno che attira la mia attenzione; un certo Jacob Collier, in un brevissimo spezzone registrato da uno spettatore ad un concerto, reagisce spiritosamente allo squillo di un cellulare in platea, mentre si sta esibendo.
Non è tanto la reazione simpatica a colpirmi quanto la musicalità, che erompe da lui con straordinaria naturalezza. Riascolto le poche note di quel breve filmato più volte e mi decido a lasciar perdere quello che avevo selezionato per fare una veloce ricerca per nome. Jacob Collier, chi è costui? Possibilmente sarà anche famosissimo, io però non ne ho mai sentito parlare.

Spulcio in una lista di suoi video e ne scelgo uno in cui, presumo dal titolo, interpreta la cover di un brano dei Coldplay che adoro, non solo per la musica, ma sopratutto per il testo, legato ad uno specifico momento della mia vita.
La registrazione fa parte di un’iniziativa di un’associazione che credo si occupi di malati di cancro e che evidentemente ha chiesto il contributo di un certo numero di artisti per perorare la propria causa; fatto sta che questo ragazzo, fino a mezz’ora fa a me totalmente sconosciuto, è tra gli artisti che hanno accettato di partecipare. Sentirete infatti una breve introduzione fatta da lui e sulle sue motivazioni.

Poi inizia a suonare una versione così intima e all’inizio sussurrata di quella canzone da renderla una cosa diversa dall’originale, in radice. E che bella voce, così calda e profonda che pare scaturire dal punto più basso della sua anima, per poi salire fino a vette che magari non ti saresti aspettato.
Qualcuno che storcerà il naso? Non so, poco importa, a me ha invece dato quell’emozione che stavo aspettando, una luce morbida ad illuminare la malinconia che quella solitudine che sento dentro si porta appresso.

“La solitudine è pericolosa, è dipendenza. Una volta che ti rendi conto di quanta pace c’è in lei, non vuoi avere a che fare con le persone” ha scritto Carl Gustav Jung e devo dire che – mai come dopo il lockdown – mi sento così vicino a questa sensazione e a questo desiderio, che però al contempo sento poco sano e naturale.
E come di un nuotatore dotato si esalta l’acquaticità, in questa terra di nessuno che non è più tarda sera e non è ancora giorno, mi godo il talento di questo ragazzo che sembra capitato per caso per regalarmi qualcosa, giusto in questa notte di piccoli morsi nell’anima, di ricordi, di malinconia, di nostalgia.

When you try your best, but you don’t succeed
When you get what you want but not what you need
When you feel so tired, but you can’t sleep
Stuck in reverse

And the tears come streaming down your face
When you lose something, you can’t replace
When you love someone, but it goes to waste
Could it be worse?

Lights will guide you home
And ignite your bones
And I will try to fix you

And high up above or down below
When you’re too in love to let it go
But if you never try, you’ll never know
Just what you’re worth

Lights will guide you home
And ignite your bones
And I will try to fix you

Tears stream down your face
When you lose something, you cannot replace
Tears stream down your face and I
Tears stream down your face
I promise you, I will learn from my mistakes
Tears stream down your face and I

Lights will guide you home
And ignite your bones
And I will try to fix you

Why I do love advertising #6

Una bella campagna per dissuadere dall’uso dei cellulari alla guida e interagire con i social.
Un’idea semplice e direi d’impatto.

C’era una volta

Il generatore automatico di scene di film di Sorrentino
da un articolo troppo divertente che ho linkato qui sopra.

L’articolo, oramai datato, parla di un sito che non esiste più, purtroppo.
Una di quelle invenzioni assolutamente inutili ma memorabili, che si fanno rimpiangere quando non le trovi più. Un sito capace di scrivere random delle scene di fil del regista Sorrentino.
Ma leggiamo direttamente l’articolo.

Per chi è rimasto interdetto di fronte alla Grande Bellezza, per chi non riesce a capire il senso di Youth, per chi non ne può più di nani e ballerine in inquadrature bellissime, per chi non si beve dialoghi al limite della surrealtà, per chi feste del genere non le immagina neppure, per chi non ha mai avuto una terrazza con vista sul Colosseo e adiacente a un monastero di monache giocose, per chi, insomma, non ne può più del Sorrentino style, che ormai sta diventando un genere a sé, ecco la risposta: il generatore automatico di scene di film di Paolo Sorrentino.

Si trova sul sito Libernazione e, a comando, presenta descrizioni di “scene del prossimo film di Sorrentino”. Gli ingredienti ci sono tutti: stranieri improbabili, paesaggi esotici bellissimi, spruzzate di sesso, dissolvenze su canzoni, mix di finto alto con vero basso, dediche a sorpresa. Un esempio:

Una spogliarellista bielorussa

meticcia canta “Ciao amore

ciao” sul bordo della piscina

olimpionica di un’isola

caraibica privata, e nella

scena successiva si masturba

con un mestolo nella sala dei

trofei di caccia grossa di

un’ambasciata monegasca:

progressivamente il rumore

nitido dell’attrezzo culinario

che fa su e giù nella vulva si

trasforma in “I Like Chopin”

di Gazebo, sparata a palla in

una spiaggia in cui ci si

succhia caviale dall’ombelico

e si assiste alla lotta nel fango

di due nane.

A quel punto il protagonista,

con sguardo ironico, biascica:

“Chi di gallina nasce convien che ruspi”.

Dissolvenza.

Scritta “Dedicato a Alberto Tomba”.

FINE.

Un pensiero di Eckhart Tolle

Le persone spesso cercano compulsivamente una gratificazione dell’ego e cose con cui identificarsi per riempire quel vuoto.
Così fanno di tutto per ottenere beni, denaro, successo, potere, riconoscimenti o una relazione speciale, così da sentirsi meglio, più complete.

Ma una volta raggiunte tutte queste cose, scoprono, ben presto, che il vuoto é ancora lì, incolmabile. Finché la mente egoica gestisce la tua vita, non puoi essere a tuo agio; non puoi sentirti in pace o appagato se non per brevi istanti o periodi, quando ottieni ciò che vuoi, quando un desiderio viene soddisfatto.

[…] l’ego deve identificarsi con cose esterne, ha bisogno di essere nutrito costantemente.
Si identifica con ciò che possiede, con il lavoro che si svolge, con lo status sociale, la reputazione, con il sapere e l’istruzione, con l’aspetto fisico, con le relazioni, con la storia personale e familiare, con il sistema di credenze.

Ma tu non sei niente di tutto questo!

Prima o poi dovrai abbandonare tutto questo e comprenderai qual è la Verità.
Quando sentirai avvicinarsi la morte, che ti priva di tutto quello che non sei.

Il segreto della vita è morire prima di essere morti e scoprire così che non c’è morte.


•••••••


Trovo molto interessante questo concetto, lo sento vicino, forse perché andando avanti nella vita avverto una sempre maggiore pesantezza dentro di me, fatta di pregiudizi, vuoti, opinioni e – contemporaneamente – un desiderio incessante di leggerezza, di voglia di mollare tutta quella zavorra e vivere volando, libero dalle catene in cui io stesso mi sono avvolto.
E nell’indecisione passa la mia vita, un giorno dopo l’altro, senza che io faccia davvero nulla per ottenere ciò che sento dentro di desiderare per onorare il senso della mia vita.

29 anni

Mi piace immaginare che oggi l’Italia sarebbe stata una nazione diversa se non ce l’avessero fatta ad eliminarlo.

Franco Battiato 1945 – 2021

Di Battiato ricordo alcune cose che non hanno a che fare con la sua musica.

La pelle delle mani, sottile e morbida, e la sua stretta delicata e accogliente.
Lo sguardo limpido e aperto, senza ombra di sufficienza o distacco.
La voce, educata e bassa di volume, ma non sussurrata, semplicemente adeguata.

E l’umiltà.

Quella fu la cosa che mi colpì di più incontrandolo, credo una trentina di anni fa, in uno studio di registrazione a Catania. Una di quelle persone che non ti aspetti, perché ti porti dentro il pregiudizio legato all’idea di come tu pensi sia una Star o magari perché ti sei abituato all’arroganza di tanti perfetti signor nessuno che si comportano, al contrario, con il piglio dei padreterni.

Questa sensazione di raffinatezza ed eleganza interiore la ricordo distintamente. Così come quella sensazione di schiva grandezza, provata solo con alcuni grandi  del jazz che ho avuto la fortuna di incontrare: musicisti conosciuti in tutto il mondo che mi parlavano affabilmente, che si mostravano con grande semplicità, senza che mai avessi la sensazione che ci fosse compiacimento o senso di superiorità.
Fu strano trovare a Catania un personaggio così importante e con le stesse caratteristiche.
Me lo spiego pensando che solo i grandi, i veri grandi, sanno essere autenticamente umili.

L’ultima volta che ho avuto un contatto profondo con Battiato è stato invece grazie alla sua musica.
La notte del 24 giugno del 2014, al buio, nel mio letto, di notte,  pensai ad una persona della mia famiglia che era morta nel 2001, una persona col cui peso nella mia vita non avevo ancora voluto fare i conti.
Fu una sua canzone, E ti vengo a cercare, che in quella notte così strana decisi di ascoltare – quanto causalmente sarebbe tutto da discutere – che mi aiutò a disseppellire le emozioni che per così tanto tempo avevo evitato di affrontare, a perdonarmi per ciò che non avevo capito, per le cose che non ero stato in grado di fare.

Se ne è andato un essere speciale, una di quelle persone troppo grandi da contenere in un solo sguardo, un solo abbraccio, una di quelle rare e insolite creature capaci di lasciare davvero un segno del loro passaggio su questo sassolino disperso nel cosmo che chiamiamo Terra.

A Dio Maestro

#Battiato #Musica #Arte #Metafisica #Avanguardia #Sperimentazione #PopMusic #Cultura #Filosofia #Parole #Testimonianza #Integrità #Morte #Vita #Eternità

P.s.

Da cittadino italiano rimango legatissimo a quella che reputo una delle opere di denuncia più forte che siano mai state scritte. Povera Patria che, sebbene scritta nel 1991, continua purtroppo ad essere maledettamente attuale, quasi a voler sconfessare quel Si può sperare finale espresso nelle ultime strofe, visto che tuttora la primavera tarda ad arrivare.