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Vedi l’Egitto e poi muori

Leggo di questa ragazza sorridente, che sventola una bandiera arcobaleno durante un concerto. È felice, come tutti i ragazzi della sua età in un contesto simile, invece ignora che a breve la sua vita verrà stravolta in maniera irreversibile dall’intervento della polizia, che l’arresterà (udite, udite) per il gravissimo reato di aver sventolato una bandiera…
È nel 2017 che succede questo a Sarah Hegazi, attivista LGBT che non ha mai fatto male ad una mosca, eppure viene incarcerata e nei pochi mesi di detenzione subisce violenze ed abusi da cui non riuscirà più a riprendersi.
Va via dal suo paese chiedendo al Canada di accoglierla e così sarà ma, due giorni fa, schiacciata dal peso di ciò che ha subito si toglie la vita.

Lui è Giulio Regeni, rapito, torturato e ucciso dai servizi segreti egiziani in spregio a qualunque diritto di Giulio di vivere la sua vita e delle richieste dei nostri governi di processare i colpevoli.
Io non so perché non abbiamo chiuso l’ambasciata in Egitto e congelato i rapporti con questo paese di merda. Sì, di merda.

Azzurro

Sono a casa della nonna Ada, in cucina, osservo i mobili fine anni sessanta in formica di un rosso incerto, quello di una fragola che voleva nascere melograno. C’è un cassetto con il doppiofondo segreto dove nasconde i brogliacci delle giocate e gli incassi della ricevitoria del lotto che gestisce.
È agosto, ho due o tre anni, sono sul mio seggiolone, c’è rumore indaffarato nella cucina in via Cavour e una cerata chiara sul tavolo.
Ho il bavaglino e qualcuno mi sta preparando da mangiare e questa canzone srotola le sue note nell’aria. Sono un gran chiacchierone e parlo tranquillamente con tutti.
È un bel tipino mia nonna, quando ride i suoi occhi diventano due fessure e delle rughette deliziose le solcano il viso, è minutina, dolce e forte e la vita le ha chiesto più di una volta di mostrarle quanto. Le voglio molto bene e la rimpiangerò.
È un’Italia languida quella di questa estate, c’è un silenzio sospeso per le strade accecate dal sole a picco dell’una; il paese si spopola e ammutolisce, si torna in processione a casa per la lunga pausa del pranzo e la pennica di rito.
Questa canzone è sempre alla radio, è estate ed il suo ritmo mi ammalia.
In questo piccolo pezzetto di Puglia assolata, il profumo delle friselle e del pomodoro mi è entrato nell’anima come quello delle focacce e dell’olio prodotto dall’oleificio del paese, così come il profumo che esce dal flacone di pino Vidal in quel piccolo, angusto bagno, con lo scalino troppo alto per entrare.

Azzurro, il pomeriggio è troppo azzurro e lungo per me…

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Christo è morto ieri

Christo Vladimirov Javacheff > Gabrovo, 13 giugno 1935 – New York, 31 maggio 2020

Homecoming

I feel a change in the weather
I feel a change in me
The days are getting shorter and the birds begin to leave
Even me, yes, yes, y’all
Who has been so long alone
I’m headed home
Headed home

Bellissima e straziante

Ripubblico, senza aggiungere o togliere nulla, questo post meraviglioso scritto da una mia splendida conoscenza su Facebook.

Esattamente un anno e un giorno fa, mi imbattei in un articolo che raccontava un fatto eccezionale. L’ho conservato per tutto questo tempo, e oggi che è la festa della mamma me ne sono ricordata: è il giorno giusto perché vi racconti la storia di Catalina Muñoz.

Nell’agosto 2011, durante gli scavi in un parco di Palencia, nel nord della Spagna, gli archeologi impegnati in un progetto di recupero della memoria della Guerra Civile, fecero una scoperta straordinaria.
Erano in cerca di una fossa comune, una delle tante in cui finirono migliaia di repubblicani spagnoli dopo il golpe di Francisco Franco nel 1936; secondo le testimonianze del tempo, dovevano trovarsi lì sotto 250 corpi.

Proprio nell’area giochi del parco, tra scivoli e altalene, da sotto uno strato di calce viva, emersero a poco a poco i resti di un corpo, circondati da diversi oggetti di uso quotidiano: alcuni bottoni, la suola di scarpe misura 36, un piccolo crocifisso e, per lo stupore di tutti i presenti, un sonaglino da bebè in celluloide colorata, perfettamente conservato.

L’incredibile storia di quell’oggetto è stata pazientemente ricostruita e dopo lunghe ricerche la “donna del sonaglino” ha finalmente avuto un nome.

Si chiamava Catalina Muñoz Arranz, viveva in un paesino a 30 km da Palencia ed era stata portata via dai falangisti nell’agosto del ’36, appena un mese dopo il golpe.
La sua colpa era quella di essere la moglie di Tomás de la Torre, in carcere per aver ucciso un falangista durante una manifestazione.
Due vicini e lo stesso sindaco del paese la segnalarono alla polizia franchista, per aver preso parte lei stessa a cortei in cui “si inneggiava alla Russia” e aver lavato i vestiti sporchi di sangue del marito per occultare le prove.
Catalina fu sorpresa mentre sbrigava le faccende domestiche, ebbe a stento il tempo di salutare i 4 figli piccoli, l’ultimo di appena 9 mesi, e fu portata via per sempre.
Giudicata da un tribunale militare per ribellione, ammise di aver preso parte a quelle manifestazioni e venne fucilata il 22 settembre del 1936, i resti gettati in una fossa comune segreta.

I figli di Catalina crebbero con gli zii, senza alcun ricordo della mamma, né una foto né una tomba su cui piangere, fino al giorno dell’incredibile scoperta.

Ricostruita la sua storia, il sonaglino che Catalina aveva portato con sé per andare incontro al suo crudele destino è stato riconsegnato al proprietario, il figlio Martín ormai 83enne, e grazie agli antropologi forensi che hanno lavorato sui resti della povera donna, i suoi 4 figli hanno potuto conoscere finalmente il volto della mamma.

Lo so che è una storia davvero troppo straziante, e per questo ci ho messo tanto a scriverla ma, amiche mie belle, dei fiori e degli auguri di oggi ce ne facciamo poco: domani ci tocca tornare a imbastire mondi rassicuranti, governare il caos e ammaestrare il futuro e nei momenti duri che verranno, avremo piuttosto bisogno di pensare a donne come Catalina coraggiosa, che affrontò i franchisti, il plotone d’esecuzione e la morte tenendo stretto un sonaglino.

❤️

Protetto: Fragile e infrangibile

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da nanalsd.wordpress.com

Sarà curioso avere a che fare con chi da sempre ha fatto a meno di noi.



Toccare il fondo.

Liberarsi di pesi e mezze misure per aiutare la discesa, planare sul terriccio senza equipaggiamenti di alcuna sorta, in barba alle leggi della fisica che ti vedrebbero più volentieri con il naso all’insù, in procinto di bruciare e diventare semina per il raccolto a venire.

Mi siete tornati alla mente tu, tu e tu. Non so di preciso il perché, però ricordo che la tachicardia era scomparsa, che era tutto così calmo e non c’era più bisogno di concatenare vocaboli dietro i quali nascondermi e sparire, che a pensarci meglio basterebbe anche un vedremo, e invece ancora m’ostino a contornarlo di inutili convenevoli politicamente corretti.

Fare capolino nei momenti meno adatti, lasciare un cartello con scritto torno quando voglio che non c’è mica alcuna fretta. Sì, ok, forse è vero se ogni volta ti dico che mi sento una scadenza addosso, però tu tranquillizzami ti prego, dimmi che l’eternità esiste per davvero e che in un modo o nell’altro torneremo e che ci sarà tempo per quel tutto che ogni volta che poi si sta insieme non si sa mai che fare ma non ci importa non ci deve importare che noi c’abbiamo l’infinità dei giorni dalla nostra e l’elisir della giovinezza dell’anima.

Lasciami delirare alle tre del mattino su possibilità remote di avvicinamenti di falangi e di pelli bianche sotto i polpastrelli, di fratture scomposte per rimanere avvinghiati in posizioni inconcepibili, di coccigi doloranti per le troppe ore seduti in macchina a parlare e baciarsi e parlare e baciarsi e parlare di qualsiasi cosa trovando un punto da fissare che sia una ciocca di capelli o un neo sulla guancia destra o una ruga intorno la bocca pur di non perdere il filo del discorso in uno sguardo e baciarsi. Lasciami delirare in questo sentimento osseo, apparati scheletrici consapevolmente simili, abbigliati di carni e contorni per farci sentire diversi ed infinitamente soli.

Risalire con addosso soltanto un filo per non perderci ancora, ed una forbice per tagliarlo quando tutto sarà così perfetto da farci male.

Lasciamoci la possibilità di riprovarci e di rovinare tutto.

Continuiamo a godere della sensazione del ritrovarci.

Byez, la Nana.



Roma, Italia

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Da un po’ non mi capitava di ripostare qualcosa capace di darmi emozione. Sta cambiando tutto così inesorabilmente che è difficile trovare un pensiero ben scritto (e scritto con abbastanza parole) da lasciarci qualcosa nel palato, come quando bevi del vino buono.
Questo post è del 2015 e, chissà per quale strana coincidenza, mi ci sono imbattuto di nuovo, dopo averlo letto cinque anni fa.
Le parole sono uguali, io non sono uguale e mi è molto piaciuto.
Vedete un po’ voi cosa ci troverete dentro…

“Io ho sempre amato la libertà e voi non sapete manco che cazzo significa”.

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Don’t You Forget About Me

14 aprile, lentamente evapora.

Martedì, durante una seduta online del mio gruppo di psicoterapia, ho raccontato un sogno, un sogno buffo, con un finale comico, goffo e divertente: un Marameo!

Dall’analisi successiva è venuto fuori che – benché oltre me nel sogno ci fossero una donna, parte del mio recente passato, ed una comparsa – in verità stavo parlando a me stesso, alle varie parti di me.
La persona che alla fine andava via sorridendomi – con quel sorriso di occhi, anima e denti, che mi ha trapassato mille volte il cuore quando ero con lei – a cui avevo fatto Marameo! rappresentava in realtà la parte disfunzionale e ossessiva che ho dentro.
A., commentando per prima ciò che aveva ascoltato, l’aveva definito un bel sogno a giudicare da come lo avevo raccontato e in effetti era positivo ciò che percepivo, mi aveva fatto sorridere.

Invece ero io a non aver capito nulla.
L’interpretazione che ne era scaturita dopo – infatti – mi aveva colto di sorpresa; durante la seduta ero rimasto ancorato alla grammatica di quel racconto, senza comprenderne la sintassi. Il Marameo! non rappresentava tanto l’apparente gesto irriverente verso un’altra persona, quanto piuttosto il mio salutare con ironia e consapevolezza qualcosa che aveva fatto parte da sempre della mia vita e che adesso, progressivamente, perdeva la sua capacità di destabilizzarmi.
Ma è stato un po’ dopo che tutto è venuto fuori più nitidamente, parlando con D., la mia amica speciale. Ho visto il quadro più ampio, ho rintracciato sensazioni nuove dentro di me, ho percepito che qualcosa era successo davvero.

Alla fine, rimasto solo con i miei pensieri, mentre riflettevo su questa grande rivelazione, il mio sguardo è stato attratto dall’icona dei messaggi sul mio cellulare, dove campeggiava la notifica di un sms mai aperto. Il messaggio di avviso di una chiamata ricevuta a telefono spento. La sua ultima chiamata. Era lì dal 4 febbraio.
Per più di due mesi quel pallino rosso mi aveva fatto compagnia, perché avevo deciso che dovesse rimanere acceso a ricordarmi chissà poi cosa, se non appunto la mia ossessione o forse la presunzione di essere più forte, di poterla rendere innocua.
Ho esitato qualche secondo, ho aperto l’applicazione, facendo così sparire quella notifica, e il testo – con la data e l’ora di quella telefonata mancata – mi è apparso per come in realtà era: nudo, freddo, ormai senza vita. Ho avvertito distintamente l’odore della morte, l’ho letto per l’ultima volta e poi l’ho cancellato. Marameo!

In passato facevo cose del genere sotto la spinta di emozioni forti e ben poco utili. Magari cancellavo qualcosa in preda all’ira per poi, il giorno dopo, pentirmene e rimpiangere il gesto. Non questa volta. Una leggerezza sconosciuta ha guidato le mie dita in quel momento e ha pervaso i giorni successivi.
Per molta parte della vita mi sono raccontato come un temperamento romantico, capace di fare gesti sorprendenti sotto la spinta di sentimenti epici, non riuscendo a spiegare – se non con l’Amore – quel senso di onnipotenza tutto cappa e spada e quell’euforia al limite della frenesia che si impadroniva di me, facendomi volare in alto, superare con un balzo le montagne per poi lasciarmi a terra, agonizzante, quando la relazione si spezzava.

E invece adesso quello stesso racconto, quegli stessi avvenimenti cambiano significato; un poco alla volta evapora da dentro di me quell’odore di morte.

Progressivamente la strada intrapresa qualche anno fa sta cambiando pendenza, progressivamente la salita si fa sempre meno ripida, un nuovo orizzonte sta lì, oltre il picco, paziente ad aspettarmi. Progressivamente perde consistenza ciò che un tempo pensavo fosse parte di me, come le braccia, le gambe, il naso e invece…
Ha fatto armi e bagagli e si è trasferita furbescamente al piano di sotto, la mia ossessione, pensando di tenermi buono per un po’: ma io adesso So.
So che in un tempo non molto lontano, in una notte fresca di sogni, cielo terso e luna piena, una notte d’estate traboccante di stelle, frinìti e profumi, prenderò la sua valigia – scoprendola sorprendentemente leggera, perché piena solo di fantasmi – e le dirò che è tempo di andar via.
Sarà allora che a quella parte di me, ormai estranea e fuori posto nella mia anima ma che così tanto ha determinato nella mia vita, non resterà che sfarinarsi nella notte, magari atteggiandosi a vittima per l’ultima volta, forse provando a sussurrare questa canzone

As you walk on by
Will you call my name?
When you walk away



Marameo! sarà il mio saluto.


Celeste

Ci sono momenti particolari, inaspettati, in cui ti imbatti in qualcosa che sembra star lì ad aspettarti, quasi ti attendesse per dire che sì, è lì perché è a te che deve parlare.
L’ultima volta che è accaduto è stato quando mi sono imbattuto in questa voce e in questa canzone.
Non conoscevo Celeste, non mi era capitato di ascoltare questa ballad alla radio né avevo mai incrociato sul web il suo nome o la sua musica (e dire che la canzone è uscita nel 2019).
Stavo cercando qualcosa su Google, non ricordo neanche cosa, e come suggerimento è venuto fuori il video di quella che per me era, fino a quel momento, una perfetta sconosciuta.

Devo essere sincero, ho pensato ad Amy Winehouse alle prime note, ma è stato qualcosa che veniva su dalla sua gola a riportami alla mente la Billie Holiday di I’m a Fool to Want You. Stessa disillusione, stessa nota aspra in quella voce, graffiata, ripiegata su se stessa.

Anche se il testo della canzone di Celeste parla di un rapporto consumato e ormai logorato, di qualcosa di irreparabile perché ormai svuotato di senso,

Say isn’t it strange?
Isn’t it strange?
I am still me
You are still you
In the same place
Isn’t it strange?
How people can change
From strangers to friends
Friends into lovers
And strangers again


mentre la canzone di Frank Sinatra cantata dalla Holiday parla piuttosto di un amore impossibile da vivere, l’amore tra chi canta – che è evidentemente relegato nel ruolo frustrante e frustrato dell’amante – e l’oggetto di tale passione potente e distruttiva, che a quanto pare non sembra ricambiare con uguale coinvolgimento, né avere pietà dell’altro (il testo verso la fine recita infatti Pity me, I need you, I know it’s wrong)

I’m a fool to want you
I’m a fool to want you
To want a love that can’t be true
A love that’s there for others too

I’m a fool to hold you
Such a fool to hold you
To seek a kiss not mine alone
To share a kiss the Devil has known


Per quanto la canzone di Frank Sinatra abbia una vantaggio di quasi settant’anni su quella di Celeste, non mi meraviglierebbe vederla diventare uno standard Jazz nel medio periodo, per la sua bellezza così composta, semplice e profonda.
Devo anche sottolineare che, dal punto di vista umano, di vissuto, fra le due donne non c’è un reale paragone e nel confronto delle due voci questa differenza di densità si avverte.
La breve vita della Holiday è stata un inferno, un calvario che si è sparso in ogni nota cantata da lei, anche nella più allegra delle canzoni e questo – per fortuna, umanamente parlando – a Celeste è stato risparmiato.
A favore della più giovane però c’è da dire che la padronanza ed il controllo che sfoggia sulla propria voce fa paura, davvero, così come la potenza vocale improvvisa sorprende. Stesso discorso con le doti di interpretazione, intese nel senso teatrale di presenza scenica, perché sono di altissimo livello (basti guardare quest’altra interpretazione della stessa canzone per comprendere cosa voglio dire).
Resterà da vedere se, senza la spinta profonda di un dolore lacerante e antico innestato in fondo all’anima, come nel caso della Holiday, si possano toccare o meno certe vette.

#Celeste #Strange #BillieHoliday #FrankSinatra #ImaFoolToWantYou #song

Stupendo

Abbiamo vent’anni, siamo innamorati e questa sera abbiamo mangiato la pizza del forno, bruna e con il pomodoro che schiuma rosso e zuccherino, seduti sui gradini di un palazzo, riparati da un cornicione, mentre più in là su tutto diluvia e sulle dita sgretolano le briciole e le gocce.
Abbiamo trent’anni, viviamo insieme e una volta mentre faccio il bagno va via la luce e l’acqua calda non funziona, allora tu riscaldi l’acqua in cucina, la porti nella pentola, mi vedi nudo e io, anche se nudi ci conosciamo, mi vergogno e mi guardo le ossa delle gambe.
Trentacinque anni e una mattina presto, mentre siamo nell’ultimo sonno, tu sul ventre con il braccio lungo il corpo, io sul fianco rivolto verso di te, socchiudi la mano e mi prendi tra le dita, piano, inconsapevole, e nel dormiveglia sento che la tua mano dorme e io sono il suo sogno; poi, svegli, andiamo in balcone ad annusare il gelsomino.
Ne abbiamo cinquanta e abbiamo dimenticato tante cose. Non stiamo più insieme e non ci incontriamo mai. Ogni tanto qualcosa ci fa tornare in mente un gesto o una parola e facciamo, separati, archeologia.
Abbiamo mille anni e siamo biologia. I nostri corpi non ci sono più e sono altro. Un tuo piede è un sasso, il mio naso è sabbia, le tue orecchie sono diventate mele, un mio occhio è un riccio in fondo al mare. La tua bocca, adesso, è carne dentro la mano di un uomo, i miei polmoni sono diventati matita. La materia si converte e noi con lei. Senza coscienza, la mano dell’uomo nel quale ci sei tu prende la matita nella quale ci sono io e scrive delle frasi, e noi esistiamo ancora nel movimento e nella scrittura.

Giorgio Vasta – Il tempo materiale

Designers sometimes are crazy

#Craziness #HelveticaNeue #Designers #Joke

A very big lesson

Herbie Hancock racconta un aneddoto su Miles Davis. Davvero interessante su molti piani di lettura, non solo su quello musicale.

#HerbieHancock #MIlesDavis #Music

Cronache dal coronavirus #1

E dire che eravamo stati avvisati…

#BillGates #coronavirus #Ted

So much beauty

#LyleMays #Music #Beauty

That’s why I love advertising

Even when it is used to commemorate a hero, even when there is the company brand at the end, even when you know that someone in marketing will think about the economic return that something like this will have. But then you think that a man, almost a demigod, had the power to impact millions of people and multinational companies even with his death. Then there’s little to speculate and we just have to enjoy small masterpieces of this kind, works in which creativity is at the service of myth, in which with the least of the elements you can create the maximum emotional reaction. Chapeau!

#BlackMamba #KobeBryant #GiannaBryant #Respect #Nike

Close to Home

Uno dei brani che ho più amato di Lyle Mays analizzato e spiegato in maniera fantastica da un altro compositore. Mi ha fatto vedere e notare cose che non avevo mai guardato dal suo punto di vista. Bello.