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Alda Merini

Sei bella.
E non per quel filo di trucco.
Sei bella per quanta vita ti è passata addosso,
per i sogni che hai dentro 
e che non conosco.
Bella per tutte le volte che toccava a te,
ma avanti il prossimo.
Per le parole spese invano
e per quelle cercate lontano.
Per ogni lacrima scesa
e per quelle nascoste di notte
al chiaro di luna complice.
Per il sorriso che provi,
le attenzioni che non trovi,
per le emozioni che senti
e la speranza che inventi.
Sei bella semplicemente, 
come un fiore raccolto in fretta,
come un dono inaspettato,
come uno sguardo rubato
o un abbraccio sentito.
Sei bella
e non importa che il mondo sappia,
sei bella davvero,
ma solo per chi ti sa guardare.

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Pois

Hai ancora le chiavi di casa.
Tintinnano quando mi entri nell’anima come se nulla fosse. Spalanchi finestre di stanze già tue – dentro aria fresca! – e mi ubriachi di luce, voce e sorrisi, i tuoi, con fare sicuro.
Hai gesti che svettano come fiori in un vaso d’acqua pieno a metà.
E mi sento trafitto dal tuo sguardo sornione, mentre veloce
sgattaioli via.

La straordinaria dignità di Enzo Tortora

Da ascoltare e riascoltare
Biagi, una delle poche voci straordinarie a difesa del presentatore.
Video

Why I do love advertising

Dieter Zetsche, Ceo della Mercedes-Benz, è andato in pensione lo scorso 22 maggio: in un video realizzato da Bmw, un sosia di Zetsche è impegnato nel suo ultimo giorno di lavoro. Dopo aver consegnato il badge, torna a casa a bordo di una Classe S prodotta appunto da Mercedes ma poi…

Trovo questo omaggio di BMW un’operazione sicuramente furba commercialmente ma, al netto delle eventuali ricadute di immagine per la casa bavarese, mi pare un gesto di autentico fair play come raramente se ne vedono nel mondo delle auto e, più in generale, nel mondo di oggi.

Bravi


www.youtube.com/watch?v=d-wk5oFrofs

Italo Calvino

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.

Ruby Bridges

New Orleans, 1960. La bimba afroamericana di 6 anni Ruby Bridges va al suo primo giorno di scuola, ma non è accompagnata in classe dalla mamma o dal papà, ma da quattro poliziotti armati.
Il percorso da casa alla scuola lo fa tra due ali di folla, passando in mezzo a persone che le urlano addosso e tentano di colpirla. Quando è entra in aula è l’unica presente, gli altri alunni sono stati ritirati dai genitori e gli insegnanti si rifiutano di fare lezione. Tutti tranne una.
Barbara Henry.

Questa straordinaria insegnante ha continuato ad insegnare ed è stata la sua unica maestra. Per un anno, la piccola, si è dovuta portare il cibo da casa evitando tentativi di avvelenamento. La sua famiglia ha subito ritorsioni: il padre è stato licenziato, alla madre è stato proibito fare la spesa nel negozio di alimentari vicino casa e i nonni sono stati espropriati dalla terra che coltivavano come mezzadri. Ruby Bridges fu la prima nera ad entrare in una scuola fino ad allora riservata ai bianchi.

La sentenza del giudice J. Skelly Wright per il primo giorno delle scuole integrate a New Orleans, il 14 novembre 1960, fu commemorata da Norman Rockwell nel dipinto The Problem We All Live With (pubblicato su Look il 14 gennaio 1964). Come descrive Ruby stessa: “Salendo ho potuto vedere la folla, ma vivendo a New Orleans, in realtà ho pensato che fosse Mardi Gras. C’era una grande folla di persone al di fuori della scuola. Stavano lanciando cose e gridando, e questo tipo di cose succede a New Orleans al Mardi Gras”. L’ex vice Marshall degli Stati Uniti Charles Burks ha poi ricordato: “Ha dimostrato molto coraggio. Non ha mai pianto né piagnucolato. Ha marciato come un piccolo soldato, siamo tutti molto orgogliosi di lei”.

Barbara Henry con Ruby Bridges

Bridges, ora Ruby Bridges Hall, vive ancora a New Orleans con suo marito, Malcolm Hall, e i loro quattro figli. Dopo la fine degli studi in un liceo desegregato, ha lavorato come agente di viaggio per 15 anni e in seguito è diventata madre a tempo pieno. Attualmente è presidente della Fondazione Ruby Bridges, che ha fondato nel 1999 per promuovere “i valori della tolleranza, del rispetto e dell’apprezzamento di tutte le differenze”. Descrivendo la missione del gruppo, afferma, “il razzismo è una malattia degli adulti e dobbiamo smettere di usare i nostri figli per diffonderla”

Il 15 luglio 2011, Ruby Bridges ha incontrato il presidente Barack Obama alla Casa Bianca, e durante la visione del suo dipinto fatto da Norman Rockwell in mostra le ha detto: “Penso che sia lecito affermare che se non fosse stato per voi ragazzi, forse non sarei stato qui e non ci staremmo guardando insieme”.

La cantante Lori McKenna le ha dedicato questa canzone.

Una musica dissonante ed un’eco lontana, come te.

Trentun anni e sembra ieri

Tra gli innumerevoli meriti di Renzo Arbore c’è quello di aver prodotto programmi di una qualità eccelsa, quattro spanne sopra quello che la pur buona tv degli anni fine anni ’70 primi anni ’80 in parte proponeva.
Ricordo con nostalgia L’Altra Domenica, trasmissione di contro programmazione a Domenica In, semplicemente portentoso. Da lì uscirono Benigni, Boldi e tanti altri. Un’ironia talmente sottile e intelligente da non essere alla portata del grande pubblico. Eppure fece numeri.
Ma tra i tanti programmi DOC fu veramente qualcosa di straordinario, un programma musicale dove è passato il meglio della musica mondiale, con uno sforzo tecnico della RAI incredibile ed una qualità, rapportata ai mezzi dell’epoca, che hanno posto la televisione di stato italiana in una posizione di eccellenza nel mondo.
Confrontata con la noia mortale di tutte le televisioni italiane attuali davvero questi trentun anni orami passati sembrano quelli di un’altra era e un altro mondo.

Morte di un uomo per bene

Guido Rossa 01.12.1934 – 24.01.1979
Per non dimenticare la follia che ha attraversato il nostro paese.


Sii gentile – Charles Bukowski

Ci viene sempre chiesto
di comprendere l’altrui
punto di vista,
non importa quanto sia
antiquato
stupido o
disgustoso.

Uno dovrebbe
guardare
agli errori degli altri
e alle loro vite sprecate
con
gentilezza,
specialmente se si tratta di
anziani.

Ma l’età è la somma
delle nostre azioni.
Sono invecchiati
malamente
perché hanno
vissuto
senza mettere mai a fuoco,
hanno rifiutato di
vedere.

Non è colpa loro?
Di chi è la colpa?
Mia?

A me si chiede di mascherare
il mio punto di vista
agli altri
per paura della loro
paura.

L’età non è un crimine
ma l’infamia
di un’esistenza
deliberatamente
sprecata
in mezzo a tante
esistenze
deliberatamente
sprecate lo è.

No matter

Da ascoltare ciò che dice dopo l’esibizione. Davvero bello.

La semplice potenza di un’idea

 

È costato poco più di 50 euro questo video sul Natale che in pochi giorni ha registrato più di cinque milioni di visualizzazioni su Facebook. Un successo inaspettato. L’autore, il filmmaker professionista britannico Phil Beatstall, 32 anni, lo ha pubblicato nei giorni in cui la Gran Bretagna si emozionava per il maxi spot per le festività dei grandi magazzini John Lewis, con protagonista Elton John. La pubblicità targata John Lewis, stando alle indiscrezioni, è costata almeno 7 milioni di sterline, l’equivalente di 7,8 milioni di euro.
Il giorno di Natale, il protagonista ascolta un nastro registrato da sua madre, morta molti anni prima: si tratta dell’ultima cassetta che la donna ha lasciato a suo figlio e contiene un messaggio speciale. Molti utenti dei social network, dopo aver visto il video, hanno chiesto a Phil Beatstall di girare uno spot ufficiale per il prossimo anno. ”Non è sempre necessario un budget enorme – ha spiegato il regista Beatstall – basta una narrativa di forte impatto che trasmetta un messaggio”.

Non è quello che ci siamo dati a mancarmi, ma quello che avremmo dovuto darci ancora.

Giovanni Giancaspro

SE MIO FIGLIO POTESSE CAPIRE

Se mio figlio potesse capire, se riuscisse a comprendere, gli direi che quei bambini vestiti di rosso, quelli che avevano la sua età, che saranno stati lunghi poco più di ottanta centimetri, che forse non arrivavano a dieci, undici chili, gli direi che quei bambini erano in mare per un caso.
Perché per caso, figlio mio, tu sei nato qua e loro là, per caso tu hai il triciclo, i pupazzi, il seggiolone che si reclina e loro, sempre per caso, hanno la fame, hanno paura.
Tu non hai meriti, e non ne ho io, che ho potuto vivere, scegliere, viaggiare, lavorare all’estero e tornare, mostrare il mio passaporto a ogni frontiera e sentirmi dire sempre va bene, puoi passare. Non abbiamo meriti a stare in pace, a non avere bombe sulle testa, a non avere mortammazzati intorno, a non subire abusi, torture, vessazioni, violenza, a non avere freddo, a non avere fame. Non abbiamo nessun merito ad avere la nostra cittadinanza, non l’abbiamo vinta, non l’abbiamo guadagnata, non l’abbiamo conquistata. Siamo nati per caso in un posto in cui ci sentiamo uomini, più uomini di tutti gli altri uomini, e per caso, per sfortuna, per sorte loro sono là, dove l’umanità, a noi che la guardiamo con le nostre lenti da sole da qui, sembra più sfumata.

Gli direi che erano in mare per un sogno, quei bambini, non un sogno loro, troppo piccoli, troppo fragili, ma un sogno dei loro genitori che chissà quanto li avranno amati, quanto io amo te che certi giorni sembra quasi intollerabile, faticoso, tutto questo amore, tutta questa necessità che tu stia bene, sempre bene, e non sappiamo, non lo sapremo mai, quanto dolore e disperazione e quanta speranza hanno portato quelle madri a salire su un gommone troppo piccolo, troppo stretto e malmesso per tutta quella gente, a tenerli stretti in petto, con i giubbotti di salvataggio, a pregare che arrivi qualcuno, qualcuno a salvarci, ma qualcuno non arriva perché non c’era abbastanza carburante e gli hanno impedito i rifornimenti a Malta e magari sarebbero arrivati in tempo se quell’umanità, magari vista da più vicino, sarebbe sembrata proprio uguale alla nostra.

Gli direi di non sentirsi mai migliore, di non sentirsi più giusto, di non credere di meritare più diritti.
Quei bambini vestiti di rosso, perché il rosso si vede prima in mare, con le scarpe strette, con i corpi rigidi, quei bambini che hanno avuto paura, quanta paura, che avranno pensato perché mamma non mi salva, perché papà non fa niente, c’è tanto freddo, tanta acqua, quei bambini erano come lui.
Uguali a lui.
Ma mentre io spingevo e spingevo e lui nasceva in un ospedale del centro di Milano, in Italia, in Europa, loro stavano nascendo dall’altro lato del mare, in Egitto, in Marocco, in Siria, altrove, in un lato del mare in cui sei meno fortunato e non l’hai scelto.

Se potesse capire gli spiegherei che non abbiamo virtù, non abbiamo pregi, non siamo più degli altri, ma che abbiamo costruito muri, confini, divieti, abbiamo deciso che da una parte sì e dall’altra no, di qua bene e dall’altra parte non è un nostro problema.

Per fortuna non capisci figlio mio, non capisci ancora, che a crescere, a diventare uomini si perde umanità e un giorno il mare si porta via centinaia di persone, si porta via i bambini come te che volevano soltanto vivere e noi restiamo qui a non fare niente, non facciamo niente, restiamo a guardare a indignarci, a cambiare canale e quello che valiamo, come uomini, donne, madri, padri, figlie e figli, è meno di niente.

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Un tempo una delle mie attività su questo blog era riportare gli scritti di altri che mi erano particolarmente piaciuti.
Con la morte di Splinder questi post sono diventati memoria preziosa di parole scomparse.
Oggi sono andato a visitare il blog di una persona che mi è sempre piaciuta ed ho trovato questo post che è stato come un pugno allo stomaco.
Dubito che lei possa chiudere il suo blog, ma riposto lo stesso ciò che ha scritto perché è davvero molto forte.

Grazie Dania

Maurice Ravel, Piano concerto, Adagio assai…

Poco fa ho riletto per caso  le nostre prime conversazioni su un file che avevo conservato, il file di testo in cui avevo esportato i nostri dialoghi su whatsapp.
Ci davamo del lei, facevamo gli amici ed intanto ci giravamo intorno come squali, l’uno attorno all’altro, attratti dall’odore del sangue. Voraci.
Che energia straordinaria! Ho dovuto interrompere la lettura perché ho risentito per un attimo la vertigine di quell’intesa che so essere morta tanto tempo fa.
Mi manchi ancora. Mi manca la parola con te. I tuoi occhi.
Ho fatto molti errori allora, ma adesso a mente fredda mi rendo conto che non potevo che sbarellare; troppa attesa, troppo desiderio, troppa frustrazione.
Non credo che passi più di qui, né che – anche se accadesse – tu possa imbatterti in questo piccolo post. Ma volevo scriverlo perché in questo momento, inaspettatamente, dopo tanto tanto tempo il pensiero di te mi fa nuovamente battere forte il cuore.
E perché so che capirai che parlo di te. Che parlo a Te.

A volte, quando una cosa intensa smette di essere, la rimpiangiamo pensando che abbiamo perso qualcosa.
Questa notte, quasi alle 3.00 di questa domenica che arriva, mi rendo conto di essere in qualche modo felice perché quella cosa straordinaria, per quanto breve e travagliata, c’è stata. Non ero abbastanza forte per reggerla, abbastanza lucido, ma sono grato ugualmente alla vita per quel piccolo grande momento di abbagliante bellezza.

Buonanotte

Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal

Le anime hanno un loro particolar modo d’intendersi, d’entrare in intimità, fino a darsi del tu, mentre le nostre persone sono tuttavia impacciate nel commercio delle parole comuni, nella schiavitù delle esigenze sociali. Han bisogni lor proprii e le loro proprie aspirazioni le anime, di cui il corpo non si dà per inteso, quando veda l’impossibilità di soddisfarli e di tradurle in atto. E ogni qualvolta due che comunichino fra loro così, con le anime soltanto, si trovano soli in qualche luogo, provano un turbamento angoscioso e quasi una repulsione violenta d’ogni minimo contatto materiale, una sofferenza che li allontana, e che cessa subito, non appena un terzo intervenga. Allora, passata l’angoscia, le due anime sollevate si ricercano e tornano a sorridersi da lontano.

 

Berton Braley – The Will To Win

If you want a thing bad enough
To go out and fight for it,
Work day and night for it,
Give up your time and your peace and
your sleep for it

If only desire of it
Makes you quite mad enough
Never to tire of it,
Makes you hold all other things tawdry
and cheap for it

If life seems all empty and useless without it
And all that you scheme and you dream is about it,

If gladly you’ll sweat for it,
Fret for it, Plan for it,
Lose all your terror of God or man for it,

If you’ll simply go after that thing that you want.
With all your capacity,
Strength and sagacity,
Faith, hope and confidence, stern pertinacity,

If neither cold poverty, famished and gaunt,
Nor sickness nor pain
Of body or brain
Can turn you away from the thing that you want,

If dogged and grim you besiege and beset it,
You’ll get it!

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Anna Elisabeth De Noailles

Quando vedo animi senza orgoglio,
senza collera e passione,
senza nulla che li spinga a piacere,
quando tra gli uomini distratti e pensierosi
nessuno che si ponga sotto il segno del fuoco;
quando osservo torbide le fronti, l’anima nuda,
la promessa d’amore debolmente mantenuta,
l’assenza d’universo nella voce e gli occhi,
voi ai quali ho regalato fino alle stelle il mondo,
è una fortuna che mi abbiate conosciuta.

 

Sergio Marchionne (1950-2018)

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“Non c’è nulla di nobile nell’essere superiore a qualcun altro, la vera nobiltà è essere superiore a chi eravamo ieri”