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Anthony Hopkins

Lascia andare le persone che non sono pronte ad amarti.
Questa è la cosa più difficile che dovrai fare nella tua vita e sarà anche la cosa più importante.
Smetti di avere conversazioni difficili con persone che non vogliono cambiare.
Smetti di apparire per le persone che non hanno interesse per la tua presenza.
So che il tuo istinto è quello di fare tutto il possibile per guadagnare l’apprezzamento di chi ti circonda, ma è un impulso che ti ruba tempo, energia, salute mentale e fisica. Quando inizi a lottare per una vita con gioia, interesse e impegno, non tutti saranno pronti a seguirti in quel luogo. Questo non significa che devi cambiare ciò che sei, significa che devi lasciare andare le persone che non sono pronte ad accompagnarti.

Se sei escluso, insultato, dimenticato o ignorato dalle persone a cui regali il tuo tempo, non ti fai un favore continuando ad offrire loro la tua energia e la tua vita. La verità è che non sei per tutti e non tutti sono per te. Questo è ciò che rende così speciale quando trovi persone con cui hai amicizia o amore ricambiato. Saprai quanto è prezioso perché hai sperimentato ciò che non lo è.
Ci sono miliardi di persone su questo pianeta e molte di loro le troverai al tuo livello di interesse e impegno.
Forse se smetti di apparire, non ti cercheranno.
Forse se smetti di provarci, la relazione finirà.
Forse se smetti di inviare messaggi, il tuo telefono rimarrà scuro per settimane.
Questo non significa che hai rovinato la relazione, significa che l’unica cosa che la sosteneva era l’energia che solo tu davi per mantenerla.

Questo non è amore, è attaccamento. È dare una possibilità a chi non se la merita! Tu meriti molto di più.

La cosa più preziosa che hai nella tua vita è il tuo tempo ed energia, poiché entrambi sono limitati. Le persone e le cose a cui dai tempo ed energia definirà la tua esistenza. Quando ti rendi conto di questo inizi a capire perché sei così ansioso quando trascorri del tempo con persone, attività o spazi che non ti si addicono e non dovrebbero starti vicino. Inizierai a renderti conto che la cosa più importante che puoi fare per te stesso e per tutti quelli che ti circondano, è proteggere la tua energia più ferocemente di qualsiasi altra cosa.

Fai della tua vita un porto sicuro, in cui sono ammesse solo persone “compatibili” con te.
Non sei responsabile di salvare nessuno.
Non sei responsabile di convincerli a migliorare.
Non è il tuo lavoro esistere per le persone e dare loro la tua vita!
Ti meriti amicizie vere, impegni veri e un amore completo con persone sane e prospere. La decisione di prendere le distanze dalle persone nocive, ti darà l’amore, la stima, la felicità e la protezione che meriti.

Un anno fa oggi, purtroppo.

Oggi è l’anniversario della morte del Dottor Giuseppe De Donno.
MI piacerebbe che nessuno se ne dimenticasse, mi piacerebbe che un giorno la verità su questi anni terribili e tutto ciò che di sommerso è accaduto venisse alla luce.

Black and White

Trent’anni

Paolo Borsellino
Agostino Catalano
Vincenzo Li Muli
Walter Eddie Cosina
Emanuela Loi
Claudio Traina

Lettera aperta della madre di Julian Assange al mondo

Non sopporto che non si muova nulla di fronte a tanta ingiustizia.
Cinquant’anni fa, quando ho partorito per la prima volta come giovane madre, pensavo che non ci potesse essere dolore più grande, ma l’ho dimenticato presto quando ho tenuto tra le mie braccia il mio bellissimo bambino. L’ho chiamato Julian. Ora mi rendo conto che mi sbagliavo.
C’è un dolore più grande. Il dolore incessante di essere la madre di un giornalista premiato, che ha avuto il coraggio di pubblicare la verità sui crimini governativi di alto livello e sulla corruzione. Il dolore di vedere mio figlio, che ha cercato di pubblicare verità importanti, macchiato a livello mondiale. Il dolore di vedere mio figlio, che ha rischiato la vita per denunciare l’ingiustizia, incastrato e privato del diritto a un processo equo, ancora e ancora. Il dolore di vedere un figlio sano deteriorarsi lentamente, perché gli è stata negata l’assistenza medica e sanitaria adeguata in anni e anni di carcere.
L’angoscia di vedere mio figlio sottoposto a crudeli torture psicologiche, nel tentativo di spezzare il suo immenso spirito. L’incubo costante che venga estradato negli Stati Uniti e poi trascorrere il resto dei suoi giorni sepolto vivo in totale isolamento. La paura costante che la CIA possa realizzare i suoi piani per ucciderlo.
L’ondata di tristezza quando ho visto il suo fragile corpo cadere esausto per un mini ictus nell’ultima udienza a causa dello stress cronico. Molte persone sono rimaste traumatizzate nel vedere una superpotenza vendicativa che usa le sue risorse illimitate per intimidire e distruggere un individuo indifeso.
Voglio ringraziare tutti i cittadini onesti e solidali che protestano globalmente contro la brutale persecuzione politica subita da Julian. Per favore continuate ad alzare la voce ai vostri politici fino a quando non sentirete solo questo.
La sua vita è nelle loro mani.


Christine Ann Assange

#julianassange

Feeling blue tonight

Missing your voice…

#chetbaker #jazz #quartett #trumpet #voice #piano #bass #drums #beauty

Ieri no ma oggi sì

Come ho scritto ieri non mi andava di unirmi al codazzo degli ammiratori di Falcone del 23 maggio, unico giorno in cui li si vede e sente. Meglio oggi.
Sono anni che do il mio infinitesimale contributo a mantenere il ricordo del giudice, dei suoi uomini, della moglie e delle situazioni incredibili che ha dovuto affrontare.
Ho pubblicato anni fa il verbale integrale della seduta in cui il CSM lo fregò, privandolo del posto che gli spettava di diritto a Palermo. Insomma è una figura che a trent’anni di distanza mi fa sempre provare un rispetto e una suggestione notevole.

Oggi mi occuperò di un articolo scomparso. Un articolo scritto da uno dei giornalisti di punta di Repubblica nel gennaio del 1992. Un articolo di incredibile violenza verbale (violenza travestita attraverso un lessico passivo-aggressivo) che, guarda caso, dopo la strage del 23 maggio “misteriosamente” scomparve. Se cercate infatti nell’archivio di Repubblica gli articoli del 9 gennaio 1992 li troverete tutti, tranne questo.
A scanso di equivoci il direttore di quel quotidiano che permise la sua pubblicazione (e che quindi avallò la sua successiva sparizione) era l’intoccabile totem, la mummia che ancora talvolta viene invitata in qualche trasmissione, Eugenio Scalfari.

Per chi trovasse faticoso leggere da questa scansione qui di seguito la trascrizione di quanto fu (per me vergognosamente) pubblicato allora.

Falcone, che peccato…

(di Sandro Viola – 09 gennaio 1992)


D’UN UOMO come Giovanni Falcone, il magistrato che alla metà degli anni Ottanta dal suo posto alla procura di Palermo, inflisse alcuni duri colpi alla mafia, si vorrebbe dire tutto il bene possibile. O quanto meno, per evitare di trovarsi nella pessima compagnia di certi suoi detrattori, non si vorrebbe dirne male. E tuttavia, da qualche tempo sta diventando difficile guardare al giudice Falcone col rispetto che s’era guadagnato.

Egli è stato preso, infatti, da una febbre di presenzialismo. Sembra dominato da quell’impulso irrefrenabile a parlare, che oggi rappresenta il più indecente dei vizi nazionali. Quella smania di pronunciarsi, di sciorinare sentenze sulle pagine dei giornali o negli studi televisivi, che divora tanti personaggi della vita italiana – a cominciare, sfortunatamente per la Repubblica, dal Presidente della Repubblica – spingendoli a gareggiare con i comici del sabato sera, con il prof. Sgarbi, con i leaders di partito, con i conduttori di «talk shows», con gli allenatori di calcio, insomma con tutti coloro che ci affliggono quotidianamente, nei giornali e alla televisione, con le loro fumose, insopportabili logorree.

Ecco quindi il magistrato Falcone, oggi ad uno dei posti di vertice del ministero di Grazia e Giustizia, divenuto uno dei più loquaci e prolifici componenti del carrozzone pubblicistico italiano. Articoli, interviste, sortite radiofoniche, comparse televisive. E come se non bastasse, libri: è uscito da poco, infatti, un suo libro-intervista dal titolo accattivante, un titolo metà Sciascia e metà «serial» televisivo, «Cose di Cosa nostra», che con il suo suono leggero, la sua graziosa allitterazione, a tutto fa pensare meno che ai cadaveri seminati dalla mafia. Concludendo: ecco il giudice Falcone entrato a far parte di quella scalcinata compagnia di giro degli autori di «instant books», degli «opinionisti al minuto», dei «noti esperti», degli «ospiti in studio», che sera dopo sera, a sera inoltrata – quasi un «memento mori» -, s’affaccino dagli schermi televisivi.

Né il giudice Falcone può invocare la sua esperienza del crimine, e del crimine mafioso in particolare, come giustificazione di tanti interventi. Certo, ci sono materie in cui la parola va data al «noto esperto»; la gastronomia poniamo, il giardinaggio, il salvataggio dei monumenti. Nulla osta infatti, acché queste materie vengano trattate in tutta libertà, col più esplicito dei linguaggi. Ma parlare di crimine quando si ricopre un’altissima carica nell’amministrazione della giustizia, è diverso.

Intanto, si pone il problema formale della compatibilità tra la funzione nell’apparato statale e l’attività pubblicistica. E poi c’è un elemento sostanziale. Trattare la materia mafiosa quando si è, allo stesso tempo, un magistrato coinvolto a fondo nella lotta alla mafia, impone un riserbo.

Costringe, se non proprio all’evasività, a discorsi generici. Infatti dal dr. Falcone lo spettatore televisivo, il lettore dei suoi articoli, ricaverà quasi sempre molto poco. Perché quello che il direttore degli Affari Penali sa, non può essere certo detto interamente; e quello che pensa – se appena l’argomento è un po’ delicato -, va detto con estrema cautela.

IL RISULTATO è che le esternazioni del dr. Falcone risultano quanto mai nebulose. Così, qualcuno penserà che egli non sa niente di niente sulla criminalità organizzata, un altro crederà che lancia messaggi trasversali, un altro ancora riterrà che ciurla nel manico, un ultimo sospetterà che non sa esprimersi. E dunque che senso può avere il pronunciarsi (come il giudice Falcone fa così di di frequente), quando il decoro della funzione giudiziaria, gli obblighi di discrezione connessi alla carica, impediscono giustamente d’essere troppo espliciti? Non si potrebbe rispondere alle segretarie di redazione del Tg2 e del Tg3 che telefonano per organizzare una trasmissione, «Grazie, ma sono occupato»?
Beninteso, rimproverare al giudice Falcone di contribuire senza risparmio al «ronzio incessante di commenti estetici, di opinioni al minuto, di giudizi pontificali pre-imballati che invadono l’etere», sarebbe più pertinente in un altro paese che non l’Italia. In Italia, si sa come stanno le cose. Il primo a violare giornalmente ogni obbligo di riserbo, di misura, di rispetto per la propria funzione, è il primo cittadino della Repubblica. E di fronte a tanto disprezzo per le regole da parte di chi, per primo, dovrebbe servire da esempio, illustrando la virtù della discrezione e della compostezza, prendersela col dr. Falcone può risultare ozioso.

Ma è il passato del giudice Falcone, che induce alla critica. Non lo si tirerebbe in ballo se egli fosse uno dei tanti magistrati che si sono messi a far politica, ad ammorbare con la loro prosa indigeribile le pagine dell’Unità, ad esibire le loro parlantine in televisione. Ma la capacità con cui egli svolse i suoi incarichi alla Procura di Palermo, la stima che suscitò in tanti di noi, costringono ad esprimere uno stupore, un riserva, sull’eccesso di verbosità con cui egli va conducendo questa seconda parte della sua carriera. Perché nessuna regola o consuetudine prevede che i magistrati tengano una «rubrica fissa» sul crimine. Perché nessun paese civile ha mai lasciato che si confondessero la magistratura e l’attività pubblicistica. E dunque non si capisce come mai il dr. Falcone, se proprio tiene tanto al suo nuovo ruolo di «esperto in criminalità mafiosa», non ne faccia la sua professione definitiva, abbandonando (questo si, questo sarebbe inevitabile) la magistratura.

QUALCUNO mi dice che le continue sortite del giudice palermitano avrebbero un loro scopo, peraltro apprezzabile: quello di illustrare, propagandare, i due organismi varati recentemente per combattere meglio la mafia, la cosiddetta Superprocura e la Dia. Personalmente, considero la Superprocura e la Dia due misure sensate (e che mi auguro risultino efficaci), mentre mi sfuggono le ragioni di chi invece le avversa. Ma quanto al propagandarle, il direttore degli Affari penali avrebbe altro modo che non il presenzialismo di cui s’è detto. Due interviste all’anno – chiare, circostanziate – sarebbero infatti più che sufficienti.

Quel che temo, tuttavia, è che a questo punto il giudice Falcone non potrebbe più placarsi con un paio di interviste all’anno. La logica e le trappole dell’informazione di massa, le sirene della notorietà televisiva tendono a trasformare in ansiosi esibizionisti anche uomini che erano, all’origine, del tutto equilibrati. L’apparire, il pronunciarsi ingenerano ad un certo momento come una «dipendenza», il timore lancinante che il non esibirsi sia lo stesso che non esistere. E scorrendo il libro-intervista di Falcone, «Cose di cosa nostra», s’avverte (anche per il concorso d’una intervistatrice adorante) proprio questo: l’eruzione di una vanità, d’una spinta a descriversi, a celebrarsi, come se ne colgono nelle interviste del ministro De Michelis o dei guitti televisivi.

E, si capisce, la fatuità fa declinare la capacità d’autocritica. Solo così si spiegano le melensaggini di «Cose di cosa nostra». Frasi come: «Questa è la Sicilia, l’isola del potere e della patologia del potere»; oppure «Al tribunale di Palermo sono stato oggetto di un serie di microsismi…»; oppure ancora: «Ho sempre saputo che per dare battaglia bisogna lavorare a più non posso e non m’erano necessarie particolari illuminazioni per capire che la mafia era una organizzazione criminale». Dio, che linguaggio.

A Falcone non saranno necessarie, ma a me servirebbero, invece, due o tre «particolari illuminazioni»: così da capire, o avvicinarmi a capire, come mai un valoroso magistrato desideri essere un mediocre pubblicista.

Buon compleanno Paz

[ In questi anni ho scoperto diverse cosucce. ]

Intanto di non essere un genio. Perché sì, lo confesso, da ragazzo ci speravo. Invece no, sono un fesso qualsiasi. Però, c’è sempre un però, è vero, sono un disegnatore eclettico. Un disegnatore ecletto-sfaticato. Poi ho scoperto di non essere attendibile, e di non essere tante altre cose, deficienze a volte gravi delle quali chiedo a qualcuno di perdonarmi.

ma sono stanco
stanco di queste menate
stanco di questo modo che avete di dare carta bianca
stanco di queste scale che c’é chi scende e c’é chi sale
non c’è una cosa che potrei dirti senza apparire banale,
non c’è gesto che mi sia consentito fare,
ora che tutto è finito
ma vorrei riuscire a ricordarmi come ti chiami,
potrebbe aiutarmi a ricordare come mi chiamo io,
e faccio fatica a parlarti
e non ce la faccio a rincorrerti
dover spiegare, spiegare, spiegare
cercando di essere convincente
dover recitare
facendo lo slalom tra il già detto, l’indicibile e la sciocchezza
uff, come sono stanco
come sono stanco di queste menate

Andrea Pazienza

Oggi coincidono l’anniversario della nascita di Andrea Pazienza e quello della morte del Giudice Falcone, della moglie e dei tre agenti di scorta.
Non mi andava di fare la solita commemorazione, vista la situazione inemendabile del nostro paese.
Preferisco celebrare la nascita di un genio andato via troppo presto, per questa volta.

Perché Pippo sembra uno sballato? Perché è sballato.

#AndreaPazienza #comic #genius #art

Non è successo niente

– Ciao.

– Non ti ama.

– Come va?

– Non ti ama.

– Io insomma, ho qualche problemino.

– Non ti ama.

– Con Martina. Vuole che rimaniamo solo amici.

– Non ti ama.

– Io non capisco…

– Non ti ama.

– Prima mi confessa che sono la persona più importante della sua vita…

– Non ti ama.

– …poi non fa altro che parlare del suo ex.

– Non ti ama.

– Alla fine viene a letto con me.

– Non ti ama.

– E dice che è stato bellissimo.

– Non ti ama.

– Ma poi si sente in colpa.

– Non ti ama.

– E scoppia a piangere.

– Perché non ti ama.

– E allora io dico, va bene, basta sesso. Rimaniamo solo amici.

– Leggi il labiale: non ti ama.

– E lei dice di no, perché…

– …non ti ama.

– …perché sa che il nostro rapporto è diverso…

– Diverso perché non ti ama.

– …è speciale.

– Specialmente perché non ti ama.

– E mi chiama tutti i giorni.

– Non ti ama.

– E dice che le manco.

– Ma non ti ama.

– E che non vede l’ora di stare con me.

– Però non ti ama.

– Allora usciamo assieme e stiamo bene.

– Non ti ama.

– E sul più bello dice di averci pensato, che vuole solo un’amicizia con me.

– Stop. Fai una cosa per me.
Concentrati.
Indirizza tutti i tuoi organi ricettivi ai suoni che escono dalla mia voce.
Attento bene eh.
Martina… fin qua ci siamo?

– Sì. Martina.

– Benissimo. Martina non.
Occhio che questa è una parola chiave. Non.

– …okay…

– Ti. Nel senso di te.

– …continua…

– Ama.

– Sarà, ma io proprio non capisco perché fa così.

– Perché non ti ama!

– Forse dipende da me…

– Non ti ama! Non ti ama! Stupido mentecatto! Non ti ama! Anzi, ti odia! Ti tortura! Gioca col cibo! Sei la sua cavia! Il suo porcellino d’india! Ti sta disossando e ha cominciato dalla tua morbida spina dorsale!

– Sai, parliamo tanto io e lei, un po’ di tutto…

– Povera, triste, patetica ottusa parodia d’uomo! Potete parlare finché volete ma se si trovasse nella condizione di salvare te o Adolf Hitler da morte certa in alta quota, salverebbe Adolf e se lo limonerebbe duro a Berchtesgaden mentre ti guarda precipitare nel vuoto!

– Ma…

– Ma niente! Non ti ama! Sta solo frollando la tua anima aspettando che diventi abbastanza tenera per farla a pezzi e darla in pasto ai suoi Jack Russell con nomi che finiscono con la ipsilon! Non sei stupido! Indovini sempre la ghigliottina all’Eredità! Sei nel novantesimo percentile! Com’è che non ti entra in testa?! Non ti ama! Non ti ama! Non ti ama!

– Sai che forse hai ragione.

– Non ti ama.

– Devo rassegnarmi.

– Non ti ama.

– Avevo proprio bisogno di fare questa chiacchierata.

– Non ti ama.

– Grazie.

– Prego.

– Ah! Quindi secondo te c’è una possibilità!

•••••••••

Irresistibile (e anche abbastanza autobiografico, devo ammettere).
Trovato su questa fantastica pagina Facebook.

Shireen Abu Akleh

Da quando le arti figurative hanno smesso di interessarsi al popolo come soggetto per ripiegarsi nell’astrattismo o nella rappresentazione solipsistica dell’individuo, del singolo evento, del personalismo dell’artista – credo sia accaduto a partire dal secondo dopoguerra in poi – il compito di ritrarre la dimensione collettiva mi pare sia passato quasi esclusivamente alla fotografia.

Ciò avviene anche quando l’occasione davanti all’obiettivo non è esclusivamente interpretativa ma di testimonianza: le fotografie che ci rappresentano il mondo, dal Novecento in poi, hanno il potere di condensare la nostra storia in messaggi che arrivano a essere polisensoriali.

Grazie a quanti celebri scatti siamo stati in grado di sentire l’odore della guerra, il sapore metallico dei proiettili, i morsi della fame, il freddo della morte?

In alcuni casi, nelle loro composizioni drammatiche, trascendono l’occasione in cui sono state scattate e diventano sintesi, paradigma, metafora di accadimenti più grandi, capaci di tradurre la storia, e il dolore, di interi popoli.

Guardiamo la foto dei tragici funerali. Può un funerale essere più tragico della sua stessa natura di funerale? In Palestina sì, quello di Shireen Abu Aqleh, la reporter di Al Jazeera freddata con un colpo al volto dalle forze di occupazione israeliana mentre faceva il suo lavoro.

Non è quella povera bara inclinata e pericolante la Palestina stessa? E quel drappello di uomini in lutto che la sorregge a ogni costo, offrendo il corpo inerme ai colpi vigliacchi dei soldati, senza la possibilità di pararli e difendersi, non ci parla di tutta la catastrofe di una terra disgraziata, bellissima e amatissima, e di un popolo che subisce ogni infamia da quasi un secolo pur di restarle disperatamente e fieramente aggrappato?

Riposa in pace Shireen, figlia di Palestina.🌹🇵🇸

••••••

Un brano di una potenza e bellezza che mi ha lasciato senza fiato, dalla pagina di una cara amica che lo ha pubblicato su Facebook.

#ShereenAbuAqleh #Palestine #Israel #murder #violence #occupation #army #cowardice

“Grazie caro papà”

Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale, ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario. Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta, dal barbiere Paolo Biondo, nella via Zandonai, dove nel bel mezzo del “taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi.

Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto. Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola.
Si cambiò e raccomandandomi di non allontanarmi da casa si precipitò, non ricordo se accompagnato da qualcuno o guidando lui stesso la macchina di servizio, nell’ospedale dove prima Giovanni Falcone, poi Francesca Morvillo, gli sarebbero spirati tra le braccia. Quel giorno per me e per tutta la mia famiglia segnò un momento di non ritorno. Era l’inizio della fine di nostro padre che poco a poco, giorno dopo giorno, fino a quel tragico 19 luglio, salvo rari momenti, non sarebbe stato più lo stesso, quell’uomo dissacrante e sempre pronto a non prendersi sul serio che tutti conoscevamo.

Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all’interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua.

Dal 23 maggio al 19 luglio divennero assai ricorrenti i sogni di attentati e scene di guerra nella mia città ma la mattina rimuovevo tutto, come se questi incubi non mi riguardassero e soprattutto non riguardassero mio padre, che invece nel mio subconscio era la vittima. Dopo la strage di Capaci, eccetto che nei giorni immediatamente successivi, proseguii i miei studi, sostenendo gli esami di diritto commerciale, scienze delle finanze, diritto tributario e diritto privato dell’economia. In mio padre avvertivo un graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo attribuivo (e giustificavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo assalivano in quei giorni. Solo dopo la sua morte seppi da padre Cesare Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradualmente, e quindi senza particolari traumi, noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci trovassimo un giorno in qualche modo “preparati” qualora a lui fosse toccato lo stesso destino dell’amico e collega Giovanni.

La mattina del 19 luglio, complice il fatto che si trattava di una domenica ed ero oramai libero da impegni universitari, mi alzai abbastanza tardi, perlomeno rispetto all’orario in cui solitamente si alzava mio padre che amava dire che si alzava ogni giorno (compresa la domenica) alle 5 del mattino per “fottere” il mondo con due ore di anticipo. In quei giorni di luglio erano nostri ospiti, come d’altra parte ogni estate, dei nostri zii con la loro unica figlia, Silvia, ed era proprio con lei che mio padre di buon mattino ci aveva anticipati nel recarsi a Villagrazia di Carini dove si trova la residenza estiva dei miei nonni materni e dove, nella villa accanto alla nostra, ci aveva invitati a pranzo il professore “Pippo” Tricoli, titolare della cattedra di Storia contemporanea dell’Università di Palermo e storico esponente dell’Msi siciliano, un uomo di grande spessore culturale ed umano con la cui famiglia condividevamo ogni anno spensierate stagioni estive.

Mio padre, in verità, tentò di scuotermi dalla mia “loffia” domenicale tradendo un certo desiderio di “fare strada” insieme, ma non ci riuscì. L’avremmo raggiunto successivamente insieme agli zii ed a mia madre. Mia sorella Lucia sarebbe stata impegnata tutto il giorno a ripassare una materia universitaria di cui avrebbe dovuto sostenere il relativo esame il giorno successivo (cosa che fece!) a casa di una sua collega, mentre Fiammetta, come è noto, era in Thailandia con amici di famiglia e sarebbe rientrata in Italia solo tre giorni dopo la morte di suo padre.
Non era la prima estate che, per ragioni di sicurezza, rinunciavamo alle vacanze al mare; ve ne erano state altre come quella dell’85, quando dopo gli assassini di Montana e Cassarà eravamo stati “deportati” all’Asinara, o quella dell’anno precedente, nel corso della quale mio padre era stato destinatario di pesanti minacce di morte da parte di talune famiglie mafiose del trapanese. Ma quella era un’estate particolare, rispetto alle precedenti mio padre ci disse che non era più nelle condizioni di sottrarsi all’apparato di sicurezza cui, soprattutto dolo la morte di Falcone, lo avevano sottoposto, e di riflesso non avrebbe potuto garantire a noi figli ed a mia madre quella libertà di movimento che negli anni precedenti era riuscito ad assicurarci.

Così quell’estate la villa dei nonni materni, nella quale avevamo trascorso sin dalla nostra nascita forse i momenti più belli e spensierati, era rimasta chiusa. Troppo “esposta” per la sua adiacenza all’autostrada per rendere possibile un’adeguata protezione di chi vi dimorava. Ricordo una bellissima giornata, quando arrivai mio padre si era appena allontanato con la barchetta di un suo amico per quello che sarebbe stato l’ultimo bagno nel “suo” mare e non posso dimenticare i ragazzi della sua scorta, gli stessi di via D’Amelio, sulla spiaggia a seguire mio padre con lo sguardo e a godersi quel sole e quel mare.

Anche il pranzo in casa Tricoli fu un momento piacevole per tutti, era un tipico pranzo palermitano a base di panelle, crocché, arancine e quanto di più pesante la cucina siciliana possa contemplare, insomma per stomaci forti. Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione.
Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii.

Ho realizzato che mio padre non c’era più mentre quel pomeriggio giocavo a ping pong e vidi passarmi accanto il volto funereo di mia cugina Silvia, aveva appena appreso dell’attentato dalla radio. Non so perché ma prima di decidere il da farsi io e mia madre ci preoccupammo di chiudere la villa. Quindi, mentre affidavo mia madre ai miei zii ed ai Tricoli, sono salito sulla moto di un amico d’infanzia che villeggia lì vicino ed a grande velocità ci recammo in via D’Amelio.

Non vidi mio padre, o meglio i suoi “resti”, perché quando giunsi in via D’Amelio fui riconosciuto dall’allora presidente della Corte d’Appello, il dottor Carmelo Conti, che volle condurmi presso il centro di Medicina legale dove poco dopo fui raggiunto da mia madre e dalla mia nonna paterna. Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all’interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell’ultima immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un’ultima volta.

La mia vita, come d’altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in “familiari superstiti di una vittima della mafia”, che noi vivessimo come figli o moglie di ….., desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiedeva “Paolino” sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote maschio.

Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza “farci largo” con il nostro cognome, divenuto “pesante” in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo “montati la testa”, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra. E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta.

Mi piace pensare che oggi sono quello che sono, ossia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall’evento drammatico che mi sono trovato a vivere.

D’altra parte è certo quello che non sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre, una persona che in un modo o nell’altro avrebbe “sfruttato” questo rapporto di sangue, avrebbe “cavalcato” l’evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto cariche o assunto incarichi in quanto figlio di …. o perché di cognome fa Borsellino. A tal proposito ho ben presente l’insegnamento di mio padre, per il quale nulla si doveva chiedere che non fosse già dovuto o che non si potesse ottenere con le sole proprie forze. Diceva mio padre che chiedere un favore o una raccomandazione significa mettersi nelle condizioni di dovere essere debitore nei riguardi di chi elargisce il favore o la raccomandazione, quindi non essere più liberi ma condizionati, sotto il ricatto, fino a quando non si restituisce il favore o la raccomandazione ricevuta.

Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita.

Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere.

La testimonianza del figlio del giudice – pubblicata per gentile concessione dell’editore – chiude il libro “Era d’estate”, curato dai giornalisti Roberto Puglisi e Alessandra Turrisi- Pietro Vittorietti editore

Il futuro sempre più presente

Era mio padre

Ho sempre invidiato le mani di mio padre. Erano diverse dalle mie, mi parevano più belle.
Aveva una pelle particolare, di seta sottile e morbida, le proporzioni perfette, unghie impeccabili e una carnosità accogliente. Quando ti porgeva la mano pareva che il suo saluto contenesse una carezza che ti avvolgeva.
Anche il sorriso era particolare. Raro ma luminoso. Ridevano gli occhi a mio padre, quando sorrideva, anche se non ricordo l’ultima volta che l’ho visto sorridere davvero. Non ci vedevamo quasi più negli ultimi anni. Ma da bambino ricordo quelle grandi tavolate, con parenti o amici, la caciara e l’allegria e poi, all’improvviso, una battuta di spirito lo faceva sbellicare fino al punto da diventare muto o a tratti sibilare. Stringeva gli occhi forte e, pur ridendo tantissimo, non usciva più un suono dalla sua bocca ma si vedevano schierati i suoi denti perfetti.

Non so quando qualcosa ha cominciato a diventare cupo dentro di lui, quando la luce dentro quel sorriso ha cominciato a tramontare. Certo è che lentamente quell’accordo, così naturale quand’ero bambino, prese a suonare sempre più piano, lontano e dissonante.

Era più alto di me mio padre e questo mi faceva un po’ incazzare. Dovrebbe essere il contrario! mi dicevo, ma io sono la fotocopia di mia madre, fuori e in parte anche dentro. I suoi vestiti non li ho mai potuti mettere, mi cadeva tutto addosso. Nelle sue scarpe ci nuotavo anche da grande. Che fregatura.
Eravamo belli noi tre quando ero piccolo o forse la bellezza è negli occhi di ogni bambino. Io però quella bellezza me la ricordo, o mi ci aggrappo come un naufrago al suo salvagente. Ma questa notte le nostre risate mi pare ancora di sentirle, come quando ci sembra di sentire il mare ascoltandolo dentro il guscio di una conchiglia.

Mia madre aveva soprannominato noi tre i Compagnetti pasticcioni. Facevamo cose strane e divertenti. Se eravamo al bar, ad esempio, si prendeva una cosa da bere e bevevamo a turno tutti e tre dallo stesso bicchiere. Se per pranzo era passata dal girarrosto, a tavola il pollo si mangiava tutti con le mani, come gli antichi romani! È un po’ come rivedere uno di quei filmini in super 8 se ci ripenso, di quelli che ritrovi in soffitta dopo cinquant’anni di polvere e ti sembra di viaggiare a ritroso nel tempo, riguardandolo nel silenzio nella stanza, rotto solo dallo scorrere del proiettore e dall’improvviso affiorare di un sorriso per quel qualcosa di cui avevi perso la memoria.
Era mio padre e gli ho voluto bene, nonostante il silenzio, nonostante me e nonostante lui.

Stanotte ti porto con me papà, avvolti insieme dai nostri ricordi e dal mio sorriso malinconico e un po’ triste, per tutto ciò che avrei voluto saper fare o dire e non ho fatto o detto e per tutto quello che avrei voluto che tu potessi fare o dire e non è mai accaduto.
Ti porto io fra le mie braccia questa volta, ho forza a sufficienza per farlo papà, non temere. Ti porto lì dove tutto è leggero come il perdono, lontano dai nostri errori, dalle sciocche incomprensioni, dai rimproveri distanti che ci hanno trafitto troppo a lungo, togliendoci il respiro, incagliati nel silenzio. Sono certo che te la saprai cavare bene, con quel tuo fare affascinante e il tuo essere di poche parole.

Aveva delle belle mani mio padre, calde, morbide e forti e un sorriso raro e bellissimo. Scriveva con una grafia che gli invidiavo e che ho cercato mille volte di imitare, finché non ho trovato la mia. E nelle sue scarpe ci nuotavo anche da grande e il suo sguardo bastava a mettere ordine nell’universo del bambino che ero.

Era mio padre e stanotte lo porto via con me dentro un sorriso.

La giusta distanza

Oggi è l’anniversario della morte di Ayrton Senna, ieri quello di Roland Ratzemberger.
Qui un splendido articolo di Emanuela Audisio pubblicato anni fa.

“La giusta distanza”


Così dice il signor Rudolf Ratzenberger, 81 anni.
È il padre del milite ignoto della Formula Uno.
Più semplicemente: il papà dell’altro, di Roland, morto nel giorno sbagliato. Sconosciuto ai più, un ragazzone austriaco di Salisburgo, senza troppa fortuna.
“Ayrton e Roland si conoscevano, li aveva presentati il fisioterapista di Senna, austriaco anche lui. Ma mio figlio era rispettoso, capiva che c’era un divario, anzi un abisso, tra lui che era in F1 da 53 giorni e Ayrton da 10 anni”. La giusta distanza tra un numero uno e un signor nessuno.
Stessa età, 34 anni. Senna era il dio delle pole position, invece Roland faticava a qualificarsi, era al suo terzo tentativo. Senna aveva contratti miliardari, Roland pagava per correre, assunto a gettone. Il brasiliano guidava macchine, l’austriaco, come disse lui, “un cetriolo” che beccava 6 secondi dal primo. La Simtek, la sua scuderia, fino all’anno prima aveva costruito macchine da cucire. Ma Roland aveva volontà, voglia di fare e era proprio fissato con le macchine. Lo ricorda il padre: “Non siamo una famiglia ricca. Io ero un ex dirigente pensionistico, ma provateci voi a far cambiare idea ad un ragazzo che sin da quando aveva quattro anni vi ripete che farà il pilota. Il suo idolo era Lauda. A 12 si costruì la prima piccola macchina di legno con cui sfidò gli amici sui tornanti, a 17 riparò un vecchio Maggiolino con cui scorrazzava nei campi di un contadino. Lasciò la scuola professionale, si mise a fare il meccanico, poi l’istruttore e il collaudatore, lavorò anche in Italia, a Monza, dove l’avevano soprannominato “Rolando Topo di Montagna”. E con i suoi sacrifici si pagò l’ingresso in F1 ad un’età in cui oggi molti lasciano”.

La giusta distanza c’è anche tra San Paolo e Salisburgo: 9.900 chilometri. Roland anche con Senna, la tenne fino all’ultimo. Morì prima, da scudiero, con 24 ore di anticipo, il 30 aprile, stesso Gp, stessa pista di Imola, curva Villeneuve. Il 30 aprile. Alla sua Simtek numero 32 si stacca l’ala anteriore, che si infila sotto la monoposto, la macchina va dritta verso il muretto a oltre trecento all’ora. Sette-otto testacoda, tre ruote volano via, poi torna in mezzo alla pista e striscia fino al tornante della Tosa. Dalla carcassa la testa di Ratzenberger si china di lato, un girasole spezzato. L’abitacolo è squarciato, la tuta bianca di Roland macchiata di rosso, all’altezza del braccio e della coscia sinistra. Terribile il resto: frattura della calotta cranica a metà, due vertebre spezzate, midollo danneggiato, milza spappolata. Nessuna funzione cerebrale, ma gli praticano lo stesso il massaggio cardiaco e lo portano all’ospedale in elicottero. Senna vede il replay dell’incidente ai box.

Si toglie il casco (che 24 ore dopo toglieranno a lui), fa un lungo sospiro, una smorfia di dolore, è turbato. Vuole vedere, sapere, sale su una macchina di servizio e si fa condurre alla curva Villeneuve. “Non si può”. È un gesto per cui la Fia lo multa. I genitori di Roland sono in vacanza in Messico, nessuno li avvisa. Il papà vede alla tv che c’è stato un incidente, non capisce la lingua, ma intuisce. “Ricordai la sua ultima telefonata alla mamma: è una pista pericolosa, se si sbaglia, si rischia troppo, ho una povera macchina, freni non adatti”. Roland morì sul colpo, come dimostrò l’autopsia, ma tutti fecero finta di niente, altrimenti l’impianto sarebbe dovuto andare sotto sequestro e il Gp sospeso. Senna arrivò in ospedale due ore dopo, il dottor Giuseppe Piana gli fece segno di no con la testa. Ayrton fece marcia indietro.

Piana incontrò un collega: “Non ci crederai, ho appena visto uscire Senna: piangeva”.

Chissà, forse in quel momento la giusta distanza scomparve. Tra il numero uno e il numero ultimo vi fu compassione, condivisione, trasporto. Forse Senna vide e intravide un altro se stesso in quel ragazzo testardo, senza mezzi, che aveva iniziato anche lui con i kart e che aveva la sua stessa età. Si rivide dilettante, in gara solo per il gusto di giocare e di sfidarsi, senza tanta tecnologia tra i piedi.
Ayrton scrisse una lettera ai genitori di Roland, chiese a Williams se si potesse annullare la gara, nessuno sapeva se il giorno dopo sarebbe tornato in pista. Lo fece.
“L’altro” lo aveva avvertito. Ayrton l’aveva sentito. Ma in mezzo tornò la giusta distanza.
Un numero uno ha obblighi, impegni, presenze. Anche il viaggio di rientro fu diverso. Ayrton tornò in business class con un volo Varig, la madre aveva insistito perché la bara non viaggiasse nella stiva. Ai suoi funerali andò il mondo. A quelli di Roland andarono solo i piloti austriaci: Berger e Lauda che tenne il discorso di commiato.
Roland viene sempre ricordato perché era l’altro. Nemmeno una persona, ma un’ombra, un presagio. Il fulmine prima del temporale.
Il signor Ratzenberger ha altre due figlie: Gabi, 42 anni e Elisabeth, 21, e con la moglie Margit saranno in Italia per ricordare che vent’anni fa se ne andarono due ragazzi, anzi due piloti.
“Vi ringrazio perché non avete dimenticato Roland. E benedico anche Ayrton per quella cosa lì”.
Quella cosa lì era la bandiera austriaca. Senna la nascose sotto la tuta, l’avrebbe fatta sventolare l’indomani. Gliela trovarono gli infermieri. Era morta anche la giusta distanza.

One day we’ll reaveal the truth…

Shadows settle on the place that you left
Our minds are troubled by the emptiness
Destroy the middle, it’s a waste of time
From the perfect start to the finish line

And if you’re still breathing, you’re the lucky ones
‘Cause most of us are heaving through corrupted lungs
Setting fire to our insides for fun
Collecting names of the lovers that went wrong
The lovers that went wrong

We are the reckless, we are the wild youth
Chasing visions of our futures
One day we’ll reveal the truth
That one will die before he gets there

And if you’re still bleeding, you’re the lucky ones
‘Cause most of our feelings, they are dead and they are gone
We’re setting fire to our insides for fun
Collecting pictures from a flood that wrecked our home
It was a flood that wrecked this

And you caused it
And you caused it
And you caused it

Well, I’ve lost it all, I’m just a silhouette
I’m a lifeless face that you’ll soon forget
My eyes are damp from the words you left
Ringing in my head, when you broke my chest
Ringing in my head, when you broke my chest

And if you’re in love, then you are the lucky one
‘Cause most of us are bitter over someone
Setting fire to our insides for fun
To distract our hearts from ever missing them
But I’m forever missing him

And you caused it
And you caused it
And you caused it

Bert Hellinger

La vita ti disillude perché tu smetta di vivere di illusioni e veda la realtà.
La vita ti distrugge tutto ciò che è superfluo, fino a che rimanga solo ciò che è importante.
La vita non ti lascia in pace affinché tu smetta di combatterla e accetti ciò che è.
La vita ti toglie ciò che hai, fino a che non smetti di lamentarti e inizi a ringraziare.
La vita ti manda persone conflittuali affinché tu guarisca e smetta di proiettare fuori ciò che hai dentro.
La vita lascia che tu cada una e un’altra volta fino a che ti decidi ad imparare la lezione.
La vita ti porta fuori strada e ti presenta incroci fino a che non smetti di voler controllare e fluisci come un fiume.
La vita ti pone nemici sul cammino fino a che non smetti di “reagire”.
La vita ti spaventa tutte le volte necessarie a perdere la paura e riacquistare la fede.
La vita ti toglie il vero amore, non te lo concede né te lo permette, fino a che non smetti di volerlo comprare con fronzoli.
La vita ti allontana dalle persone che ami fino a che non comprendi che non siamo questo corpo ma l’anima che lo contiene.
La vita ride di te molte volte, fino a che non smetti di prenderti tanto sul serio e impari a ridere di te stesso.
La vita ti frantuma in tanti pezzi quanti sono necessari affinché da lì penetri la luce.
La vita ti ripete lo stesso messaggio con schiaffi e urla finché non ascolti.
La vita ti invia fulmini e tempeste affinché tu possa svegliarti.
La vita ti umilia e sconfigge fino a che non decidi di far morire il tuo Ego.
La vita ti nega i beni e la grandezza fino a che smetti di voler beni e grandezza e inizi a servire.
La vita ti taglia le ali e ti pota le radici, fino a che non avrai più bisogno né di ali né di radici, ma solo di sparire nella forma e volare dall’essere che sei.
La vita ti nega i miracoli fino a che non comprendi che tutto è un miracolo.
La vita ti accorcia il tempo affinché tu impari a vivere.
La vita ti ridicolizza fino a diventare nulla, fino a diventare nessuno, così diventi tutto.
La vita non ti da ciò che vuoi, ma ciò di cui hai bisogno per evolvere.
La vita ti fa male, ti ferisce, ti tormenta, fino a quando non lasci andare i tuoi capricci e godi del respirare.
La vita ti nasconde tesori fino a che non inizi il tuo viaggio e non esci a cercarli.
La vita ti nega Dio, fino a che non lo vedi in tutti e in tutto.
La vita ti chiede, ti toglie, ti taglia, ti spezza, ti delude, ti rompe fino a che in te rimanga solo Amore.

1992

Che periodo buio.

Un popolo bue, incapace di riflettere e capire, manovrato e aizzato contro un sistema marcio da demolire e non riformare, con personaggi di prima grandezza da abbattere e dileggiare.
Molti di loro meritavano di sparire, è vero, ma il modo fu certamente sbagliato. Infatti nulla è cambiato, ma semmai è peggiorato.

Ricordo dov’ero quando sentii parlare per la prima volta dello scandalo di Tangentopoli; alla radio, in macchina, quel giorno ero a Caltanissetta.
Sembrava un’ordinaria storia di mazzette, perché scandalizzarsi più di tanto, invece in breve si fermò tutto, un intero sistema economico franò e in Italia parve tornare la santa inquisizione.
Un sistema purulento veniva scoperchiato e invece di un’anamnesi, una diagnosi e una cura mirata e intelligente si preferì sostituirlo, amputare a mani basse, giustiziare senza appello sugli organi di stampa ed esporre le spoglie come monito.

Ricordo l’Italia di allora, i socialisti, l’arroganza da bulli di tutti quei politici – intollerabili, soprattutto ai livelli più bassi – che fino ad allora avevano sgomitato, mangiando a quattro ganasce, e si erano fatti forti perché il loro leader si chiamava Craxi. L’unico attore veramente di classe in quella combriccola.
Craxi, quello che sarebbe diventato l’agnello sacrificale, il trofeo da esibire.
Un uomo che ebbe la sua parte di responsabilità nell’alimentare un sistema corrotto, che di certo non fu l’unico, ma in assoluto fu il meno ipocrita, protagonista di una delle scene più raccapriccianti della nostra storia recente.

Non certo un santo, sia chiaro, amico di Berlusconi e principale contributore della sua ascesa, assolutamente consapevole di tutto ciò che aveva attorno, eppure unico politico capace di far valere il potere italiano, sul suolo italiano, contro l’arroganza di un paese nostro alleato. Uno dei pochi politici che fece davvero di tutto per salvare Moro e alla fine fu fatto oggetto di un disgustoso lancio di monetine, che a riguardarlo ripugna davvero.

Quante risate allora. Bravi. Ben gli sta.
Io neanche mi resi conto di quanto profondo fosse l’abisso su cui ci stavamo affacciando. Ma, se vado a ricercare quelle immagini, oggi non posso non ammirare il cipiglio con cui uscì dall’Hotel Raphael, di fronte a quell’oceano di buoi e somari ululanti e imprevedibili, senza neanche fare il minimo gesto per ripararsi da quelle monete.
Una cosa umiliante per lui, pensai allora.
Una cosa umiliante per chi la organizzò, penso adesso, e per chi partecipò.

Mi viene difficile immaginare che quello sia stato un momento spontaneo di aggregazione e protesta di scandalizzati cittadini, che non ci sia stata una regia in tutti quegli avvenimenti, precedenti e successivi.

Ricordo dov’ero quando sentii del suicidio di Gabriele Cagliari – stavo per passare il casello di San Gregorio – e anche il nome del magistrato che dopo l’ennesimo interrogatorio gli negò gli arresti domiciliari, quando non aveva più niente da confessare. Chissà che carriera.
Non mi parve strano che un uomo potesse tranquillamente suicidarsi alle 10 del mattino, da solo, con un sacchetto di plastica, in un carcere sovraffollato, senza che qualcuno se ne accorgesse.

Così come non ebbi dubbi sul suicidio di Gardini, tanta era la cappa pesante che avvolgeva la vita dell’Italia in quei giorni e scontato che dovessero cadere tutti, ad uno ad uno.
Non mi stupì il suicidio di quel magnate così affascinante, capace di imprese epiche, che fece una sauna, ordinò da bere, chiese che gli venissero stirati gli abiti per l’indomani e poi si sparò, avendo anche l’accortezza di non lasciare tracce di polvere da sparo sulla propria mano.

Un giovane Sgarbi, nella sua trasmissione quotidiana, cominciò a urlare contro i magistrati e a chiamarli senza paura “assassini”. Ma io non capivo e lo prendevo per pazzo.
Furono pochissime le voci che si alzarono per dire che qualcosa non andava in quel gioco al massacro. C’era una malsana voglia di rivincita nei cittadini, una ferocia cieca e ottusa che si sarebbe rivista solo con i 5 Stelle e le loro invettive pericolosissime che ci hanno consegnato all’imbarbarimento definitivo, portato da loro come un virus che, inoculato nel linguaggio e nell’atteggiamento, ha infettato di una buona parte degli italiani.

Come ricordo dov’ero, tre mesi dopo quel giorno a Caltanissetta.
Salivo le scale esterne della palazzina dove abitavo quando incrociai e salutai il mio vicino di casa e lui, senza rispondere al saluto, mi disse “Hanno ucciso Falcone”.
Un altro magistrato, di tutt’altro tipo, eliminato in maniera fin troppo eclatante. E purtroppo non sarebbe stato il solo.

Mi parve che per l’enormità della cosa fosse venuto giù il cielo; andai al supermercato a comprare l’acqua e mi sembrò tutto irreale; c’era un silenzio sbigottito, a parte la radio che con le sue sciocche canzonette strideva con quel profondo sgomento; eravamo completamente storditi dalla notizia appena arrivata, come se ci avessero presi tutti a legnate, come se quella bomba ci fosse esplosa dentro.

Un anno orribile il 1992.

L’imperfetta bellezza

Gioia imperfetta

Cosa rappresenta per me il concetto di bellezza? Come lo definisco, come lo vivo, come me ne nutro? Bellezza significa perfezione? Bellezza è equilibrio? La bellezza rassicura? Procura gioia?

A me imbarazza, in certe occasioni.
Una certa sequenza di elementi e pattern ben precisi – esteriori e interiori in combinazione – in una donna sono capaci di scombussolarmi, ad esempio. Piccoli terremoti interiori.
Altre volte commuove. Un libro, una storia bene scritta, perdermi in un universo parallelo di parole. Un brano di musica capace di arrivare lì dove normalmente tutto tace.
Altre volte ipnotizza.
Come mi è successo a Cracovia, solo, davanti alla Dama con ermellino di Leonardo, in un museo stranamente deserto, con un silenzio irreale e i brividi dovuti all’aria condizionata tenuta sempre accesa per mantenere una temperatura ideale per quell’opera.
Sono rimasto a fissarla, perdendo la cognizione del tempo, consapevole che quella donna aveva guardato probabilmente milioni di persone prima di me e molte di più ne avrà guardate quando le mie ossa saranno polvere.

Poi c’è la bellezza interrotta.
Una storia d’amore non sbocciata, un’amicizia appassita, una passione esaurita.
Una gioia imperfetta, un equilibrio franato, un’ipotesi non realizzata, un promessa perdutasi nel vento.
Quanta fatica nel lasciare andare ciò che è e rimarrà irrisolto nel limbo del sarebbe potuto essere.
Spesso la bellezza che vedo in queste cose è data dal mio bisogno di idealizzarle, fermarle, congelarle per non farle sparire, aggrappato come sono a questi feticci per paura di sparire insieme a loro.

E invece io sono, mentre loro no. Io continuo ad evolvere, materia viva, tra le pieghe della mia vita fatta di ripide discese e faticose salite, stradine misteriose e fresche e piazze assolate in cui perdere lo sguardo.
Non so se bellezza significhi perfezione, anche perché la perfezione è come Dio, c’è chi pensa che esista ma nessuno lo ha visto. Di sicuro nutre, cura, aiuta a guarire.

Voglio bellezza intorno a me. Voglio andarmene completamente guarito.

Etty Hillesum

Noi donne vogliamo eternarci nell’uomo. Io voglio che lui mi dica: tesoro, tu sei l’unica per me e ti amerò in eterno. Ma questa è una favola. E fintanto che non me lo dice, tutto il resto non ha senso e non esiste. E il buffo è che non voglio affatto – non vorrei avere S. come eterno, come unico uomo –, però pretendo il contrario da lui. Forse pretendo un amore assoluto proprio perché io non ne sono capace? E poi, desidero sempre lo stesso livello di intensità mentre so bene che una cosa simile non esiste.

Gentilezza sempre

Il mondo si cambia un sorriso alla volta