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J. Martin Kohe

Sunday thinking

Tutto è (col)legato. Anche l’impensabilmente piccolo e apparentemente trascurabile.
Siamo la somma delle nostre disattenzioni. Alla fine quello che non ci piace di noi è riconducibile a questo.

Unknown

Ho fatto una lista delle cose giuste e sbagliate.
E tu sei in cima ad entrambe.

Idi di marzo

2059 anni fa moriva Giulio Cesare. Altri tempi.

Un altro 8 marzo

Personalmente trovo molto ipocrita la giornata dell’otto marzo.
Viviamo in un mondo profondamente maschilista, rimproveriamo alle donne che si ribellano di ribellarsi alla loro condizione svantaggiata, alle zoccole di essere zoccole, alle mute di essere mute e via dicendo, ben sapendo che nascere maschio è attualmente un vantaggio competitivo enorme e che qualunque tipo di donna ci troviamo di fronte è sempre e comunque uno specchio delle condizioni in cui un uomo l’ha messa. Paradossalmente non per forza un suo uomo.
Ma, volendo andare ancora più in fondo, la condizione delle donne è principalmente una responsabilità delle donne, del loro (in parte per carità) tramandare la diseguaglianza più o meno inconsapevolmente come se fosse nella natura delle cose.
Non a caso oggi è in effetti la ricorrenza di un giorno tragico in cui tante donne guidata da una si ribellarono a questa diseguaglianza e morirono a causa del loro aver alzato la testa. Questo ci insegna che negare pari diritti ad un essere umano perché di sesso diverso è sempre e comunque una tragedia, evidente come quella di allora o strisciante e quotidiana come quella di ogni giorno.
L’unico posto in cui un uomo e una donna non sono uguali è a letto, lì dove due persone che si amano – o semplicemente si piacciono – possono cedere momentaneamente spicchi di sovranità a favore dell’altro (non importa chi, visto che ci sono miliardi di sfumature in queste cose, altro che 50…), ma per il resto basta.
Per il resto sono profondamente deluso da una nazione che ancora non ha trovato il modo di interrompere la mattanza di donne, fidanzate, ex, che finiscono sui tavoli degli obitori per mano di uomini interrotti cui non si è stati capaci di insegnare il rispetto o che non si è quantomeno riusciti a rendere inoffensivi. Di donne stuprate o semplicemente molestate, che devono sempre porsi il problema di chi potrà accompagnarle a casa, se decideranno di fare le ore piccole una sera, e che magari poi si ritrovano nella macchina dell’orco travestito da amico.
Vorrei che le mamme che hanno la forza interiore e la fortuna di vivere in un ambiente non particolarmente avverso abbiano la capacità di plasmare figli maschi più consapevoli del fatto che una donna umiliata e sottomessa rende la società ingiusta e destinata al fallimento e alla violenza. E vorrei che gli uomini degni di questo nome spendessero qualche parola in più non solo con i propri figli maschi, dentro le quattro mura di casa propria, ma al club con gli amici, nelle comitive, in mezzo alla strada, con le parole, con piccoli gesti, evitando la trappola dei luoghi comuni che li fanno sentire a proprio agio dentro un branco e dentro un linguaggio rassicurante di esclusione e dileggio, o anche da soli, o in ufficio, quando è più facile denigrare una donna piuttosto che superarla sul piano della sfida culturale, intellettiva, lavorativa, qualitativa.
Ma vorrei anche che certe donne non facessero la guerra in ufficio ad altre donne e ad altri uomini, usando mezzucci e slealtà che non fanno altro che il gioco di quei maschi incapaci che stanno immancabilmente sopra di loro.
Le donne non sono avversarie (anche se da divorziato posso testimoniare che ce ne sono di incredibilmente perfide, ammettendo però che per ogni ex moglie da vaporizzare c’è un ex marito da spedire su Marte), sono semplicemente indispensabili, come noi lo siamo per loro.
Finché ciascun genere non ammetterà che avere pari diritti e dignità non vuol dire pretendere di fare pedissequamente ciò che fa l’altro, finendo per scimmiottarne i lati peggiori invece che cercando di comprenderne i punti di forza, finché gli uomini continueranno ad ignorare il corpo delle donne, il loro piacere, i loro pensieri a volte un po’ troppo arzigogolati e finché le donne continueranno a semplificare credendo di essere sempre un passo avanti a tutti, di poter alla fine ottenere più o meno onorevolmente ciò che spetterebbe loro per un semplice diritto naturale, non avremo altro che un mondo frustrato, infelice, immaturo, acido, inadatto alla vita vera, quella in cui gioia, amore e felicità vengono messi al primo posto assoluto come un diritto inalienabile di ogni individuo, maschio o femmina che sia.

Julio Cortazar – Storie di Cronopios e di Famas

Pensa a questo: quando ti regalano un orologio, ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d’aria. Non ti danno soltanto l’orologio, tanti, tanti auguri e speriamo che duri perché è di buona marca, svizzero con àncora di rubini; non ti regalano soltanto questo minuscolo scalpellino che ti legherai al polso e che andrà a spasso con te. Ti regalano – non lo sanno, il terribile è che non lo sanno -, ti regalano un altro frammento fragile e precario di te stesso, qualcosa che è tuo ma che non è il tuo corpo, che devi legare al tuo corpo con il suo cinghino simile a un braccetto disperatamente aggrappato al tuo polso. Ti regalano la necessità di continuare a caricarlo tutti i giorni, l’obbligo di caricarlo se vuoi che continui ad essere un orologio; ti regalano l’ossessione di controllare l’ora esatta nelle vetrine dei gioiellieri, alla radio, al telefono. Ti regalano la paura di perderlo, che te lo rubino, che ti cada per terra e che si rompa. Ti regalano la sua marca, e la certezza che è una marca migliore delle altre, ti regalano la tendenza a fare il confronto fra il tuo orologio e gli altri orologi. Non ti regalano un orologio, sei tu che sei regalato, sei il regalo per il compleanno dell’orologio.

The theory of crumbling

16 x1 [13*3x] 15 xx
23 x1 [2x*19] 14 xx
28 x1 [2x*26] 21 xx
29 x1 [18*x8] x8 xx
31 x1 [13*34] xx 19
31 x1 [13*35] 12 xx
31 x1 [13*48] x1 xx
x1 x2 [13*x9] x9 xx
x1 x2 [17*55] 24 xx
x2 x2 [2x*x6] x5 xx
x4 x2 [17*27] xx 38
x4 x2 [17*29] x1 xx
x4 x2 [17*32] x3 xx
x4 x2 [2x*32] x2 xx
x5 x2 [13*28] 11 xx
x6 x2 [1x*41] x1 xx
x6 x2 [18*42] 11 xx
x7 x2 [11*46] x4 xx
x7 x2 [13*44] xx 28
1x x2 [2x*46] xx 1x
1x x2 [2x*46] x5 xx
12 x2 [16*x5] x8 xx
14 x2 [13*29] x4 xx
14 x2 [15*32] x5 xx
14 x2 [2x*41] x2 xx
18 x2 [16*52] 12 xx
19 x2 [1x*x5] 1x xx
19 x2 [1x*18] x7 xx
19 x2 [2x*18] x6 xx
26 x2 [11*53] x3 xx
28 x2 [x9*13] x4 xx
x5 x3 [16*47] x1 xx
x5 x3 [16*56] 1x xx
x5 x3 [17*52] 12 xx
x8 x3 [12*39] 12 xx
13 x3 [19*26] x5 xx
14 x3 [13*17] 15 xx
16 x3 [16*31] 21 xx
31 x3 [20*x5] x2 xx
16 x4 [17*x4] x3 xx
16 x4 [17*x9] x6 xx
16 x4 [17*17] x1 xx

Anyway

red is different [unfortunately]

Pablo Neruda

Se tu mi dimentichi

Voglio che tu sappia
una cosa.

Tu sai com’è questa cosa:
se guardo
la luna di cristallo, il ramo rosso
del lento autunno alla mia finestra,
se tocco
vicino al fuoco
l’impalpabile cenere
o il rugoso corpo della legna,
tutto mi conduce a te,
come se ciò che esiste,
aromi, luce, metalli,
fossero piccole navi che vanno
verso le tue isole che m’attendono.

Orbene,
se a poco a poco cessi di amarmi
cesserò d’amarti a poco a poco.
Se d’improvviso
mi dimentichi,
non cercarmi,
ché già ti avrò dimenticata.

Se consideri lungo e pazzo
il vento di bandiere
che passa per la mia vita
e ti decidi
a lasciarmi alla riva
del cuore in cui ho le radici,
pensa
che in quel giorno,
in quell’ora,
leverò in alto le braccia
e le mie radici usciranno
a cercare altra terra.

Ma
se ogni giorno,
ogni ora
senti che a me sei destinata
con dolcezza implacabile.
Se ogni giorno sale
alle tue labbra un fiore a cercarmi,
ahi, amor mio, ahi mia,
in me tutto quel fuoco si ripete,
in me nulla si spegne né si dimentica,
il mio amore si nutre del tuo amore, amata,
e finché tu vivrai starà tra le tue braccia
senza uscire dalle mie.

••••••••

Adoro Neruda che, come le stelle, ha il potere di farmi sentire infinitamente piccolo e adorante verso il mistero infinito delle parole e dei sentimenti.

Rileggo cose

C’è un genere di presente che non ha scampo di fronte al passato. Improvvisamente ricordo perché ho sempre preferito il silenzio.

Vai…

Rewind | Forward

Non so perché questo ultimo periodo della mia vita sia così legato ai Coldplay, visto che non li avevo mai ascoltati prima, arrivando quindi a conoscerli con notevole ritardo vista la loro fama.

So solo che alcuni brani mi sono davvero entrati sotto pelle, fondendosi – come sempre accade – con avvenimenti importanti della mia vita. Ora quegli avvenimenti fanno parte del mio recente passato, con il loro carico di lustrini scintillanti e ombre malinconiche, scolorendosi giorno per giorno nella mia memoria che conserva solo foto in bianco e nero a processo finito. Eppure questa musica ancora attraversa l’anima scatenando emozioni senza apparente motivo, riportando l’orologio emotivo indietro mentre la mente – ironica – mi guarda con aria sfottente.

Come la lingua finisce sempre per andare sulla gengiva dove manca il dente ormai estratto, così l’anima torna lì, nei luoghi del vuoto a constatarne la profondità, per rendersi conto che ciò che prima era presenza e volume adesso è solo assenza. Un bel giorno tutto questo svanirà d’incanto, lo so perché ormai conosco il meccanismo alla perfezione, mi sveglierò e tutto questo sarà quasi come mai successo, soppiantato in toto da uno scintillante nuovo presente.

A volte detesto questa caratteristica così radicata in me, altre volte ringrazio la natura per avermi creato in questo modo, incapace ad un un certo punto di volgermi indietro, in questa rincorsa per riprendere di slancio quel cammino inarrestabile verso avanti. La malinconica litania di questa canzone rappresenta perfettamente il mio attuale stato d’animo e in fondo mi dispiacerà quando, una volta superata l’ultima duna della nostalgia che sarà anche l’unica cosa ormai visibile alle mie spalle, perderà senso e finirà tra quelle cose che una volta erano così speciali…

Consapevolezze

Il tuo è un rosso relativo

Pino Daniele – 19.3.1955/5.1.2015

Mi chiedo chi di noi possa dire di non avere una canzone di Pino Daniele incastrata nel cuore, legata a qualche storia d’amore finita bene o finita male…

Mais c’est fini le temps des reves
Les souvenirs se fanent aussi quand on les oublient

Come tanto tempo fa.

Quando tenevo questo blog su splinder oltre a postare i miei pensieri mi capitava spesso di condividere brani di altri, parole che ritenevo interessanti e che secondo me meritavano di essere lette il più possibile. Erano i tempi in cui il mio blog registrava migliaia di accessi al mese e veniva seguito da molte persone. Senza saperlo ho salvato tante cose belle che, con la chiusura di quella piattaforma, sono andate perdute per sempre tranne quel poco che ho postato qui.

A quei tempi ho conosciuto (virtualmente) Dania, una ragazza davvero ironica capace di scrivere cose serissime e cose molto leggere. Adesso è una scrittrice, di discreto successo credo. Oggi ho letto il brano che riposto, davvero una delle sue perle. Credo di sapere a chi si riferisce con le sue parole, ma non è certo questo che importa. Ho deciso di ripubblicarlo qui perché sono parole universali che valgono per l’autrice ma potrebbero valere tranquillamente – a parti invertite – per un uomo. Un brano di rara intensità e bellezza.

Buona lettura

••••••••••••••••••••••••••••

se io fossi quella

Se io fossi quella,

quella per cui apri gli occhi la mattina e respiri, dentro l’aria e fuori l’aria,

se io fossi quella a cui pensi mescolando lo zucchero nel caffè, anche se non bevi caffè, a te piace il tè e non lo capirò mai,
se io fossi quella che hai in testa mentre lavori di notte, quella che riempie i tuoi disegni, quella per cui pensi e scrivi tutte le parole, anche quelle difficili, anche quelle dolorose,

se io fossi quella che ti fa sperare che ci sarà un domani e sarà bello, quella che vedi al tuo fianco quando tutti i capelli, tutti, saranno diventati grigi, se io fossi quella che cerchi tra la folla, quella che senza ti senti perduto e solo, quella che come me nessuna mai e non c’è prima e non ci sarà un dopo,
se io fossi quella che toccarmi dà motivo alle tue mani di esistere, quella che baciarmi tiene in vita le tue labbra,
se io fossi quella che spiega tutto, che dà una ragione alla fatica fatta per arrivare qui, che chiude i conti, se io fossi quella che perdona tutti i tuoi sbagli, che ti regala un altro inizio, che mette insieme tutti i tuoi brandelli e ti insegna sapori e colori nuovi,

se io fossi quella, avrebbe tutto senso, le lacrime, le fughe, i sospiri, i pugni contro le porte chiuse, i chilometri in autostrada di notte per cercare risposte, i baci che sembra arrivino da lontano e ti prendono alla sprovvista,
avrebbero senso gli anni che abbiamo vissuto, le promesse che abbiamo fatto e non abbiamo saputo mantenere, avrebbero senso le fini e tutti gli addii, quelli che si portavano via pezzi di cuore e di stomaco, avrebbero senso le canzoni che regalavano sollievo, ascoltate dieci, cento, mille volte, avrebbero senso le sbronze e le scazzottate con gli amici, avrebbero senso i giorni che abbiamo passato lontano, a ricucirci le ferite,
avrebbero senso i giorni che verranno, avrebbero davvero senso, tutti, per sempre.

Ma se non sono quella, se non lo sono, portati via il tuo odore, porta via le parole e i tuoi sorrisi, strappami la tua voce dalla testa e nascondila sotto l’oceano, dove i rumori sono confusi e non posso più riconoscerli,
se non sono quella, dimenticati di me e io sparirò per sempre e non ci saranno ricordi che tolgono il fiato e non ci saranno rimpianti,
se non sono quella, non trattenermi nelle tue matite, non disegnare il mio volto per ricordarlo, non lasciare che il bianco e nero mi trasformi nel tuo passato.

Se non sono quella, non sarò un tentativo, non sarò un’alternativa, non sarò l’altra, non sarò un’amicizia, non sarò la compagna di qualche notte calda, non sarò l’allegria,
se non sono quella, non sarò niente,
perché non sono niente senza di te e tu non puoi farcela senza di me,
non puoi farcela,
perché non ci sono più io, non ci sei più tu,
perché il mondo esiste solo se ci siamo noi,
e nient’altro.

Amori_dislessici_#2_def

amori dislessici

Potrei ma non voglio

Se fossi stata diversa ieri avrebbe potuto essere differente, ma eri proprio la classica tu, anni luce lontana dalla persona autentica, morbida, incosciente di giugno e luglio.
Ti ringrazio perché so che sei convinta davvero di volermi bene, ciò che fai non lo fai scientemente né per desiderio di fare male, ma detesto la banalità e preferirei non sentirti più visto il modesto risultato.
Per tutti i natali e compleanni ti faccio adesso i sinceri auguri che avrei voluto farti nel corso degli anni, do per scontato che me li farai nel silenzio del tuo cuore anche tu.

Ciao

Reyhaneh Jabbari – L’ultima lettera alla madre

Reyhaneh Jabbari

Cara Sholeh,

oggi ho saputo che per me è arrivato il momento di affrontare la Qisas (la legge del taglione del regime iraniano). Mi ferisce che non mi abbia fatto sapere tu stessa che ero arrivata all’ultima pagina del libro della mia vita. Non credi che avrei dovuto saperlo? Lo sai quanto mi vergogno della tua tristezza. Perché non mi hai dato la possibilità di baciare la tua mano e quella di papà?

Il mondo mi ha concesso di vivere per 19 anni. Quella malaugurata notte avrei dovuto essere uccisa. Il mio corpo sarebbe stato gettato in un qualche angolo della città e dopo qualche giorno la polizia ti avrebbe portato all’obitorio per identificare il mio corpo e là avresti saputo che ero anche stata stuprata. L’assassino non sarebbe mai stato trovato, dato che non siamo né ricchi né potenti come lui. Poi tu avresti continuato la tua vita con sofferenza e vergogna e qualche anno dopo saresti morta per questo dolore. Sarebbe andata così.

Ma con quel maledetto colpo la storia è cambiata. Il mio corpo non è stato gettato da qualche parte, ma nella tomba della prigione di Evin e della sua sezione di isolamento. E ora nella prigione-tomba di Shahr-e Ray. Ma arrenditi al destino e non lamentarti. Tu sai bene che la morte non è la fine della vita.

Tu mi hai insegnato che si arriva in questo mondo per fareesperienza e imparare la lezione e che ogni nascita porta con sé una responsabilità. Ho imparato che a volte bisogna lottare. Mi ricordo quando mi dicesti di quel conducente che si mise a protestare contro l’uomo che mi stava frustando. Ma lui iniziò a frustarlo sulla testa e sul volto finché non morì. Tu mi hai detto che per i valori si deve perseverare, anche a costo di morire.

Tu ci hai insegnato, quando andavamo a scuola, che bisogna essere signore di fronte alle liti e alle lamentele. Ti ricordi quanto mettevi in evidenza il modo in cui ci comportavamo? La tua visione era sbagliata. A fronte di quanto mi è successo, queste lezioni non mi sono servite. Essermi presentata davanti alla corte mi ha fatto passare per un’assassina a sangue freddo e una criminale spietata. Non ho versato lacrime. Non ho supplicato. Non mi sono disperata, perché avevo fiducia nella legge.

Ma sono stata accusata di restare indifferente di fronte ad un crimine. Lo sai, non uccidevo neanche le zanzare e scansavo gli scarafaggi prendendoli per le antenne. E ora sono colpevole di omicidio premeditato. Il modo in cui trattavo gli animali è stato interpretato come un comportamento da ragazzo. Il giudice non si è neanche preoccupato di considerare il fatto che all’epoca dell’incidente avevo le unghie lunghe e laccate.

Quant’è ottimista colui che si aspetta giustizia dai giudici! Il giudice non ha mai contestato il fatto che le mie mani non fossero ruvide come quelle di uno sportivo o di un pugile. E questo paese che tu mi hai insegnato ad amare non mi ha mai voluto. E nessuno mi ha sostenuto quando sotto i colpi degli inquirenti gridavo e sentivo le parole più volgari. Quando ho perduto l’ultima traccia della mia bellezza, rasandomi i capelli, sono stata ricompensata: 11 giorni di isolamento.

Cara Sholeh, non piangere per ciò che stai sentendo. Il primo giorno in cui alla stazione di polizia una vecchia agente zitella mi ha schiaffeggiato per le mie unghie, ho capito che la bellezza di questi tempi non è apprezzata. La bellezza dell’aspetto, la bellezza dei pensieri e dei desideri, una bella scrittura, la bellezza degli occhi e della visione. E persino la bellezza di una voce dolce.

Mia cara madre, il mio modo di pensare è cambiato, ma tu non ne sei responsabile. Le mie parole sono per sempre e le ho affidate a una persona in modo che, quando verrò giustiziata a tua insaputa, ti siano consegnate. In eredità, ti lascio molti dei miei scritti.

Prima di morire, però, voglio qualcosa da te, che ti chiedo di realizzare ad ogni costo. In realtà è l’unica cosa che voglio da questo mondo, da questo paese e da te. So che per farlo avrai bisogno di tempo. Perciò ti comunico prima una parte delle mie volontà. Ti prego, non piangere e ascolta. Voglio che tu vada in tribunale e comunichi a tutti la mia richiesta. Non posso scrivere una lettera simile dalla prigione che possa essere approvata dal direttore. Perciò, ancora una volta, dovrai soffrire per causa mia. È l’unica cosa per la quale, se implorerai, non mi arrabbierò. Anche se ti ho detto molte volte di non implorare per salvarmi dall’esecuzione.

Mia dolce madre, cara Sholeh, l’unica cosa che mi è più cara della mia stessa vita, non voglio marcire sottoterra. Non voglio che i miei occhi o il mio giovane cuore diventino polvere. Prega perché venga disposto che, non appena sarò stata impiccata il mio cuore, i miei reni, i miei occhi, le ossa e qualunque altra cosa che possa essere trapiantata venga presa dal mio corpo e data a qualcuno che ne ha bisogno, come un dono. Non voglio che ildestinatario conosca il mio nome, compratemi un mazzo di fiori, oppure pregate per me. Ti dico dal profondo del mio cuore che non voglio avere una tomba dove tu andrai a piangere e a soffrire. Non voglio che tu ti vesta a lutto per me. Fai di tutto per dimenticare i miei giorni difficili. Lascia che il vento mi porti via.

Il mondo non ci ama. Non ha voluto che si compisse il miodestino. E ora mi arrendo a lui e abbraccio la morte. Perché di fronte al tribunale di Dio io accuserò gli inquirenti, accuserò l’ispettore Shamlou, accuserò il giudice e i giudici della Corte Suprema che mi hanno picchiato mentre ero sveglia e non hanno smesso di minacciarmi. Nel tribunale del creatore accuserò il Dottor Farvandi, accuserò Qassem Shabani e tutti coloro che per ignoranza e con le loro bugie mi hanno fatto del male e calpestato i miei diritti e non si sono accorti che la realtà, a volte, non è ciò che appare.

Cara Sholeh dal cuore tenero, nell’altro mondo gli accusatori saremmo tu ed io, mentre gli altri saranno gli imputati. Vediamo cosa vuole Dio. Vorrei abbracciarti fino alla morte. Ti voglio bene.

Reyhaneh

••••••••••••••••••••••••••••••••••

Non ho parole per tanta bellezza, per un pensiero così limpido e un coraggio che io – che parlo tanto – non avrei mai avuto. Una ragazza straordinaria, probabilmente una delle più belle anime iraniane, anni luce lontana dai bifolchi ignoranti e sanguinari che governano quel paese. Onore eterno a lei.

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