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Non è quello che ci siamo dati a mancarmi, ma quello che avremmo dovuto darci ancora.

Giovanni Giancaspro

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SE MIO FIGLIO POTESSE CAPIRE

Se mio figlio potesse capire, se riuscisse a comprendere, gli direi che quei bambini vestiti di rosso, quelli che avevano la sua età, che saranno stati lunghi poco più di ottanta centimetri, che forse non arrivavano a dieci, undici chili, gli direi che quei bambini erano in mare per un caso.
Perché per caso, figlio mio, tu sei nato qua e loro là, per caso tu hai il triciclo, i pupazzi, il seggiolone che si reclina e loro, sempre per caso, hanno la fame, hanno paura.
Tu non hai meriti, e non ne ho io, che ho potuto vivere, scegliere, viaggiare, lavorare all’estero e tornare, mostrare il mio passaporto a ogni frontiera e sentirmi dire sempre va bene, puoi passare. Non abbiamo meriti a stare in pace, a non avere bombe sulle testa, a non avere mortammazzati intorno, a non subire abusi, torture, vessazioni, violenza, a non avere freddo, a non avere fame. Non abbiamo nessun merito ad avere la nostra cittadinanza, non l’abbiamo vinta, non l’abbiamo guadagnata, non l’abbiamo conquistata. Siamo nati per caso in un posto in cui ci sentiamo uomini, più uomini di tutti gli altri uomini, e per caso, per sfortuna, per sorte loro sono là, dove l’umanità, a noi che la guardiamo con le nostre lenti da sole da qui, sembra più sfumata.

Gli direi che erano in mare per un sogno, quei bambini, non un sogno loro, troppo piccoli, troppo fragili, ma un sogno dei loro genitori che chissà quanto li avranno amati, quanto io amo te che certi giorni sembra quasi intollerabile, faticoso, tutto questo amore, tutta questa necessità che tu stia bene, sempre bene, e non sappiamo, non lo sapremo mai, quanto dolore e disperazione e quanta speranza hanno portato quelle madri a salire su un gommone troppo piccolo, troppo stretto e malmesso per tutta quella gente, a tenerli stretti in petto, con i giubbotti di salvataggio, a pregare che arrivi qualcuno, qualcuno a salvarci, ma qualcuno non arriva perché non c’era abbastanza carburante e gli hanno impedito i rifornimenti a Malta e magari sarebbero arrivati in tempo se quell’umanità, magari vista da più vicino, sarebbe sembrata proprio uguale alla nostra.

Gli direi di non sentirsi mai migliore, di non sentirsi più giusto, di non credere di meritare più diritti.
Quei bambini vestiti di rosso, perché il rosso si vede prima in mare, con le scarpe strette, con i corpi rigidi, quei bambini che hanno avuto paura, quanta paura, che avranno pensato perché mamma non mi salva, perché papà non fa niente, c’è tanto freddo, tanta acqua, quei bambini erano come lui.
Uguali a lui.
Ma mentre io spingevo e spingevo e lui nasceva in un ospedale del centro di Milano, in Italia, in Europa, loro stavano nascendo dall’altro lato del mare, in Egitto, in Marocco, in Siria, altrove, in un lato del mare in cui sei meno fortunato e non l’hai scelto.

Se potesse capire gli spiegherei che non abbiamo virtù, non abbiamo pregi, non siamo più degli altri, ma che abbiamo costruito muri, confini, divieti, abbiamo deciso che da una parte sì e dall’altra no, di qua bene e dall’altra parte non è un nostro problema.

Per fortuna non capisci figlio mio, non capisci ancora, che a crescere, a diventare uomini si perde umanità e un giorno il mare si porta via centinaia di persone, si porta via i bambini come te che volevano soltanto vivere e noi restiamo qui a non fare niente, non facciamo niente, restiamo a guardare a indignarci, a cambiare canale e quello che valiamo, come uomini, donne, madri, padri, figlie e figli, è meno di niente.

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Un tempo una delle mie attività su questo blog era riportare gli scritti di altri che mi erano particolarmente piaciuti.
Con la morte di Splinder questi post sono diventati memoria preziosa di parole scomparse.
Oggi sono andato a visitare il blog di una persona che mi è sempre piaciuta ed ho trovato questo post che è stato come un pugno allo stomaco.
Dubito che lei possa chiudere il suo blog, ma riposto lo stesso ciò che ha scritto perché è davvero molto forte.

Grazie Dania

Maurice Ravel, Piano concerto, Adagio assai…

Poco fa ho riletto per caso  le nostre prime conversazioni su un file che avevo conservato, il file di testo in cui avevo esportato i nostri dialoghi su whatsapp.
Ci davamo del lei, facevamo gli amici ed intanto ci giravamo intorno come squali, l’uno attorno all’altro, attratti dall’odore del sangue. Voraci.
Che energia straordinaria! Ho dovuto interrompere la lettura perché ho risentito per un attimo la vertigine di quell’intesa che so essere morta tanto tempo fa.
Mi manchi ancora. Mi manca la parola con te. I tuoi occhi.
Ho fatto molti errori allora, ma adesso a mente fredda mi rendo conto che non potevo che sbarellare; troppa attesa, troppo desiderio, troppa frustrazione.
Non credo che passi più di qui, né che – anche se accadesse – tu possa imbatterti in questo piccolo post. Ma volevo scriverlo perché in questo momento, inaspettatamente, dopo tanto tanto tempo il pensiero di te mi fa nuovamente battere forte il cuore.
E perché so che capirai che parlo di te. Che parlo a Te.

A volte, quando una cosa intensa smette di essere, la rimpiangiamo pensando che abbiamo perso qualcosa.
Questa notte, quasi alle 3.00 di questa domenica che arriva, mi rendo conto di essere in qualche modo felice perché quella cosa straordinaria, per quanto breve e travagliata, c’è stata. Non ero abbastanza forte per reggerla, abbastanza lucido, ma sono grato ugualmente alla vita per quel piccolo grande momento di abbagliante bellezza.

Buonanotte

Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal

Le anime hanno un loro particolar modo d’intendersi, d’entrare in intimità, fino a darsi del tu, mentre le nostre persone sono tuttavia impacciate nel commercio delle parole comuni, nella schiavitù delle esigenze sociali. Han bisogni lor proprii e le loro proprie aspirazioni le anime, di cui il corpo non si dà per inteso, quando veda l’impossibilità di soddisfarli e di tradurle in atto. E ogni qualvolta due che comunichino fra loro così, con le anime soltanto, si trovano soli in qualche luogo, provano un turbamento angoscioso e quasi una repulsione violenta d’ogni minimo contatto materiale, una sofferenza che li allontana, e che cessa subito, non appena un terzo intervenga. Allora, passata l’angoscia, le due anime sollevate si ricercano e tornano a sorridersi da lontano.

 

Berton Braley – The Will To Win

If you want a thing bad enough
To go out and fight for it,
Work day and night for it,
Give up your time and your peace and
your sleep for it

If only desire of it
Makes you quite mad enough
Never to tire of it,
Makes you hold all other things tawdry
and cheap for it

If life seems all empty and useless without it
And all that you scheme and you dream is about it,

If gladly you’ll sweat for it,
Fret for it, Plan for it,
Lose all your terror of God or man for it,

If you’ll simply go after that thing that you want.
With all your capacity,
Strength and sagacity,
Faith, hope and confidence, stern pertinacity,

If neither cold poverty, famished and gaunt,
Nor sickness nor pain
Of body or brain
Can turn you away from the thing that you want,

If dogged and grim you besiege and beset it,
You’ll get it!

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Anna Elisabeth De Noailles

Quando vedo animi senza orgoglio,
senza collera e passione,
senza nulla che li spinga a piacere,
quando tra gli uomini distratti e pensierosi
nessuno che si ponga sotto il segno del fuoco;
quando osservo torbide le fronti, l’anima nuda,
la promessa d’amore debolmente mantenuta,
l’assenza d’universo nella voce e gli occhi,
voi ai quali ho regalato fino alle stelle il mondo,
è una fortuna che mi abbiate conosciuta.

 

Sergio Marchionne (1950-2018)

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“Non c’è nulla di nobile nell’essere superiore a qualcun altro, la vera nobiltà è essere superiore a chi eravamo ieri”

Oscar Wilde

Credere è molto monotono,
il dubbio è profondamente appassionante.
Stare all’erta, ecco la vita;
essere cullato nella tranquillità,
ecco la morte.

Ti ho rivista

Annetta (4)Facendo piazza pulita sul mio mac mi sono imbattuto in due video che mi avevi mandato poco più di un anno fa. Tu che giochi a fare la sexy mangiando fragole.
Mi sono reso conto guardandoti che mi manchi, molto direi. Mi manca la tua voce, mi mancano le nostre conversazioni, mi manca la tua risata.
Peccato che tu abbia deciso di rinunciare alla nostra amicizia, non capisco il perché ma non posso far altro che accettarlo. Continuo ugualmente a tenere in caldo il tuo posto nel mio cuore, nel caso dovessi spuntare una notte d’inverno fra cent’anni in cerca di riparo.

Tutta la verità, nient’altro che la verità.

Occorre sbarazzarsi del cattivo gusto
di voler andare d’accordo con tutti.
Le cose grandi ai grandi, gli abissi ai profondi,
le finezze ai sottili, le rarità ai rari.

[Nietzsche]

Perché amo la pubblicità – millemillesima puntata…

L’illusione delle scelte

In una situazione perfetta, quando siamo in totale contatto con noi stessi, senza paure, senza debolezza, in una condizione di reale ascolto, non esistono scelte giuste o sbagliate, perché non esistono scelte.
Vivendo nel presente non c’è nulla da scegliere se non seguire il percorso che si ha dentro, che è sempre chiaro e limpido.
Niente bivi, alternative, doppie opportunità.
Poi arriva l’incertezza, la paura, arrivano le insicurezze a rendere opaca la nostra visione, arrivano i dubbi ed iniziano gli errori.
Purtroppo nessun errore è privo di conseguenze e presto o tardi ci troviamo a dover affrontare situazioni laceranti che avremmo potuto evitare sin dall’inizio.
Ma non lo facciamo.
Nessuno ci educa nell’ascolto di noi stessi, nessuno ci educa al rispetto della nostra volontà, nessuno ci dice quanto è importante seguirla ed assumersene la responsabilità.

Sin dalla scuola sembra che sia il gregge il posto più sicuro dove vivere.
Si comprimono le diversità invece di farle germogliare e fiorire.
Si inocula la paura verso ciò che è sconosciuto, il pregiudizio (quando non la violenza) verso chi va contro corrente.
Crescendo si procede tronfi e orgogliosi nel recinto dei luoghi comuni senza provare mai l’ebrezza di spingersi all’avventura in mare aperto, anche quando la giornata è limpida ed il mare è una tavola.  Impariamo a temere l’orizzonte e ciò che rappresenta, finendo per negarci l’opportunità di sperimentarci.
Facciamo tutto noi, inutile additare responsabilità esterne.
Creatori o distruttori della nostra felicità.

Come ciliegina sulla torta arrivano i sensi di colpa.
Quando sentiamo il desiderio di cambiare strada, di percorrere un sentiero sconosciuto o vietato ci preoccupiamo del male che faremo a chi ci ama.
Desistendo.

Non dovremmo interrogarci sull’impatto che le nostre azioni avrebbero sugli altri quanto di quello che avrebbero su di noi e il nostro benessere non compiendole.
Se una nostra azione provoca sofferenza a qualcuno non è perché è sbagliata in sé, probabilmente è l’altra persona ad essere vittima delle sue paure.
È incapace di accettare il nostro percorso, perché quando è diventata parte del gregge ha rinunciato al coraggio di difendere le sue.
La presunta sofferenza degli altri è la naturale conseguenza delle loro scelte, quindi non è affar nostro.
Quando ci sediamo al ristorante della vita spesso crediamo che ci tocchi di pagare il conto anche per i commensali insieme a noi, per ciò che hanno ordinato e che poi non non hanno gradito. Non è così.
A noi tocca pagare ciò che abbiamo ordinato e nient’altro.
Nella vita – vissuta per bene – si fa alla romana: ognuno paga per sé.

Se proteggessimo la verità che abbiamo dentro non potremmo mai fare realmente nulla di male, soprattutto a noi stessi.

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Anime vigili

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The astonishing unespected

Quando una platea solitamente urlante viene ridotta al più assoluto e religioso silenzio significa che sta avvenendo qualcosa di speciale. È quanto successo in questo caso, la base musicale devo dire insolitamente mediocre (ma forse scelta ad arte per far risaltare tutto il resto) di una delle canzoni più belle – ma anche più ascoltata in tutte le salse -del repertorio jazz accompagna una voce ed un’interpretazione da brivido.

Non lasciatevi ingannare, pare che lei abbia costruito tutto ad arte e abbia fatto la gatta morta con timidezza e lacrime a comando dopo, basta guardare altre esibizioni per capirlo, ma ciò non toglie nulla al notevole valore di questa esibizione, almeno per me.

Beloved Charles

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Non ho smesso di pensarti,
vorrei tanto dirtelo.
Vorrei scriverti che mi piacerebbe tornare,
che mi manchi
e che ti penso.
Ma non ti cerco.
Non ti scrivo neppure ciao.
Non so come stai.
E mi manca saperlo.
Hai progetti?
Hai sorriso oggi?
Cos’hai sognato?
Esci?
Dove vai?
Hai dei sogni?
Hai mangiato?
Mi piacerebbe riuscire a cercarti.
Ma non ne ho la forza.
E neanche tu ne hai.
Ed allora restiamo ad aspettarci invano.
E pensiamoci.
E ricordami.
E ricordati che ti penso,
che non lo sai ma ti vivo ogni giorno,
che scrivo di te.
E ricordati che cercare e pensare son due cose diverse.
Ed io ti penso
ma non ti cerco.Charles Bukowski

N. B.
In verità non sono sicuro che questa poesia sia di Bukowski, l’ho cercata in lingua originale ma non ne ho trovato traccia. Questo nulla toglie alla sua bellezza ma, nel caso fosse di qualcun altro, non vorrei contribuire ad un altro caso di fama usurpata, come per la nota poesia di Martha Medeiros

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Passeggiata con vista

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Invictus – William Ernest Henley

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Dal profondo della notte che mi avvolge,
Buia come un abisso che va da un polo all’altro,
Ringrazio qualsiasi dio esista
Per la mia indomabile anima.

Nella feroce morsa delle circostanze
Non mi sono tirato indietro né ho gridato.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
Il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e di lacrime
Incombe solo l’Orrore delle ombre,
Eppure la minaccia degli anni
Mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto stretto sia il passaggio,
Quanto piena di castighi la vita,
Io sono il padrone del mio destino:
Io sono il capitano della mia anima.

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We miss you.

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My lovely little snitch.

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