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Uno straordinario Roberto Saviano, coraggioso giornalista di 20 anni…

20 febbraio 2011

Uno struggente articolo scritto nel 2002 e preso da qui.

Guardo la fotografia. L’unica che hanno messo in giro. Quella con cravatta e giacca. Eggià. Le agenzie di stampa hanno detto che eri un camorrista, e non potevano diffondere una foto senza giacca e cravatta. Un boss non può non avere giacca e cravatta, non può essere senza un centesimo. La cravatta nella foto l’avevi messa malissimo, il colletto è alzato, sembri incartato, si capisce subito che il vestito te l’avevano prestato. Poi mi sono ricordato. La foto è del tuo matrimonio. L’unica in cui indossavi un vestito “serio” come tu lo definivi. Quasi non ti si riconosce e la tua faccia fa davvero ridere. Non ci credevi neanche tu a star vestito così.

Sono venuto al camposanto. Qui davanti alla tua tomba. Ti hanno messo vicino a un vecchio maresciallo morto a novant’anni ed una simpatica, almeno in foto, signora ottantenne. E tu sfiguri, morto a neanche quarant’anni. Non capisco bene il motivo per cui sono venuto qui. Lo sai, non mi piacciono i cimiteri meridionali. Quelli toscani invece li adoro. Era parecchio che non ci sentivamo, almeno dal tuo funerale, e così eccomi. Il tuo funerale io e Sergio l’avevamo visto da lontano. C’erano solo carabinieri e i tuoi cinque figli, tua moglie. I politici avevano con centinaia di manifesti invitato la popolazione a partecipare al tuo funerale. Non venne nessuno. Decine di divise nere e pantaloni rigati di rosso a difesa della tua famiglia. Nessun altro. Non solo nessun cittadino si è presentato ma neanche un politico ha avuto il coraggio di presenziare. Andate, andate tutti ma poi sindaci dei paesi della zona si sono inventati convegni in mille parti d’Italia, gli assessori si sono chiusi dentro le loro case al mare, maggioranze, opposizioni, movimenti, avevano altro a che pensare che al tuo schifosissimo ultimo giorno Federì. Violante aveva persino detto: “Verrò da questo eroe sconosciuto”. Forse eri davvero troppo sconosciuto, colpa tua. Non si è visto nessuno. Io e Sergio seguivamo la processione ma non riuscivamo a guardarci in faccia, eri andato fino in fondo, sapevamo che prima o poi qualcuno sarebbe venuto a fermarti. Ma quando accade, beh queste cose le sai meglio di me, anche se te lo aspetti rimani sempre sconvolto. Quand’è il momento è sempre terribile. Era talmente strano che fossimo lì che i carabinieri ci chiesero i documenti, temevano fossimo venuti a dare fastidio alla famiglia, a intimidire i tuoi figli.

Sono venuto fin qui, non sapevo che ti avessero messo sulla tomba la foto con la cravatta. Io ne avrei messo un’altra. Ma va bene uguale.

Mi sembra incredibile, proprio io ateo incallito che scrivo una lettera a un morto. Ha ragione Serena allora quando mi dice che prima o poi diverrò un ebreo credente come mio nonno ma credo invece che il mio scrivere sia un modo per calmarmi. Non voglio godere del diritto all’oblio.

Mi è venuta voglia e lo sto facendo. Anche se ti hanno ammazzato. Ma tu Federico lo dicevi: “noi qui siamo già zombi, ci devono soltanto ricordare quando è il nostro turno, robbè ma se vado all’inferno e lì ce qualche camorra, io li fotto anche lì”.

Ti ricordi Sergio? Ci vedevamo in tre quando facevi le denunce. Ne abbiamo scritte centinaia insieme, Sergio ha trovato un lavoro da queste parti, si occupa di fumetti, la sua passione. Gli hanno minacciato il fratello, gli hanno fatto saltare in aria il garage. Sergio non ha paura ma ha deciso di vivere e questo mi rende felice. Sergio è il primo che ha scritto di te, è andato ovunque per aiutare tua moglie, per farle avere una casa, è stato dietro ai tuoi figli. E’ stato bravo Sergio. Ci vediamo poco, ma ci teniamo d’occhio. Nessuno si perde mai quando si sono battute insieme certe strade. Enzo te lo ricordi?. E’ sempre lì a Pignataro. Gli hanno spedito un colpo di kalashinikov in un pacco con dentro scritto “la tua vita è nelle nostre mani”. Non è andato via da lì. Non si è trasferito. Enzo scrive, denuncia, Alleanza nazionale l’ha allontanato, i giornali locali lo censurano, ma lui è lì in paese e nessun imprenditore può vincere un appalto senza che lui non stia lì a scoprire i meccanismi, i soldi dei clan le dinamiche che legano Pignataro a Corleone. Anche con lui non mi perdo di vista. E Matteo te lo ricordi? Matteo ora se ne va a Roma, non ce la fa più, mi dispiace che mi lascia solo ma ha ragione, fa bene e io l’ho incoraggiato ad andarsene. Ha rischiato molto, siamo andati sin sotto casa di don Vincenzo Lubrano, volevamo capire se era vero che lì v’era una struttura pronta a ospitare Provengano. Ci hanno scoperto, ma ce la siamo cavata. Siamo tutti qui. Sul fronte sud. Purtroppo.

Lo sai Federico non ricordo più quando hai deciso di combattere i clan. Li hai combattuto tutti. Non una sola famiglia. L’intera confederazione dei casalesi, ma anche quelli di Pignataro, quelli legati alla Sicilia. Nessuno ricorderà mai la tua storia Federì, il processo circa il tuo omicidio si è chiuso senza mandanti e senza esecutori. Nessuno se ne fotterà di ciò che hai speso. Perché quello che hai speso, la tua vita, in fondo non conta poi molto nella bilancia generale delle anime. Non eri giornalista, non eri magistrato, non eri un carabiniere. Eri un venditore ambulante. Troppo poco Federì, troppo poco. I telegiornali si muovono per almeno qualcosa in più, almeno un ingegnere, un assessore. Un ambulante no. E’ davvero troppo poco. Ti avessero almeno ucciso i terroristi islamici, beh allora adesso avresti una piazza nel tuo paese intitolata. Ma la camorra. Orsù roba vecchia che ormai non esiste più.

Ho scritto un articolo dove raccontavo la tua storia. Nessuno l’ha pubblicato. Approposito Federì nessun giornale mi ha assunto. T’eri sbagliato quando dicevi che uno come me l’avrebbero preso ovunque. Ma forse è colpa mia, mi ostino a scrivere cose che nessuno vuol leggere e sapere. Continuo a fare inchieste che vogliono svelare, scoprire, denunciare. Un caporedattore di un settimanale m ha detto che non sono professionale perché credo che un articolo possa cambiare le cose, mentre il professionista sa che il suo è solo un lavoro. In ogni caso ti riporto alcune parti del mio articolo:

 

 

Del Prete si rivolse anche allo sportello antiracket della CGIL ma lì lo ricordano ancora così:

“Un pazzo, voleva affrontarli tutti a viso aperto, voleva organizzare scioperi, voleva fare la rivoluzione contro la camorra. Non è questa la nostra politica. Bisogna andare piano, gradualmente. E’ più facile che la camorra uccida un uomo solo che un uomo solo riesca a sconfiggere la camorra!”.

Federico Del Prete così fece da solo, tentò di mettere in scacco il potere che divorava la città dove viveva, che avrebbe costretto i suoi figli a lavorare per i clan, nelle loro aziende, nei loro uffici, nelle loro caserme. Fondò un sindacato lo SNAA (Sindacato Nazionale Autonomo Ambulanti) tremila iscritti in un anno, militanti che dopo la sua morte si sono volatilizzati, tutti avvicinati e terrorizzati dalla camorra. Al processo hanno negato di essere iscritti al sindacato anzi dopo essere stati interrogati molti di loro si avvicinavano alla moglie di un noto boss di Mondragone presente in sala e dicevano “signò ho detto bene?”. Questa cosa è stata denunciata da Il Mattino ma senza conseguenze.

La sede del sindacato, il suo ufficio, Del Prete lo piazzò dinanzi alla casa di un boss. A Casal di Principe. “Lo marco stretto, gli faccio sentire che ci sono, che non può fare quello che vuole, che non ha potere su tutti”.

Dopo i primi anni di battaglie il clan offrì a Federico la possibilità di emigrare in Venezuela. Gli avrebbero dato venticinquemila euro, una villa, e la possibilità di lavorare in una ditta “loro” di trasporti. La famiglia spinse affinché Del Prete accettasse. Il clan con l’offerta considerò l’atteggiamento di denuncia di Del Prete come una mossa per mostrare al clan la sua capacità ed anche il suo senso di esclusione da un mondo a cui vuole accedere. Insomma i casalesi sono disposti ad assumerlo e mettere una pietra sopra a tutto ciò che ha combinato. Lo riconoscono intelligente e valido. Una risorsa da non lasciarsi perdere. Del Prete inaspettatamente per loro rifiuta. Ha quasi vergogna di dirlo alla famiglia. Ma non poteva mettersi a lavorare per loro e negare tutto ciò che aveva tutto ciò che aveva fatto tutto ciò in cui aveva fortemente voluto credere.

Continua la sua battaglia e seguendo l’anello debole del racket ai mercati riesce con effetto domino a comprendere l’intero meccanismo del potere dei clan sul territorio. I rapporti con le amministrazioni locali, con gli imprenditori edili, il controllo dei trasporti. Del Prete scopre qualcosa di grosso. Ovvero che i clan usano il corpo dei vigili urbani come strumento insospettabile per raccogliere il pizzo, per controllare le ditte che lavorano sui cantieri(e soprattutto accertarsi se queste ditte sono quelle consigliate dai clan). Federico denuncia un vigile di Mondragone, Mattia Sorrentino, padre di una consigliere comunale di Forza Italia. Il giorno prima di testimoniare al processo a carico del vigile, Federico Del Prete viene ammazzato, il 18 febbraio 2002 a Casal di Principe (Ce) nel suo ufficio mentre lavorava. Quando iniziò a denunciare i commenti furono molteplici: “Chissà che vantaggio cerca di avere”, “era solo suicida”.

Impensabile risultava ai più che un uomo con cinque figli, un diploma di terza media decidesse di contrapporsi all’imprenditoria camorristica, alle sue ville, al suo potere assoluto, al suo rispetto imposto, ai suoi politici, ai suoi avvocati. Fondò persino un giornale “L’ambulante” che spiegava con scrittura semplice come denunciare il racket e come difendersi dai clan. Ogni tipografia che ha tentato di stamparlo è stata bruciata, ogni copia bruciata. Il processo istituito sul suo assassinio al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere nel 2003 si è concluso con l’archiviazione. Nessun mandante, nessun colpevole.

Federico, non so perché continuo a scrivere di camorra. Devo combattere con i giornali per farmi pubblicare i pezzi di denuncia, gli “amici” mi minacciano, tu ricorderai cosa mi è capitato. Di tutto. Ma forse solo tu mi puoi capire. Non sono Robin Hood, Federì lo so ma non posso smettere, non posso lasciare tutto così. Anche se ora i giornali sono stanchi, non vogliono più darmi spazio. Rischiano querele e fastidi e la mia firma non di certo li fa guadagnare. Forse è solo rabbia il motivo per cui scrivo. La punta della mia penna mi piace pensarla come mitra puntato in faccia ai potenti di sempre agli imprenditori che al caldo non rischiano mai nulla, peggio dei killer, almeno loro rischiano.

Me lo dicevi: “Robbè fuj, vattenne via da qua”. Qui al sud è impossibile vivere come un uomo”.

Quando ti rispondevo: “perché non te ne vai prima tu? Perché non emigri?” La tua risposta metteva paura: “io sono finito Robbè, io vado avanti sino in fondo o è come se non avessi fatto niente. Ma tu puoi andartene. Puoi non farti sfottere da questi” La tua terra era una battaglia disperata. Non pensavi di sconfiggerli ma almeno di far emergere qualcosa perché non poteva sempre andare come sempre, non poteva tutto rimanere immutato. Non possono sempre essere loro a decidere, non può tutto andare come volevano. Sapevi che doveva pur esserci un modo per fermare i politici, i costruttori e le loro alleanze cementate con i clan.

Ti ricordi Federico quando andammo a Grazzanise, all’aeroporto militare per vedere se era vero?

Che cosa? Che l’aeroporto militare faceva atterrare Gaetano Pecorella, l’avvocato di Berlusconi, il presidente della Commissione Giustizia, che veniva (e viene) a difendere “O Lupo” boss dei casalesi che ha organizzato l’uccisione di Don Peppino Diana. Ti ricordi quando vedemmo l’auto blu? Rimanemmo immobili, non ci credevamo. Dall’aeroporto al tribunale c’erano le auto dei carabinieri di scorta. Ed a te che bruciavano auto, tipografie, che ti sparavano i colpi di Beretta nella porta la risposta era che non avevano uomini per proteggerti. A proposito ora “O Lupo” sta per uscire dal carcere, i tempi della custodia cautelare sono terminati ed il processo si prevede lunghissimo, il tribunale di Santa Maria Capua Vetere è allo sbando, non hanno personale e finanziamenti. Ma nessuno ne parla. Come sempre chi se ne fotte di quel pretino fatto ammazzare da “O Lupo” era un fesso che si è fatto fare fuori in un paese di merda del casertano. Ma si, chi se ne fotte, hanno ragione. Qui chi muore contro la camorra se lo vuole.

Ero a Milano quando ti hanno ammazzato. Stavo tentando di trovare qualcosa da fare. Anche tu pensavi, Federico che ci sarei riuscito. Non ci sono riuscito. Hanno ragione loro, sono solo un moschillo so ronzare, e nulla più. Ero in un pub a mangiare. Eggià perché l’unico modo per mangiare con poco denaro a Milano è l’happy hours, praticamente paghi 5 euro una birra e poi puoi strafigure riso, polpette, prosciutto, insomma di tutto. Ti piacerebbe. Ero comunque lì quando in Tv come ultima notizia al Tg3 dicono: “Omicidio di camorra ammazzato a Casal di Principe il boss Federico Del Prete”. Mi giro. Ero di spalle. Non c’è servizio, non c’era nulla. Credevo fosse un omonimo. Un Tizio, vicino alla Tv conferma: “ beh fin quando si ammazzano tra di loro chi se ne frega! Meglio!. Federico, non ci ho visto più. Mi ha trattenuto un amico altrimenti non so cosa facevo. Sono schizzato dalla sedia:

“Che cazzo ne sai tu? Cosa cavolo ne sai di chi era quell’uomo!Chi si è ammazzato tra di loro? Non era uno di loro!”

Il Tizio era imbarazzato ma ha reagito con un inutile:

“Ma che vuoi, ma che cazzo vuoi!”.

Io non mi sono calmato:

“Che cazzo vuoi tu? Che cazzo ne sai del mio paese, che cazzo ne sai di quello che succede, stai zitto hai capito, stai zitto! Non parlare di quello che non sai coglione!”

Lui ha preso una bottiglia di birra in mano come per sfasciarmela in testa e forse l’avrebbe fatto, ma un mio amico ed un cameriere ci hanno divisi. La notte stessa ho preso il treno, sono arrivato a Casale.

In paese, per strada non c’era nessuno. Ho capito che era vero. Che era tutto finito. Sono passato sotto la sede del tuo sindacato e c’erano i carabinieri, tutto era sigillato. Un maresciallo mi ha raccontato. Sei colpi. Stavi al telefono. Entrano tranquillamente perché la porta era aperta, come sempre. Sparano il primo colpo a bruciapelo in petto. La forza della pallottola ti sbatte contro il muro facendoti cadere dalla sedia. Poi un altro al polmone sinistro, un altro in pancia, un altro allo stomaco, uno al fegato e l’ultimo alla nuca. Alla nuca si colpiscono gli infami. Quelli che hanno tradito. Perché tu non hai accettato un lavoro redditizio, una villa in Venezuela. Ed hai tradito il patto che tutti hanno con queste terre. Mangiare, arricchirsi, vivere, figliare. Questo è il patto, tu l’hai infranto.

Mentre tornavo a casa ho immaginato di incontrarti nella tua vecchia regata bianca carica di pacchi, scartoffie e risme di carta. “Che stai facendo?” m’avresti chiesto. Niente Federì che vuoi che faccia.

Si aspetta, tanto se continuo così lo sai già cosa succede. Mi occupo di letteratura, come sempre. Scrivo, leggo, ti ricordi la frase di Pirandello: “ la vita o la si vive o si scrive”.

Beh io la leggo. Rompo i ciglioni a tutti, la mia famiglia non mi sopporta e mi ha quasi tolto i soldi, vivo in un paesino vicino Caserta, un buco. Ma sto bene. Non vivo più con mia madre. Mio fratello voleva fare il carabiniere ma poi ha cambiato idea, per fortuna. Tutto è identico a pensarci bene. Porto ancora il tuo anello, quello che mi hai dato sfilandotelo di mano prima di andare via. E’ lì al mio indice, a sinistra come lo portavi tu. Ma ora io sono tornato.

Federico allora ci sentiamo alla prossima. Ho visto tuo figlio, quello piccolo ora ha cinque anni, è bellissimo, una faccia irrequieta, giocava da solo con un pallone. Questa lettera la lascio in giro chissà non si sa mai. Giuro che me ne andrò, giuro che al nord ci vado, che non mi lascio abbruttire, che mi prendo un lavoro adatto a me, che non cedo. Giuro che rispetterò il nostro ultimo patto. Ma dammi del tempo Federì. Devo ancora sistemare qualcosa, prima che qualcuno sistemi me. Riposa tranquillo. La prossima volta vengo con Sergio, Matteo ed Enzo.

A presto,

tuo

Roberto.

 

 

Federico Del Prete era un ambulante. Vendeva vestiti. Si girava tutti i mercati della Campania. Subiva come tutti i commercianti una enorme pressione del racket. Ogni ambulante versa ai clan egemoni una quota che va da duecento a mille euro alla settimana a secondo della capacità di vendita. Pagare il pizzo ti garantisce la possibilità di accedere a diversi mercati (tutti quelli gestiti dal clan a cui si è versata la somma) in più se la somma è cospicua puoi decidere il posto, per legge assegnato dall’amministrazione comunale, dove piazzare il negozio ambulante. Pagare quindi è come ricevere una serie di servizi tra cui anche quello di poter accedere a grossisti di prodotti privilegiati che sapendoti “cliente” del clan ti offre prezzi vantaggiosi poiché le aziende di fabbricazione sono spesso di proprietà della camorra.

Federico del Prete non ne poteva più. L’autorità dei clan l’opprimeva, il non voler pagare i “servizi” ai clan ovviamente lo svantaggiava anche nel suo lavoro. Sempre assegnato in posti marginali, e in rotta con i grossisti che gli imponevano prezzi altissimi. Così Del Prete iniziò a denunciare ai commissariati di Napoli , Casal di Principe, Caserta, Santa Maria Capua vetere, Aversa, Mondragone, Pignataro, San Cipriano, Frattamaggiore, Caivano etc. etc. tutti coloro che gli facevano pressione, anche i sindaci e le amministrazioni locali che assegnavano i posti al mercato in cambio di tangenti e che gli sbarravano l’accesso quando voleva partecipare alla gara d’assegnazione.

 

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One Comment
  1. e io aspetto ancor ail suo secondo libro vero

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