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The supermarket of lost relationships

28 dicembre 2012

C’è una sorta di compulsiva necessità di produrre nel mondo, di tutto. Non solo beni, servizi, prodotti materiali che siano più aderenti alla nuova realtà moderna e ai “reali” (?) bisogni dell’uomo moderno.
C’è anche un bisogno di produrre nuovi comportamenti, nuovi stili, nuovi modi di comunicare. Magnificando tutto ciò che è nuovo e dimenticando quanto è stato fatto in passato.
Sembrerà il solito sfogo dell’uomo di mezza età che borbotta il classico “ai miei tempi”, ma non credo sinceramente si tratti di questo.
Da un lato c’è davvero tanto di meraviglioso, sorprendente, ingegnoso e accattivante nella modernità ma, per le masse informi, per il popolo bue, ci sono prodotti di massa sempre più brutti, film sempre più sciatti, volgarità elevate a sistema di comunicazione. Dimenticando che pochi decenni fa era il talento a comandare, la bravura vera, l’eleganza delle idee che facevano ridere perché espresse con abilità rara, non perché piene di doppi sensi, di ammiccamenti, di meschinità.

Adesso ho l’impressione che lo stesso distruttivo atteggiamento “culturale” lo si abbia nei rapporti umani. C’è molta più possibilità nell’epoca del social di incrociare persone che non avremmo avuto probabilmente l’occasione in incontrare in tutta la vita, solo vent’anni fa.
Ciò però sembra vissuto più come un fatto consumistico che non come un dono. Noto che ci sono persone che sembrano vivere nel supermecato dell’umanità, dove hanno il permesso di prendere la merce a scaffale, sconfezionarla, assaggiarla e poi lasciare lì tutto aperto a marcire. Senza chiedersi prima se quel determinato pacco/persona era realmente necessario, senza dover pagare alcunché, senza neanche essere sfiorati dall’idea di lasciare integra la confezione per qualcun altro che magari avrebbe la possibilità di trovare ciò che cerca. Lasciando briciole e disordine, senza contribuire se non inconsapevolmente a ripristinare con merce nuova quello scaffale. Inconsapevolmente perché ovviamente anche queste persone, per altri, saranno confezioni da scartare senza alcun senso, altra merce da lasciare a marcire inutilizzata…
Un consumismo dei rapporti umani in cui impera la quantità a discapito della qualità, in cui – man mano che procediamo – la qualità media di quei rapporti si abbassa, fino a diventare del tutto insoddisfacente.
Perché è questa la molla per scatenare nuovi, sfrenati consumi di rapporti umani: l’insoddisfazione.

Ecco perché alla fine avrei fatto un sacco di soldi se avessi pensato a studiare psicologia e fare lo psicanalista, o magari se mi fossi finto guru e avessi fondato la mia comunità pseudo-zen. Avrei assunto un atteggiamento carismatico e accolto con fare mistico (e a suon di soldoni) tutte quelle vittime dei nuovi supermercati delle relazioni perdute…

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