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Natalino Balasso, un visionario molto concreto.

15 dicembre 2013
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La pagina Facebook di Nataliano Balasso

La terminologia che usiamo, mai messa in discussione e rinforzata dall’uso indiscriminato che ne fanno i mass media, ricca di formule uniformi che tutti diamo per scontate, ci rende prigionieri di una gabbia linguistica che ci obbliga a rifare lo stesso ripetitivo percorso quotidiano, nei pensieri che esprimiamo, nelle cose che diciamo, nelle nostre chiacchierate, persino nelle nostre proteste.
Incapaci di pensare a una svolta nel ragionamento, proprio perché non vogliamo uscire da una gabbia nella quale in fin dei conti si dorme al calduccio e si riceve cibo, ci dibattiamo in dibattiti scontati, in discorsi già sentiti, contraddetti per riflesso, per non mettere veramente in discussione ciò che pensiamo, ma soprattutto per non mettere in discussione ciò che pensiamo di essere.
Non rimettiamo ad esempio in discussione il concetto di famiglia, di matrimonio, di proprietà dei figli, ma andiamo a incartarci sull’estendere ad altre categorie un concetto che andrebbe riformulato, rafforzando così l’idea delle categorie sociali. Il così detto “matrimonio gay” è un oltraggio alla libertà di essere gay, perché crea una divisione in categorie: quelli che scopano con persone dello stesso sesso e quelli che scopano con persone di sesso diverso. Che questa suddivisione abbia un senso sociale lo stabilisce la società attuale, ma ciò non è affatto logico, in nessun caso è utile stabilire chi ti fotti. Il matrimonio nasce come contratto burocratico per sancire nell’ambito di una comunità la libertà di scopare una determinata persona, in seguito si profitta di questo per delegare alla coppia l’educazione dei figli (che dovrebbero invece essere “educati dall’intera comunità”) rappresentando la così detta famiglia la più piccola forma di comunità solidale e gratuita. Ma questo aveva un senso quando le informazioni e le conoscenze di una determinata società erano condivise e quel che tu puoi trasferire a tuo figlio era più o meno la stessa cosa di ciò che io posso trasferire a mio figlio. Oggi non è più così, un figlio che ha genitori incapaci di trasferire informazioni o che trasferiscono informazioni sballate, avrà molte meno informazioni a disposizione della propria crescita, rispetto a chi è allevato da genitori che lo arricchiscono di informazioni. Ovviamente dobbiamo pensare alla parola “informazione” non come ad una “nozione” che io insegno con la parola a mio figlio, ma come “dato del vivere” che io trasmetto attraverso il comportamento, la parola, il gesto. Se ci pensiamo ci sono molte altre forme di comunità solidali e ci sono persone che convivono sotto lo stesso tetto senza fottersi la notte, queste forme di condivisione non sono sancite da nessun contratto, perché lo scopo originario del matrimonio era il regolamento della maternità e l’assegnazione della proprietà dei figli. La famiglia comprendeva in certe civiltà anche la proprietà degli schiavi, che prendevano appunto un “nome di famiglia”. Oggi le case sono costruite sulla base della famiglia; un condominio di venti appartamenti avrà venti cucine, venti tavole da pranzo. Pensate ad esempio se nei condomini ci fossero sale comuni in cui mangiare. Ci sarebbe una maggiore condivisione dei problemi, si parlerebbe di più, si conoscerebbero molto meglio i propri vicini di casa, forse si scoprirebbe che l’antipatia che si prova per certi vicini dipende da un punto di vista, forse certa gente imparerebbe a comportarsi meglio, ad avere presente il fatto che ci sono anche gli altri.
Non rimettiamo in discussione nemmeno il concetto di scuola, un concetto asburgico che si è tramandato identico a se stesso, salvo considerare innovazioni il fatto di insegnare nuove materie, di creare nuove figure professorali, nuove organizzazioni burocratiche. La scuola non ha però mai cessato il proprio compito di sancire l’esistente, di “formare” le nuove generazioni sullo stampo di quelle attuali; perché una società basata sulla propria perpetuazione non può certo mettere in discussione la sua stessa esistenza.
Non rimettiamo in discussione il concetto di gerarchie ecclesiastiche, ma cerchiamo nuovi e più democratici gerarchi.
Non rimettiamo in discussione il concetto di lavoro, ma traffichiamo da una parte per concedere nuovi e più dissimulati privilegi ai proprietari di schiavi e dall’altra parte per fornire agli schiavi soddisfacenti vendette sociali perché non si ribellino veramente.
Intellettualmente parlando, sembra di vivere un momento di rinuncia a formulare nuovi concetti e che ci si accontenti di adattare quello che ci si ritrova tra le mani. Un po’ come quando il contadino usava la vecchia rete del letto come cancelletto per l’orto. Con la differenza che la rete assolveva piuttosto bene alla propria funzione di cancelletto, mentre alcuni concetti frusti che ci ostiniamo ad usare, faticano a svolgere compiti diversi da quelli per cui sono nati.

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