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Perfect stranger

17 maggio 2014

Sin da piccolo ho sempre esagerato, nelle azioni e nelle reazioni.
Troppo affetto, troppo odio, troppa permalosità, troppa tolleranza, troppo interesse, troppa strafottenza, troppa educazione, troppa volgarità…
Un’altalena costante che per lungo tempo credevo essere perfettamente naturale.
Ci ho messo tutta una vita per cercare di smussare i miei corposi spigoli, eppure sotterraneamente sento di essere sempre al punto di partenza o giù di lì. Niente mezze misure.
Il mio ego è troppo ingombrante, capace di incernierare ogni ragionamento su di sé, mettendomi illusoriamente al centro dell’universo e, di fatto, collocandomi al margine di esso e da quel punto di vista marginale, ogni volta, mi ritrovo pensieroso a tirare le somme del mio agire.
Ciò nonostante, e certi sbagli o fallimenti stanno lì ad indicarmelo chiaramente, il bilancio di azioni e reazioni è incontestabilmente a mio sfavore.
Investo troppo nelle persone, concedo subito un fido (come si usa in linguaggio bancario) davvero non motivato.
Ma non solo con le rare persone che sento subito vicinissime, ma anche con quelle che poi ti ritrovi a classificare come pseudo amici, probabili amici o addirittura nuovi amici. Forse è proprio con loro che il bilancio precipita verticalmente.
Il Candido di Voltaire in fondo mi fa un baffo.
Favori, disponibilità, tempo, ascolto, confronto, operare per dare una mano d’aiuto, a volte aiuto nel cercare un lavoro, tutto viene puntualmente preso ma mai reso (anche se in fondo non è quello il motivo per cui aiuti una persona che credi amica).
Poi accadono cose quasi impercettibili e ti rendi conto (o a volte addirittura percepisci in anticipo) che quando un piccolo nuovo vantaggio si prospetta da qualche altra parte per quelle persone, improvvisamente arriva il silenzio. Non hanno più nulla da dire, non ti mettono più a parte di nulla né ti chiedono notizie di te, sono occupate nelle loro vite di cui ti rendi conto di non aver fatto mai realmente parte o sono tese e silenti a quel piccolo vantaggio che in fondo sanno essere un piccolo danno (anche solo indiretto) per te.
Anche qui la trappola azione/reazione entra nuovamente in gioco.
L’istinto è quello di mandarle a quel paese e voltare pagina, ma la verità è che non sono quelle persone il problema ma la sofferenza che ti porti dentro, il rammarico per aver lasciato la tua anima incustodita, per aver permesso a qualcuno di entrarci dentro con le scarpe chiodate ed uscirne lasciando impronte e detriti che poi tu da solo dovrai pulire.
Sarà il mio ego, non so, ma molta dell’umanità a me conosciuta (quindi quella che vivo tutti i giorni nella mia città o al massimo nella mia regione) sembra davvero inconsapevolmente mediocre. Infelice. E la positività di cui sento essere intrisa ogni mia fibra si spegne, mi sento mancare le forze, devo sedermi e aspettare che passi per poi riprendere di slancio, sorridente, pieno di vita, innocente.
Fino al prossimo errore.

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