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Planando

5 luglio 2014

Oggi pensavo agli aeroplanini di carta e alle persone.

L’aeroplanino.
Il risultato di due volontà: quella della mano di piegare il foglio e quella del foglio di essere piegato. I gesti rappresentano la qualità delle motivazioni, la trasparenza degli intenti, la capacità di rispettare le giuste regole (le pieghe) che fanno di un semplice foglio quell’oggetto capace di volare e strapparci un sorriso.
La cosa più saggia da fare, la più ovvia ma spesso la meno praticata, è la scelta del tipo più adatto di carta.
Non troppo leggera né inutilmente pesante, non troppo rigida né troppo cedevole. Carta giusta uguale persona giusta, la sua consistenza rappresenta il suo carattere; sbagliamo carta e le conseguenze – presto o tardi – si vedranno in volo.

Tecnica.
A volte può capitare di calcolare male una piega, per fretta o distrazione, per sciatteria o qualunque altro motivo che distolga dal rispetto delle regole che conosciamo bene. Ci accorgiamo subito di aver fatto un errore dalle inevitabili conseguenze, ma siamo bimbi furbetti, ed è allora che gli eventi iniziano a prendere una brutta piega, quando pensiamo che rifacendola nessuno si accorgerà dell’errore.
Ma è inutile barare, se ne accorgerà il vento.

Procediamo.
Seguire lo schema è La regola, muoversi con movimenti consapevoli e decisi, agire quando si è sicuri. Se siamo onesti nei nostri gesti il risultato arriverà.
Ecco l’aeroplanino. Finito. Lo soppesiamo, lo guardiamo da tutti i lati, fieri di averlo costruito ed impazienti di farlo volare, ma ancora cauti nel maneggiarlo. L’impazienza può rappresentare due atteggiamenti distinti.
Il primo è quello di chi non vuole fare ciò che deve a regola d’arte, ma pretende comunque ciò che quindi non gli spetta. Quell’impazienza è nemica del volo.
Poi c’è quella di chi ha fatto tutto per bene e vuole solo vedere l’aeroplanino volare. Questa impazienza le è amica.
Non è il tempo che abbiamo dedicato all’opera a fare la differenza, ma la determinazione nel crearla al meglio delle nostre possibilità. A volte basta uno sguardo e pochi gesti per creare l’aeroplanino perfetto. Altre volte non basta un’eternità.
Ci incaponiamo fino a riempire il foglio di pieghe sbagliate, lo maltrattiamo fino a renderlo inservibile per noi ma anche per chi – successivamente – con pazienza e amore potrebbe farlo ancora volare. L’egoismo è nemico del volo.
Una parte di responsabilità è anche del foglio, che dovrebbe riflettere bene prima di accettare con fiducia la mano che lo cambierà. Ribellarsi, se serve.
Ogni foglio ha la mano che merita e ogni mano ha il foglio che le spetta. Assumiamoci l’onere della scelta senza subirla, quando siamo la mano che decide, così come quando incarniamo il foglio che si lascia piegare.

Alla finestra.
È una bella giornata di sole e un leggero venticello ci carezza il viso. Abbiamo visto molti aeroplanini finire male; ci sono quelli che sapevamo da subito che non avrebbero mai volato, poi alcuni che sono precipitati in picchiata per il troppo peso in testa e nessun contrappeso in pancia e in coda, altri ancora con le ali sgraziate hanno fatto strane traiettorie sincopate per poi cadere mestamente.
Ma adesso c’è lui, l’ultimo che abbiamo creato, lì nelle nostre mani.
Percepiamo l’equilibrio delle forme, la leggerezza che ne testimonia il carattere; mano e foglio questa volta si sono mossi all’unisono. Ciò che funziona davvero lo riconosci al primo sguardo.

Lanciamo.
Non è un volo rettilineo, senza scosse, dritto come potevamo immaginare, ma piuttosto una lunga, morbida, ampia curva. Lo guardiamo sicuro allontanarsi da noi, estasiati e senza paura, perché la mano e il foglio sanno dall’inizio che non conosceranno la traiettoria finché l’aeroplanino non l’avrà scelta. Fiducia.
Il senso di tutto, il vero ingrediente misterioso, non è nell’inizio, nel mezzo e neanche nella fine delle cose. Il segreto è l’onestà che ci mettiamo nel tentare di realizzarle.

Il volo.
Staccarsi da terra con la speranza di vedere tutto da un punto di vista nuovo e inaspettato, guardare con incanto giù il paesaggio che scorre sotto gli occhi. Commuoversi e sentire l’anima lieve.
Sappiamo che quella lunga e morbida curva prima o poi avrà una fine – mano e foglio lo hanno sempre saputo, eppure non hanno desistito – l’imperativo è volare, dimostrare che ne siamo capaci.
Perché se non si ha il coraggio di volare vuol dire che non sia ha il coraggio di vivere e il modo giusto di vivere coincide sempre con il modo giusto di volare. Un modo unico e morbido.

Planando.

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