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L’equità del mare

9 settembre 2014

In nave. Direzione Napoli, esterno giorno. Appena sveglio.
Sono circondato da un’enorme massa d’acqua di colore scuro, calma. Il sole del mattino splende già alto e si riflette sulla sua superficie. Il leggero movimento delle onde improvvisamente me lo fa apparire diverso, gelatinoso. Strana impressione un po’ inquietante.
Non c’è nulla attorno a me se non acqua. Acqua a perdita d’occhio.
Sono su una grande nave, dotata di strumentazione precisa e mezzi di trasmissione, la rotta è collaudata ed è come andare in autostrada mi dico.
Poi penso ai primi uomini che si sono sentiti attratti da questo infinito sconosciuto, che hanno progettato mezzi capaci di solcarlo, dovuto comprendere venti e correnti, codificare gesti e abitudini, attratti irresistibilmente da questo orizzonte senza fine. Mi domando quale fosse il loro stato d’animo un attimo prima di avventurarsi verso il nulla, quanti avranno visto per primi meravigliose terre sconosciute e quanti altri avranno perso la vita senza aver visto altro che acqua ostile. Che coraggio.
Poi penso che il mare aperto è anche una metafora.
Che molti esseri umani, giustamente, non se la sentono di indagare quella massa scura, di solcarla, di sfidare il mare grosso che ciclicamente ritorna, che preferiscono veleggiare sotto costa, al riparo, sempre pronti a rimettere un piede sulla terraferma al primo accenno di mareggiata. I più pavidi si limitano a fare il bagno su una spiaggia col fondale basso. Chi per paura, chi per semplice incapacità di sentirsi attratto da qualcosa che sembra non avere confini.
A loro non è dato conoscere i propri limiti, sfidare la sorte, scoprirsi immortali oppure destinati alla sconfitta. Rischiare la vita per vedere qualcosa che è destinato solo agli occhi dei coraggiosi. Non è dato anche confrontarsi con gli astri in modo da trovare i punti fermi per tracciare la propria rotta, interrogarsi nel profondo chiedendosi se la direzione sia quella giusta, misurare davvero la fiducia che hanno in se stessi, il calore reale del fuoco che arde loro dentro.
Perché chi invece lo fa viene plasmato dal vento, dal sale e dal sole.
La persona che parte per il mare aperto e occasionalmente ritorna sulla terraferma lo riconosci, è diverso. Scolpito dalla solitudine sorride agli altri uomini senza sentire il bisogno di confondersi con essi.
Ha negli occhi il riflesso quell’orizzonte senza soluzione, il passo tranquillo di chi si è smarrito nell’infinito e ha saputo trovare la strada del ritorno, da solo. Uno che è stato lì lì per affogare ed ha saputo riguadagnare il respiro che lo ha fatto rinascere ad un passo dalla morte.
È così che immagino l’anima dell’uomo, mare aperto, mistero che atterrisce o che affascina, strumento di costrizione per chi non ha la forza di sfidarlo e spunto di libertà per chi non sopporta di vivere ancorato alla roccia fredda e senza risposte.
Poi guardo me e cerco di capire quanto del mio mare ho solcato, conto le volte che ho rischiato di annegare, di quando ho ascoltato il canto delle sirene tentato dal lasciarmi andare. Comprendo che chi ama il mare non smette mai di navigare, chi vuole conoscere non smette mai di percorrere in lungo e in largo quello specchio scuro. Senza rimproverarlo per la solitudine a cui ci costringe né odiarlo quando, stanco del nostro girare in tondo senza senso, decide per un apparente capriccio crudele di farci annegare.

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From → questo penso io

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