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Un altro 8 marzo

9 marzo 2015

Personalmente trovo molto ipocrita la giornata dell’otto marzo.
Viviamo in un mondo profondamente maschilista, rimproveriamo alle donne che si ribellano di ribellarsi alla loro condizione svantaggiata, alle zoccole di essere zoccole, alle mute di essere mute e via dicendo, ben sapendo che nascere maschio è attualmente un vantaggio competitivo enorme e che qualunque tipo di donna ci troviamo di fronte è sempre e comunque uno specchio delle condizioni in cui un uomo l’ha messa. Paradossalmente non per forza un suo uomo.
Ma, volendo andare ancora più in fondo, la condizione delle donne è principalmente una responsabilità delle donne, del loro (in parte per carità) tramandare la diseguaglianza più o meno inconsapevolmente come se fosse nella natura delle cose.
Non a caso oggi è in effetti la ricorrenza di un giorno tragico in cui tante donne guidata da una si ribellarono a questa diseguaglianza e morirono a causa del loro aver alzato la testa. Questo ci insegna che negare pari diritti ad un essere umano perché di sesso diverso è sempre e comunque una tragedia, evidente come quella di allora o strisciante e quotidiana come quella di ogni giorno.
L’unico posto in cui un uomo e una donna non sono uguali è a letto, lì dove due persone che si amano – o semplicemente si piacciono – possono cedere momentaneamente spicchi di sovranità a favore dell’altro (non importa chi, visto che ci sono miliardi di sfumature in queste cose, altro che 50…), ma per il resto basta.
Per il resto sono profondamente deluso da una nazione che ancora non ha trovato il modo di interrompere la mattanza di donne, fidanzate, ex, che finiscono sui tavoli degli obitori per mano di uomini interrotti cui non si è stati capaci di insegnare il rispetto o che non si è quantomeno riusciti a rendere inoffensivi. Di donne stuprate o semplicemente molestate, che devono sempre porsi il problema di chi potrà accompagnarle a casa, se decideranno di fare le ore piccole una sera, e che magari poi si ritrovano nella macchina dell’orco travestito da amico.
Vorrei che le mamme che hanno la forza interiore e la fortuna di vivere in un ambiente non particolarmente avverso abbiano la capacità di plasmare figli maschi più consapevoli del fatto che una donna umiliata e sottomessa rende la società ingiusta e destinata al fallimento e alla violenza. E vorrei che gli uomini degni di questo nome spendessero qualche parola in più non solo con i propri figli maschi, dentro le quattro mura di casa propria, ma al club con gli amici, nelle comitive, in mezzo alla strada, con le parole, con piccoli gesti, evitando la trappola dei luoghi comuni che li fanno sentire a proprio agio dentro un branco e dentro un linguaggio rassicurante di esclusione e dileggio, o anche da soli, o in ufficio, quando è più facile denigrare una donna piuttosto che superarla sul piano della sfida culturale, intellettiva, lavorativa, qualitativa.
Ma vorrei anche che certe donne non facessero la guerra in ufficio ad altre donne e ad altri uomini, usando mezzucci e slealtà che non fanno altro che il gioco di quei maschi incapaci che stanno immancabilmente sopra di loro.
Le donne non sono avversarie (anche se da divorziato posso testimoniare che ce ne sono di incredibilmente perfide, ammettendo però che per ogni ex moglie da vaporizzare c’è un ex marito da spedire su Marte), sono semplicemente indispensabili, come noi lo siamo per loro.
Finché ciascun genere non ammetterà che avere pari diritti e dignità non vuol dire pretendere di fare pedissequamente ciò che fa l’altro, finendo per scimmiottarne i lati peggiori invece che cercando di comprenderne i punti di forza, finché gli uomini continueranno ad ignorare il corpo delle donne, il loro piacere, i loro pensieri a volte un po’ troppo arzigogolati e finché le donne continueranno a semplificare credendo di essere sempre un passo avanti a tutti, di poter alla fine ottenere più o meno onorevolmente ciò che spetterebbe loro per un semplice diritto naturale, non avremo altro che un mondo frustrato, infelice, immaturo, acido, inadatto alla vita vera, quella in cui gioia, amore e felicità vengono messi al primo posto assoluto come un diritto inalienabile di ogni individuo, maschio o femmina che sia.

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From → questo penso io

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